La Sapienza Segreta del filosofo Platone

La Sapienza Segreta del filosofo Platone

A Story by A! Edition
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La sapienza segreta

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Prof.Dr. Ivan Cvitanusic

 

La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore

 

 

                      Ecco il Croato laureato per il premio Nobel!

 

            “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore” è un dono ed un  piacere , il quale è dimenticato già dal tempo quando il magnifico Dante pubblic�™ la “Divina Commedia!”

            “Sono ammutolita della bellezza celeste del romanzo di Cvitanusic, nel quale, con la sapienza enciclopedica e con la squisita struttura della narrazione, riuscì  ad unificare la mistica del Cielo e della Terra, degli Dei e degli Uomini...”

 

            “Il Professore di filosofia della Università di Padova, Ivan Cvitanusic, è sicuramente e senza dubbio un rarissimo scrittore europeo vivente, il quale eredit�™ la saggezza di Omero, l’acribia dello storico Tucidide, la sensibilità per l’armonia e la bellezza di Euripide e Sofocle, (eredit�™) la cultura enciclopedica  di Virgilio e di Dante!”

            “Offriamo un mazzo delle fresche rose rosse al Professor Cvitanusic!”

 

            Così esclamarono unanimemente diversi giornali e settimanali quando lo scorso anno  venne pubblicato già celebre romanzo “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore”! Il quotidiano prestigioso di Zagabria “Vjesnik”, il quotidiano più venduto “Jutarnji list”, il settimanale per la politica e cultura “Fokus” e molti altri giornali pubblicarono favorevolissime recensioni, veri e propri  inni ed elogi al romanzo ed all’autore.

            Diversi giornali sottolineano la grande cultura accademica dell’autore del romanzo e lodano il procedimento angelico della narrazione. Molti altri giornali mettono in evidenza che il Professor Cvitanusic scrisse una vera opera filosofica e letteraria- un gioiello che nobiliterà tutta la sapienza umana e tutta la cultura del mondo.

            Qua riportiamo due recensioni pubblicate su settimanale “Fokus” e su quotidiano “Vjesnik”, entrambi di Zagabria.

 

                  Prof. Cvitanusic raggiunse l’apogeo

                     della moderna poetica europea!

 

            Quale scrittore vivente  eredit�™ la saggezza di Omero, l’acribia dello storico Tucidide, la sensibilità per l’armonia e bellezza di Euripide e di Sofocle, la cultura enciclopedica di Virgilio e di Dante...?! Infatti, la poetica della letteratura moderna europea produsse solo un numero esiguo dei grandi scrittori: I. B. Singer, Umberto Eco, G. G. Marquez...  L’accademia svedese per il prestigioso premio Nobel con fatica trova un nuovo laureato!

            Nelle biblioteche universitarie di Zagabria i due  grandi scrittori croati, Ivo Andric e Miroslav Krleza,  impararono l’arte della scrittura , che anche oggigiorno affascina tutto il mondo accademico e colto.

            Gli intellettuali croati e tutto il pubblico colto e curioso in questi giorni pu�™ constatare un fatto incontestabile: il dottore di ricerca di filosofia di una Università prestigiosa e antichissima, quella di Padova, Ivan Cvitanusic, con il suo romanzo storico-filosofico “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore” raggiunse l’apogeo della moderna poetica europea! Sono ammutolita della bellezza celeste del romanzo di Cvitanusic, nel quale, con la sapienza enciclopedica e con la squisita struttura della narrazione, riuscì  ad unificare la mistica del Cielo e della Terra, degli Dei e degli Uomini, dei sacerdoti antichi e dei filosofi!

            Chi è quel misterioso scrittore Cvitanusic?! Vorrei immaginarlo  come una donna: non ho visto mai una sua foto! Perché nasconde il suo viso? Ho sentito che conosce tante lingue mondiali, che studi�™ presso le più prestigiose università , che divor�™  tantissimi libri segreti e sapientissimi nelle  biblioteche mondiali, nascoste ed irraggiungibili.

            Vorrei sapere quali libri lesse a Londra e Roma, quali a Milano e Bologna? Non trov�™, forse, nelle numerosissime biblioteche private e universitarie a magica e splendida Firenze ben nascosti i testi ed i libri antichi, dai quali ebbero studiato i famosi traduttori di Platone ed i filosofi M. Ficino, C. de’Medici, P. Della Mirandola?! 

            Il Professor Cvitanusic, mi dissero amici, studi�™ lettere comparate, indologia, filosofia, astrofisica ed elettrotecnica...!

            Per�™, dove impar�™ di scrivere con la lingua divina, con la quale ebbero parlato i greci antichi nei portici dei loro nobili santuari, con la quale ebbero conversato i grandi filosofi, Aristotele e Platone?!

                   

                   L’autore eredit�™ la saggezza di Omero         

 

            Dopo aver letto molti decenni solo i testi greci originali, concludo che il procedimento della poetica moderna europea è soltanto una pallida copia e l’ombra delle divine proposizioni di Platone.

            Il procedimento del Professor Cvitanusic è equivalente in qualità  alle più prestigiose opere letterarie greche e romane! Di scrittori moderni, è completamente equivalente a I. B. Singer, U. Eco, G.G. Marquez!

            Secondo il mio parere, Ivan Cvitanusic è il più grande scrittore croato vivente!

            Eredit�™ la saggezza di Omero, la sapienza di Tucidide, la bellezza e l’armonia delle poetiche di Eschilo e Sofocle, la suprema erudizione di Virgilio e di Dante!

            Vi regalo, signor Cvitanusic, un mazzo di rosse,fresche rose!

            I professori universitari, scrittori e filosofi ai suoi studenti e lettori scoprono già due mila anni le “verità” e i “principi metafisici”, i quali troppo spesso non soddisfano la più elementare curiosità umana.Quello che è nascosto, lontano, misterioso, agli occhi umani è irraggiungibile e incomprensibile. L’intelletto umano si contrae negli spasmi, nella disperazione, impotente ed indeciso.

            Gli manca l’ottimismo, la speranza. Filosofi non sono in grado ad indirizzare il pensiero umano verso la Luce, non sono capaci di concepire l’Ottimismo metafisico...

            Il Cvitanusic si avvi�™ proprio su quella strada, con la quale non seppero andare gli altri filosofi e scrittori. 

            Come Platone, Eschilo e Sofocle ebbero scoperto la nuova arte e la realtà filosofica ai greci antichi, Virgilio ai latini, Dante agli italiani, così l’autore de “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore”, sapientemente sintetizza tutta la storia umana, e al lettore europeo moderno scopre i sconosciuti fatti ed i mondi mistici, sconosciuti e perduti nell’oblio e nella disperazione del mondo attuale!

           

                      Chi governa il mondo ed i destini umani?

 

            Di che qualità sono i manuali universitari della storia antica e moderna, in che modo descrivono i rapporti tra le grandi civiltà mondiali?! Che cosa è davvero l’Egitto e la sua plurimillenaria storia, la cultura e la religione?! Quali sono gli dei egizi, ce l’hanno forse qualcosa da dirci mentre nella disperazione siamo messi in un angolo, miseri, avendo paura dalle notizie di domani su TV e radio?!

            E’ soltanto un puro caso il fatto che il Dio egiziano principale si chiama “Amon”, e tutte le preghiere cristiane  terminano con la parola “Amen”?!

            In verità, chi governa il mondo ed i destini umani? Se non siate sicuri, oppure abbiate dei dubbi circa il vostro sapere, chiedete il filosofo Cvitanusic, oppure leggete il suo romanzo!

            La Grecia, splendido e misterioso paese, davanti al quale i patrizi romani tremarono, i poeti latini ed i filosofi invidiarono dello splendore della loro arte! Persia antica, imperiale e potente Macedonia...

            Quelle sono strade sulle quali Professor Ivan Cvitanusic guida il lettore stupito, abbagliato con la bellezza e con i misteri.

            All’inizio del romanzo il lettore viene salutato dalla Demetra, dea greca, con i seguenti versi:

 

“...Ti riveler�™ i misteri che non sono conosciuti da nessun mortale,

Ti riveler�™ i segreti del basso e dell’alto,

strapper�™ le bende dai tuoi occhi...”

 

            Colui che abbia studiato la storia appena dopo la lettura di questo libro celeste comprenderà quali  principi la governano; colui che abbia studiato le lettere scoprirà di nuovo l’armonia sublime della narrazione antica...

            I filosofi, teorici e pensatori probabilmente non vorranno riconoscere dopo la lettura del libro di Cvitanusic, che proprio “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore”, loro abbia spiegato alcuni principi del “logos”, i quali non avrebbero potuto mai leggere da nessuna parte.

            Offro un mazzo delle fresche rose rosse al Professor Cvitanusic!

            Egli è sicuramente e senza dubbio un rarissimo scrittore europeo vivente, il quale eredit�™ la saggezza di Omero, l’acribia dello storico Tucidide, la sensibilità per l’armonia e la bellezza di Euripide e Sofocle, (eredit�™) la cultura enciclopedica  di Vergilio e di Dante!  Suo romanzo è migliore, molto migliore del “Codice da Vinci”!

 

                            Il Croato Professor Ivan Cvitanusic

                                    super�™ il grande U. Eco!

 

            E’ tornato il tempo dei grandi scrittori, di grande cultura, erudizione, con un dono dell’angelica narrazione! Non sono stati mai numerosi: filosofi Platone e Aristotele, greci con la sapienza infinita e con la divina inspirazione, nessuno mai super�™. I classici romani, Ovidio e Virgilio, non persero nulla del suo splendore millenario!

            Li segue il magnifico Dante di Firenze. Nel tempo moderno aggiungiamo F. Kafka ed il filosofo J. P. Sartre. Tutti i grandi e famosi filosofi e scrittori degli slavi del sud (R.Boscovich, F. Petrich, I. Andric, M. Krleza...) sempre furono i croati! Sicuramente a loro si annovera (non è un puro caso!) il filosofo della famosa Università di Padova: Professor Ivan Cvitanusic!

            Il dottore di ricerca di filosofia di Padova al lettore spalanca la porta dei misteri antichi, mondi nascosti e segreti, affascina e risveglia le civiltà degli egiziani, greci, persiani...

            Chi prende suo divino libro “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore” rimane affascinato della bellezza della proposizione, dello stile e della ricchezza della narrazione.

            Il grande scrittore nacque di nuovo in Europa! Con la sapienza, la cultura, l’abilità, il Professor Cvitanusic di Padova supera il grande filologo Umberto Eco!

            Il Croato sapientemente condensa il testo e lo fa conciso.I difficili problemi filosofici ed i misteri inesplicabili egli abilmente presenta con la chiarezza, distintamente, come un magnifico pittore, il quale la bellezza splendida celeste sapientemente la presenta su un-unico quadro!

            Pensai che il tempo degli scrittori illuminati sia passato, che non avrebbero potuto mai comparire. Per�™, è evidente che il tempo oppresso dei conflitti brama di simili scrittori.

            Il romanzo è composto di cinquanta brevi racconti, vorticosamente veloci. La Storia “soffia” attraverso di essi, dipinta con l’abilità magistrale. Nei racconti si riflettono, come in uno specchio, gli architetti ed i fondatori delle civiltà e dei mondi: il lettore davanti a sé scopre un finissimo manuale di storia, un manuale dei misteri!

            I racconti di Cvitanusic sono una galleria dei quadri, che scoprono il legame nascosto tra il mondo antico ed il moderno, tra la filosofia e la letteratura. Questo romanzo svela la connessione tra l’Uomo (suo destino terrestre) ed il Logos metafisico, che lo determina!

            “La sapienza segreta del filosofo Platone sull’arte dell’amore” è un dono ed un piacere, il quale è dimenticato già dal tempo quando il magnifico Dante pubblic�™ la “Divina Commedia”! Come nella “Divina Commedia” di Dante, così nel romanzo di Cvitanusic sfilano i personaggi immortali, ed oggi-giorno splendono come le stelle nel cielo.

            Il Professore di filosofia di Padova condens�™ i destini degli dei celesti (Amon-Zeus,Isida-Atena, Toth-Hermes...), i magnifici architetti della storia e delle civiltà (faraone Cheope, Solone, Alessandro il Grande...), i filosofi (Socrate, Platone, Aristotele...), e tra di loro scoprì un meraviglioso e nascosto legame!

            Nella catena di perle dei magnifici scrittori antichi, Ovidio e Vergilio, del nobile Dante e dei pensatori moderni, J.P. Sartre e F. Kafka, il croato Cvitanusic aggiunse un gioiello, il quale attirerà alla letteratura croata tutto il mondo accademico e colto!      

 

 

            Nota sull’autore: Ivan Cvitanusic ha studiato presso molte celebri università del mondo: L’Università di Padova, Bologna, Firenze, Milano, Ferrara, Roma, Londra e Zagabria. Professor Cvitanusic ha studiao l’astrofisica, matematica, indologia, lingue e religioni  antiche delle civiltà orientali. Si è laureato in filosofia e lettere comparate .  Presso l’Università di Padova ha conseguito il titolo del Dottore di ricerca di filosofia. 

 

 

Il racconto primo.

 

                  L'incontro con la Lettrice

      Ieri una mia fedelissima Lettrice mi  acchiappo'  in  strada, nel centro della citta', e coi versi bellissimi mi persuase di scrivere questo che ho cominciato.

      I poeti, il sole, i raggi della luce si innamorano di belle donne.I poeti confessano che le donne  non sanno rifiutare , e che loro  con la   propria bellezza gli  sfidano e attirano meravigliosamente: di giorno e di notte, nel sonno e nella veglia.

      Erano le undici e cinque , quando mia Lettrice mi  raggiunse chia­mandomi con il mio nome. La citta' era strapiena   di immen­sa gente, che  ingombrava le biblioteche , musei e mercati.

      Io con malumore esco di casa in cosi' gravi condizio­ni. Quel lunedì, invece, portavo al mio editore una braccia­ta di miei testi inutili. Quella donna non l'ho vista mai prima, benche'  pro­prio per questo posso essere triste. Quando i versi si calmarono, mi allontanai un passo per poter vederLa meglio.

      E' una delizia vedere qualunque donna. E' un po' piu' delizioso vedere una donna  piu' bella. Ma, che immenso piacere mi  prese in quel momento, quando La  vidi ! Un'in­finito cosmo  di incantevoli fascini ballava  nel Suo sguar­do, sul Suo viso, nelle Sue ciocche di capelli! 

      "Io sono la tua devotissima Lettrice!”, disse. “Rimango senza  fiato per le tue proposizioni gia' da anni, ed esse mi sve­gliano  di mattina ed addormentano prima di coricarmi. Eccomi davanti a te , soffocata dalla brama da almeno brevemente scambiamo i ruoli: che io racconti  e tu ascolti. Conosco un racconto, che  misterio­samente e con dolore da troppo tempo  nascondo nell'intimo del  mio cuore!"

      Parlava con il cuore, con passione, con  dolore. I lembi ardenti e rossi delle Sue labbra  toccavano il cielo , si distendevano nelle fiamme, e poi si spegnevano.

      E dopo    di nuovo  ripeté:" Conosco un racconto, il quale misterio­samente e con dolore da troppo tempo  nascondo nell'intimo del  mio cuore!"

 

 Il racconto secondo.

 

                  La sublimita' del sorriso

 

      La folla correva  su e giu' e ci colpiva  con i gomiti e i fianchi. Mia Lettrice mi  guardo'  un momento con  passione ardente.  Sentii di  scomparire dentro di Lei  per sempre, affondato in quello splendido seno come se fossi un semplice respiro.Stringendomi forte, mi  prese per la mano e trascino'  verso un parco vicino.

      Sulla parte destra della strada , che  fronteggia il parco a sud, fu parcheggiata una costosissima carrozza sportiva. Quando ci siamo avvicinati ad essa, la Lettrice  lascio'  la mia mano destra, e con abilita'  salto'  al sedile. Mi  apri' velocemente la porta destra, ed io mi  gettai accanto a lei.

      "E' Tua questa carrozza?",  chiesi alla mia Lettrice confuso ed impaurito.

      “E’ di mio padre, di mio nonno!” La carrozza fu bellissima, fatta d’avorio, coperta con le stemme dorate. I due cavalli arabi,bianchi erano di miglior razza, veloci e disciplinati. La Lettrice prese redini, sprono’ i cavalli e noi in alcuni momenti  sparimmo attraverso  il largo viale lungo la parte  ovest del parco pubblico.

      Abbiamo attraversato  strade affollate, varcato lunghi ponti di pietra. La Lettrice  sorpasso'  tante code di carrozze sulla strada a doppio  senso , ed alcune volte per un pelo  evito'  lo scontro frontale. Io guardai  con sospiro gelido come quella stupenda donna guidava carrozza  sportiva, mentre sul suo viso ballava un sorriso splendente.

      Presto davanti ai  nostri occhi   apparvero piccole colline , che  in forma di anello  circondavano la citta', e noi  iniziammo a salire su una di esse.

      Guardavo senza batter ciglio il sorriso della Lettrice, sul quale  danzava una sontuosa, sensuale femminilita'. Fu incorniciato dalle ricche ciocche di capelli biondi. Sul viso si era fermato lo  splendore di quella magnifica eternita', della quale ispirati cantano i poeti fin dalle origini del mondo.

      Non sono sicuro quanto tempo sia passato: un momento oppure alcune ore, quando davanti a noi  apparve un monumen­tale palazzo antico. La parte davanti, la sola che potevo   vedere, era  appoggiata su   eleganti colonne doriche. Il palazzo  sembrava  dinanzi a me silenzioso e fiero come la storia umana. Era accerchiato da  un bosco di alberi alti, con i prati perfettamente ordinati, e con molte antiche sculture egizie e greche.

      A destra dell'entrata, in posizione elevata e privile­giatissima  erano situate statue di due grandi filosofi: Socrate e Platone. L'artista li ha colti nell'istante in cui  appassionatamente discutevano. Entrambi erano   in piedi, con le mani innalzate. Le loro facce erano  coperte con la  viva gesticolazione.

      La nostra carrozza si  fermo' ad  un centinaio di passi lontano sulla parte destra, sul posto dove  le chiome degli alberi velavano  il firmamento. Cosi' fitto, che a noi non  poteva arrivare nessun raggio di sole.

      La Lettrice prese uno specchio dalla tasca per dare un'occhiata al proprio viso. Invoco grande e benevolo dio Seth: vieni o dio Seth, vieni a vedere!

      Come sarebbe il mondo meravigliosamente bello se ci fossero tante donne come quella, se ci fosse in ogni quartiere della nostra citta' almeno una! Se io potessi incontrare delle donne come quella  nella mia via, nei miei libri, nella mia fanta­sia...!

      Quando ci siamo avvicinati alla porta d'entrata, sem­brava che Socrate e Platone avessero iniziato una nuova discussione. L'indice della mano destra di Socrate era  sollevato in alto verso il cielo, ed egli inizio' a pronunc­iare l'ultima e finale proposizione. Le parole del  suo discorso lampeggiavano come i fulmini, ed a Platone  manco' il fiato di  quella risolutezza. 

      Quando il palazzo fu da noi distante solo alcuni passi, la porta era stata gia' aperta , e noi salimmo  per le scale di marmo al piano superiore. A  me sembrava che di nascosto e senza l'annuncio stavo marciando in un mondo sco­nosciuto e misterioso, che  non avevo incontrato neanche  sulle pagine dei libri  piu' fantasiosi.

      Abbiamo percorso per un corridoio dipinto per alcune decine di passi. Nella parte destra c'era una tenda di seta, coperta coi disegni delle vette del santo monte Sinai e delle onde di mare mentre schiumavano e si distendevano sulla spiaggia di sabbia. La Lettrice la mosse con un elegante slancio della mano sinistra, ed io  entrai  silenzioso  e stupito.

      Ella mi  raggiunse nello stesso momento: questa splen­dida donna possedeva quel perfetto e delicatissimo  senso, il quale poteva sentire come batte mio cuore, e quale frase si  trovava  nella mia mente. La Sua presenza, io la  sentii  come pieno  potere  su di me.

      Poi, la Lettrice si sedette su un bellissimo divano greco antico , appoggiando le spalle sui cuscini di seta. Era involta in un leggero e trasparente vestitino,  ricamato coi disegni delle azzurre onde del mare Mediterraneo , le quali si vorticosamente elevano prima dell' assalto di  tem­pesta. Gli occhi della Lettrice mi  guardarono con seducente e misterioso silenzio.

      Come  sentivo in quei momenti dentro di me  chiare ed onnipotenti tutte le mie debolezze, l'umile bassezza della mia personalita', e la mediocrita' della mia apparenza!

 

      Ecco, vi raccontero' solo questo!  Mio padre mi  teneva per la mano sinistra, madre per quella  destra, ed eravamo su un  croce­via ad Atene. In quell'istante  sentii  irresistibile profu­mo di uno stupendo olio orientale , e mi precipitai di corsa   verso la direzione  dalla quale proveniva.

      Dopo essermi  liberato dalle mani dei  miei genitori,  correvo, correvo, e dietro ad un angolo  raggiunsi una delle piu' belle donne che abbia  visto nella vita mia. Quando  senti'  il battito dei  miei passi , la signora si  giro' , e mi prese  in braccio. Il suo seno era soffice e ricco come i mucchi di fieno, ed io quel piacere non l'ho dimenticato mai.Per alcuni momenti sono stato in piedi davanti a quel divano greco come allora nel braccio  di quella bella Ateni­ese.

 

 

 Il racconto terzo.

 

            Davanti agli dei dell' Olimpo      

 

      Stupendo locale di marmo, quieto e misterioso,  riempiono  quasi tutti gli dei antichi. Sono  collocati sui troni retti ed elevati, e  guardano il mondo sotto di loro ironi­camente ed enigmaticamente.

 Per il solenne e potente Zeus gli architetti di questo palazzo  hanno costruito  il suo perenne Olimpo al muro settentrion­ale , che e'  il piu' illuminato.

      Tutti gli altri dei sono  collocati sotto i suoi piedi, ma, ugualmente nobili ed elevati sopra ogni cosa terrestre. Sono qua anche tutti i grandi eroi della guerra di Troia e di tutte le altre grandi guerre antiche. Davanti a loro, girato verso i loro volti, c'e' Eraclito, famoso filosofo greco, con la mano destra levata in alto e con un rotolo di papiro nella sinistra. Evidentemente sta predicando una delle sue piu' amate idee: che la guerra e' madre di tutte le cose, che il mondo e' il fuoco eterno.

      Naturalmente,  sono qua anche gli scrittori immortali: Sofocle, Eschilo, Euripide. Non sembra che tra se stessi raccontino, forse del prossimo concorso dei poeti, al quale tutti vinceranno una volta? Vicino a loro  sono piu' silen­ziosi di un respiro Omero ed Esiodo. Con attenzione ascolta­no il mormorio, registrano i movimenti, gli sguardi e la gesticolazione . Chi sa che cosa un giorno canteranno di questi qua, che si sono cosi' solennemente radunati: degli dei, degli  eroi, dei poeti, dei re?!

      Pericle, il grande politico ateniese, coricato sul divano sta chiacchierando con i saggi e prestigiosi Atenie­si. Di che cosa parlano? Delle leggi di Atene, della perico­losa e potente Sparta, della filosofia e dei filosofi...?

      Nella parte opposta e' Aristotele con i suoi maestri e scolari: la' ci sono i filosofi, che furono chiamati  sofisti e  insegnavano per le piazze. Nella loro  compagnia ci sono i primi saggi: Talete, Anassimene, Anassimandro, Empedocle, Democrito. Evidentemente sono assenti i piu' ardenti geni della cultura antica, Socrate e Platone. Loro sono usciti fuori questa volta per finire una vecchia e confusa discus­sione.

      La', sul posto lontano  siede  nella poltrona l'enig­matica profetessa Pitia. Dinanzi alla sua porta ci sono le folle di Grecia, Macedonia, Persia,  Egitto e di altri paesi. Quale  destino le aspetta?

      Prometeo, il benefattore e condannato, tiene con l'una e l'altra mano l'infiammata fiaccola accendendo il primo fuoco umano e illuminando la prima notte, che nacque  divi­dendo la terra dal cielo e gli uomini dagli dei.

      Ci sono ancora dei partecipanti: dal muro occidentale mi  seguono gli occhi curiosi di alcune ragazze mentre suonano le arpe. Se io mi avvicino e se mi chiedono chi sono, che cosa le rispondero': se   dico  che anch' io sono uno scrittore e che ammiro l'arpa? Se io  sorrido  , oppure se le cor­teggio...  quella bionda che  proprio adesso vuole scuotere la corda?

      Pero', ecco   anche gli altri dei antichi! Possiedono i loro santuari in  prossimita' dell'Olimpo greco: Osiride egiziano, Amon e Ra. Accanto a loro  sono innalzati gli dei sumeri, babilonesi, mesopotamici e persiani.

      Un viso sublime, incantevole, e gli occhi strapieni di dolore e di bellezza da per tutto mi guardano: e’ la nostra dea Hator dal monte Sinai. Mi inchinai davanti a lei e la pregai per la benedizione e per l’amore! 

      Guardai la  perfetta bellezza e l'armonia , che regna­vano su questo palazzo.  Mi  presero i brividi della eccita­zione e dell' attesa. Mi  mossi verso l'Olimpo a salutare nostro grande dio Seth, offrirgli un sacrificio, chiedergli della   salute. I miei passi erano lenti, silenziosi, per non interrompere la conversazione dei filosofi e dei politici, dei poeti, degli eroi e delle profetesse.

      Avevo gia' composto l'inno per il magnifico Zeus mentre mi avvicinavo, quando mi tocco' teneramente la mano sinistra della mia Lettrice. Con lo sguardo strapieno di umile tenerezza mi chiamo'  verso di se' , offrendomi una brocca ornata con un nettare.

      "Questo e' il vino che   bevvero   gli dei sull'Olimpo: magnifico Zeus, Apollo, Afrodite, Dioniso. Prendi un sorso che ti dia la forza, e non andare oltre, perche' il nostro tempo e' breve!",  disse.

 

 Il racconto quarto.

 

                        Il vino degli dei

 

      Il suo sguardo era  soffice ed amabile come la poesia della divina Sapfo . Quel volto mi  chiamo'  e trascino'  con la propria indicibile brama: mi  prese per la mano e  insieme andammo indietro, verso il divano greco.

      Presso il divano  ci fermammo , mi allontanai  due passi, e ancora guardavo la mia Lettrice. Il suo trasparente vestitino di seta si era attaccato al suo corpo, il quale fu  piu' armonioso delle perfette sculture antiche. E sul suo corpo  danzo'  un ballo di passioni e sfide, si innalzo'  verso le labbra, e poi  si disperdeva come una fontana su questo palazzo, come  si disperdevano  i suoni d'arpa.

      "Prendi un sorso che ti dia la forza, e non andare oltre, perche' il nostro tempo e' breve!"

      Ripeto  questa proposizione della Lettrice nella mente  come un'enigma. Chi e' Lei, e per che cosa tutto questo dovrebbe durare "breve"? Perche' mi sfida con quella sua graziosa e travolgente bellezza, e perche' mi introduce in quella sua misteriosa  favola se essa durera' "breve"?

      Di nuovo mi  porta  la brocca , ed io bevo   alcuni sorsi. Com'e' gustoso il vino, che  bevvero  gli dei sull' Olimpo! Ella si corica  nuovamente, un'po' scoperta , silenziosa e splendente come una dea. E' questa donna un sogno, sono io solo un sogno, e' tutto questo solo un sogno?

      Poi prese un rotolo di papiro antichissimo e cominci�™ a recitare i divini versi di Salomone:

 

      “Bruna sono ma bella,

      o figlie di Gerusalemme,

      come le tende di Kedar,

      come i padiglioni di Salma.

      non state a guardare che sono bruna,

      poiché mi ha abbronzato il sole.

      I figli di mia madre si sono sdegnati con me:

      mi hanno messo a guardia delle vigne;

      la mia vigna , la mia, non l’ho custodita.

     

      Dimmi, o amore dell’anima mia,

      dove vai a pascolare il gregge,

      dove lo fai riposare al meriggio,

      perché io non sia come vagabonda

      dietro i greggi dei tuoi compagni”.

 

      Avendo sentito quegli stupendi versi il mio cuore si riempì di una bellezza eterna, ed i nostri pensieri, le nostre anime ed i nostri desideri si intrecciarono in uno splendido bacio, in una preghiera, in un verso. Perci�™ io continuai:

 

      “Se non lo sai, o bellissima tra le donne,

      segui le orme del gregge

      e mena a pascolare le tue caprette

      presso le dimore dei pastori.

 

      Alla cavalla del cocchio del faraone

      io ti assomiglio, amica mia.

      Belle sono le tue guance fra i pendenti,

      il tuo collo fra i vezzi di perle.

      Faremo per te pendenti d’oro,

      con grani d’argento.”

 

      Quando i nostri desideri si quietarono, ci si  avvicino'  una bella ragazza con un grande vassoio. Su di esso c'erano delle olive, pesce, carne d'ar­rosto, pane, dolci. Poi la Lettrice    si  alzo', velandosi con il suo vestitino, si piego'  verso il mio viso, e mi disse:

      "Vieni, ti mostrero' la biblioteca reale!"

      Mi  mossi seguendo i suoi passi, mentre Aristotele e filosofi  ancora conversavano . Zeus,  Apollo e Afrodita erano  seduti  sui loro   troni piu' sublimi che mai. Sem­brava che  Pericle stesse  sorridendo ai propri interlocuto­ri, e che le sonatrici iniziassero un nuovo concerto.

 

 Il racconto quinto.

 

            Il segreto della biblioteca reale

 

      La biblioteca fu  composta da  lunghi, immensi corri­doi con alti scaffali. I libri furono  contrassegnati con un confuso sistema di segni, con i numeri arabi, con  le let­tere dell'alfabeto greco, e con diverse figure geometriche: con  circoli,triangoli, quadrangoli, archi, ecc.

      Nessun libro  aveva sopracopertina sulla quale fosse  scritto il suo titolo. Sulle copertine non era stato scritto niente. Dopo di esse di solito seguiva  un vuoto e completa­mente bianco foglio, sul quale era  riscritta la colloca­zione, che fu  gia'  annotata all'inizio del libro. Dopo, senza nessuna indicazione  di titolo o di contenuto, seguiva il testo.

      Rimasi  confuso. In nessun posto, dunque, ne' all'ini­zio del libro, ma, neanche alla fine non c'erano le  solite informazioni: l'indice generale, l'introduzione, la data e il luogo della edizione, il nome dell' editore, il nome di un possibile traduttore, ecc.

      Gettai  uno sguardo stupito alla mia Lettrice. Pero', Ella soltanto sorrise  con un sorriso forte ed enigmatico, ed il Suo riso risuonava in tutti gli angoli della bibliote­ca, si ripercuoteva dagli scaffali dei libri, dopo di che si spegneva silenziosamente ed enigmaticamente.

      Io seguii  i fruscii del vestito della Lettrice, mentre mi mostrava rigorosamente custoditi i dipartimenti della biblioteca. A destra , alla fine del terzo corridoio ,  una scalinata saliva verso l'ultima fila dei libri, che  era cosi' alta che non si poteva raggiungere con le scale.

      La Lettrice  prese il corrimano ed inizio' a salire. Ho sperato che andasse a prendere un libro, pero', Ella  scom­parve completamente, perche' la scalinata saliva ancor piu' in alto. Fu  evidente che il suo scopo non era di raggiun­gere libri dall'ultima e  piu' alta fila, ma di dare la possibilita' di un accesso ad una segreta e nascosta camera. La Lettrice mi chiamo'  gridando di salire .

      Salendo fino all'altezza della penultima fila ,  vidi  che  si era fermata  davanti alla porta del  soffitto, si  volse  e di nuovo mi  mando'  quel suo nobile , brillante sorriso. Seppi  di dover seguirLa. Dopo che ebbe lungamente disserrato un meccanismo complicato,  la porta si apri', ed Ella subito  scomparve dietro di essa.

      Quando sono salito anch'io, ci  trovammo in una grande camera  strapiena di libri vecchi, di  carte geografiche e di uno strano e freddo silenzio. Lo sguardo della mia Let­trice per alcuni istanti segui'  l'espressione del mio viso, che  era muta, mite, da ragazzo.

      "Ecco, in questa camera si custodiscono gli originali di Platone e di Aristotele, quegli originali che  non esis­tono in nessun luogo, in nessuna biblioteca sul globo, tranne in questa!",  disse.

      Il mio fiato si fermo' , e sul mio viso di sicuro si poteva vedere l'angosciato stupore mentre ascoltavo queste parole.

      "Quali originali, che originali... non e' cosi'  che le nostre traduzioni contemporanee corrispondono piu' o meno agli antichi originali! E che cosa sarebbe misterioso...!" Mi meravigliai .

      La Lettrice rise di nuovo con il suo sorriso seducente, davanti al quale  mi sentivo sempre ubbidiente e sottomesso. Pero', in questo sorriso c'era questa volta anche del rim­provero, avvertimento e sospetto.

      "Da quando  la biblioteca d'Alessandria fu distrutta dal fuoco, il mondo e' rimasto senza le piu' famose  opere originali dei filosofi antichi, di Platone e Aristotele. Grazie a  circostanze felici, due sacerdoti egiziani riuscirono  a salvare per una copia di tutte le loro opere. Quelle copie degli originali sono veramente uniche, e si custodiscono in questa biblioteca, nella  camera in cui  siamo adesso."

      "Non e' vero  che le edizioni rinascimentali delle opere di Platone ed Aristotele sono  le traduzioni degli originali greci e traduzini delle traduzioni arabe che sono  state tradotte dagli originali greci?!", chiesi .

      "Solo parzialmente, molto parzialmente!", rispose .”Gli ultimi scienziati, che  conoscevano quasi esattamente il contenuto della letteratura antica, erano i membri della famosa Accademia di Platone ad Atene, che  e' stata chiusa all' inizio del quinto secolo!"

 

 Il racconto sesto.

                  I versi della poetessa Sapfo

 

      I raggi della luce diurna , che  ottimamente illumina­vano questa camera, e che  provenivano attraverso un compli­cato sistema degli specchi, mi  sembravano  intrecciati in un confuso e pesante nodo: come i miei pesanti pensieri, e la mia fragile e dubbiosa conoscenza.

      "Andiamo di qua, ho  per te ancora delle sorprese!", interruppe la Lettrice mio silenzio.

      Notai  che  Ella sempre si esprimeva con le proposizio­ni perfette, le quali potevano essere imparate solo dalla letteratura antica classica . Fu affascinante il Suo modo di vestirsi, l'armonia dei movimenti del corpo, e la seducente espressione del volto. Su di esso, in qualche angolo, fu sempre  pronto un sorriso. Esteticamente tutto quello fu  perfettamente  ordinato. Come se fosse imparato dalla divinissima poetessa Sapfo... Sapfo, la regina della poesia, camminava sempre con noi, bella, seducente con un rottolo di suoi dorati versi!

      Tornammo  per la stessa strada. Da quel terzo corridoio passammo  al secondo, poi al primo, continuando fino alla sua fine, dove fu  collocata una scultura di  Demostene, grande oratore. La Lettrice  prese la scultura con atten­zione e la tiro'  verso di se'.

      Fu evidente che  Demostene  stava sulle ruote, e che il suo scopo non era di parlare agli Ateniesi sui pericoli dei Macedoni, ma bensi' di coprire un segreto passaggio. Dietro le sue spalle  fu nascosta una pesante  porta d'acciaio con tre diversi sistemi di chiusura. La Lettrice  apri'  due serrature con facilita', ma, la terza le procuro'  delle preoccupazioni. Si disserrava con la lunga, dentellata chiave e con la cifra , che  fu composta di cinque numeri e di due lettere.

      "L'ultima lettera dovrebbe essere l'"omega", ma i fun­zionari della regina spesso cambiano la cifra per paura, perche' qualcuno non penetri  nel segretissimo dipartimento della biblioteca", mi spiego'.

      "Tenteremo con  l'"epsilon", "iota" oppure "sigma". Mi ricordo che una di quelle lettere ha corrisposto sempre all'ultima cifra".

      Prima  giro'  la ruota fino al segno "epsilon" e tiro'  la porta, ma essa non si potevano muovere. Stesso risultato procuro'  lo "iota": "sigma" ci salvo'  veramente.  La porta possedeva un meccanismo che  la apri' da solo, perche', essendo massiccia e pesante, non si poteva  muovere.

      Davanti a noi scendevano le scale spiraliformi nel grande locale profondamente sotto il  livello della biblio­teca. Le ultime sbarre (delle scale) si erano "ficcate" nello scaffale quadrangolare coi libri alla parte opposta.

      "Qua non c'e' niente di particolare, i libri sono come in quel dipartimento della biblioteca in cui  possono en­trare anche alcuni ispettori del servizio reale. I nostri segreti si tengono  al piano inferiore , dietro  questa barriera con i libri", mi spiego'  mostrando lo scaffale quadrangolare .

      "Anche questo scaffale e' sulle ruote , e si puo' semplicemente muovere."

      La Lettrice con un leggero movimento della mano destra giro' lo scaffale con i libri a  sinistra. Di la' le scale continuavano a scendere profondamente sotto il livello al quale ci trovammo . Ella scese  prima, ed io subito dopo.

      Davanti a noi comparvero  stupende camerette, che  erano tra di loro collegate con  lungi ed ornati corridoi. Le scale finivano in una camera nella quale non c'era nessun libro, nessun testo, nessun segno. C'era solo una porta al muro alla nostra destra. La Lettrice l'apri', mi prese  per  la mano e noi passammo.  Ci trovammo  in un corridoio,il quale univa due parallele, lontane file di  camere ordinate ed attentamente tenute.

      "Qua si trovano interessantissimi testi originali e testimonianze di tutte le grandi civilta' antiche!", spiego' la Lettrice. "Nella terza, quarta e quinta camera ci sono testi dall' Egitto, Mesopotamia e di Persia, e nella sesta, settima e ottava ci sono quelli che provengono  dalla cultu­ra greca. Entriamo nella ottava camera , la' voglio mos­trarti qualcosa di particolare!"

      La camera veramente appariva ornata e solenne: sui bellissimi scaffali d'oro furono collocati i vasi greci, i scudi, le spade e le lance dei grandi eroi della guerra di Troia. Qua c'erano le coppe dalle quali avevano bevuto , e i tripodi sui quali si erano seduti i piu' saggi: Talete, Solone,   Pittaco di Mitilene, Cleobulo di Lindo, e gli altri.

      Su un muro fu stato appeso lo scudo di Achille. La Lettrice lo levo', e sul posto dov'era collocato apparve una porticina: attraverso quella  stese  la mano e prese  una coppa d'oro con coperchio, e disse:

      "Il testo che  voglio presentarti si trova in questa coppa!".

 

 Il racconto settimo.

                  Davanti al tempio di Afrodite

 

      Mentre  tirava il rotolo misterioso guardava il mio viso. Poi   distese la mano e me lo  porse, ed io lo sroto­lai vedendo il testo in greco antico. La proposizione iniziale era  questa: "Fummo  in due: Agatone e Diotima, e ci  avviammo verso il tempio di Afrodite".

      "Agatone e' lo scrittore greco delle tragedie, e Dioti­ma fu una celebre sacerdotessa, che  salvo’ gli Ateniesi dalla peste. Entrambi vissero circa al tempo di So­crate e Platone!",  esclamai.

      "Si', si tratta di loro!", confermo'  la Lettrice ed aggiunse: "Propongo di tornare nel nostro salone , di la' ci sara' piu' piacevole la lettura". Feci  un cenno con la testa.

      Ella mi prese  con la sua mano destra, e inizio'  a condurrmi per quella stessa strada per la quale  eravamo  venuti.  Tacevamo insieme, e quei  due nostri silenzi si intrecciarono in un difficile ed inestricabile nodo. Gli dei ci guardavano dai propri troni con  sincera comprensione.

      Le suonatrici d'arpe suonavano un silenzioso, appena udibile concerto, il quale richiamava alla mente il suono delle onde del  mare Mediterraneo mentre si avvicinano alle coste greche. La Lettrice si  appoggio'  sul divano , e io mi  sedetti in una poltrona , che  non era lontana piu' di un passo.

      "Vuoi che ti legga io, e tu ti potrai del tutto dedi­care all' ascolto?", mi chiese.

      "Penso che sia un’ ottima proposta!”, risposi . Poi' Ella inizio':

       "Fummo  in due: Agatone e Diotima, e ci  avviammo verso il tempio di Afrodite.  Di tempo in tempo in noi si accende la brama per la sublime bellezza della donna e per le delizie del piacere amoroso, dopo di che  andiamo a sacrificare alla dea Afrodite. Dal tempio ci  separavano ancora un centinaio di passi, quando nella prossimita'  scorgemmo Socrate mentre stava andando verso la citta'.

      "Ecco Socrate, potremmo chiamarlo a sacrificare insieme con noi alla dea Afrodite, e  conversare  dopo con lui. Non e' vero che gia' da tempo vogliamo tale conversazione con Socrate?!", disse Diotima ad Agatone, guardandolo interroga­tivamente.

      "E' un'ottima proposta: davvero sarebbe gradevole  sacrificare alla nostra dea dell'amore e della bellezza insieme con il magnifico Socrate. Ma, sarebbe ancor piu' piacevole sentire dalle sue labbra quello che dell'arte dell'amore fa  il sublime e celeste piacere, ed anche qualche cosa sull' attraente e mai abbastanza lodata  bel­lezza della donna. Percio', correro' a raggiungerlo , perche' si e' gia' tanto allontanato!"

       Cosi' disse Agatone, e non finendo il pensiero, corse verso  Socrate.

      Sentendo dietro di se' il battito dei passi, Socrate si volse. Non volendo far tante storie, Agatone subito gli  disse:

      "Se qualcuno volesse rallegrarti, ti chiedo con che cosa ti rallegrerebbe di piu': con quella bellezza , che  e' divina e immortale, e che ci seduce con i propri fascini dalla nascita fino alla morte, oppure con la piacevolezza che appartiene solamente ai mortali, percio' e' superficiale e di ogni giorno?"

      "Mi pare che tu voglia parlare cosi' da opporre  l'e­terno, ideale e perfetto  all' imperfetto, finito, superfic­iale, dopo di che stai domandandomi che cosa io sceglierei. E' cosi' Agatone?"

      "Per Zeus, Socrate, hai capito bene che cosa volevo dire. Ma, adesso rispondi dove andresti: verso la  prima che e' una cosa eterna, oppure verso la  seconda, che e' fini­ta?"

      "Mi domandi come se tu non sapessi. Ma, non sono cosi' sciocco da decidere per le cose mortali, se  gli dei mi of­frissero qualcosa che appartiene solo a loro!"

      "Socrate", disse Agatone, "tu ti sei avviato verso la citta', ma, ecco la nostra amica Diotima  davanti al tempio di Afrodite. In noi  spesso si accende la brama per la sublime bellezza della donna e per le delizie del piacere amoroso, dopo di che andiamo a sacrificare alla nostra dea Afrodite. Ma, giuro sul nome di Zeus, gia' da tanto tempo vogliamo discutere con te sul primo e sul secondo. Percio', non andare verso la citta', la quale  e' stata costruita per la vita terrestre, mortale, bensi', vieni con noi al tempio  per sacrificare e conversare di quello che e' eterno ed immortale!"

      "Hai detto bene Agatone, ma non sufficientemente bene per  poter persuadermi a rimanere. Penso , allora, di andare in citta', perche' mi sembra che  cosi' mi comandi la mia voce interna-daimonion, e con voi conversero' in un'altra occasione."

      Cosi' disse Socrate e volle salutare Agatone, ma, questo si oppose alla sua intenzione di andarsene con le parole seguenti:

      "Se  tu andrai , Socrate, farai dei danni ai  tuoi  amici ed alla filosofia. I primi saranno feriti dalla tua insensibilita', e la seconda sara' umiliata, ma, il tuo dovere e' di elevare la filosofia verso il cielo, ed ammaes­trare i propri amici quando ardono di brama di sapere. Percio', andiamo a sentire l'uomo illustre mentre parla sulla eccellente  bellezza della donna e sulle profondita' del piacere amoroso!"

      "Davvero non voglio offendere cari amici, ne' umiliare la filosofia, dunque, vengo con voi. Pero', non correre cosi', Agatone, perche' io sono scalzo, ed il tempio, per Zeus, non e' lontano!"

      Cosi' disse Socrate ed insieme con Agatone si avvio' verso il tempio.

 

 Il racconto ottavo.

            Sulla donna e sui piaceri d'amore

 

      Dopo il sacrificio i nostri cuori e cervelli erano mansueti e limpidi, e cosi' ristorati sedemmo tutti e tre al propileo del tempio, l'uno di fronte all'altro. Appena ci hanno visti, alcuni conosciuti Ateniesi vennero da noi volendo udire la nostra conversazione. Dopo di che vennero   gli altri, finche' non si fu radunata una gran folla di gente.

      Agatone comincio' così:

      "Sei d'accordo, o sapientissimo Socrate, che noi due, io e Diotima, biasimiamo l'eccellente piacere amoroso uguag­liandolo con il godimento di quando si beve e si mangia bene. Per quanto riguarda l'eccezionale bellezza della donna, anch'essa la presenteremo come debole e cattiva. Cosi' che sia ingannevole ed instabile, e che  piu' spesso ci rattristi che renda felici."

      "Se sei convinto , Agatone", disse Socrate, "che soc­correremo cosi' in un modo migliore l'incominciata indagine, accetto. Pero', io loderei subito l'uno e l'altro: come  fece  il magnifico poeta Anacreonte quando con tutto il cuore lodava il piacere d'amore, la giovinezza e la compag­nia delle ragazze. Non e' vero, che la brama del divino Orfeo per Euridice non fu  proprio infinita, e ritengo che sia  cosi' anche per i  semplici, mortali uomini?! Non lo sapete , forse, che il sorriso di una bella donna e' enfati­co e divino, e anche il suo volto, capelli, labbra, collo, petto, figura, gambe?! Ma, l'amore e' , come dicono Esiodo e Parmenide, la forza, che  muove le cose e le mantiene nell' armonia comune. Nel cosmo tale ruolo appartiene agli dei immortali, e nel mondo degli uomini mortali tale ruolo appartiene alla donna. Pero',nei vostri occhi vedo il sos­petto e disaccordo!"

      "Scorgi bene Socrate", disse Agatone, "non concordiamo completamente, perche' la donna con quei suoi divini fascini seduce l'uomo, e qualche volta fa del male. Non e' vero, che proprio il poeta Esiodo canta su una di quelle belle figli­ole, la quale e' stata fatta su  ordine dell'onnipotente Zeus come una punizione al genere umano?!

 

"Figlio di Giapeto, tu ti credi il piu' astuto,

e ti vanti di aver rubato il fuoco ingannando la mia mente:

ma cosi' hai procurato una grande sciagura, a te stesso e

agli uomini che verranno.

A loro, in cambio del fuoco, io daro' un male".

 

Cosi' disse, e rise, il padre di uomini e dei.

E comando' al glorioso Efesto che subito

mescolasse acqua e terra, e vi infondesse voce umana

e forza, per plasmare una fanciulla simile alle dee,

bella, dall'amabile viso. E ordino' ad Atena

di insegnarle il lavoro, per tessere splendide trame;

e ad Afrodite dorata di versarle sul capo

la grazia e il doloroso desiderio e la pena d'amore che

scioglie le membra; 

e a Ermes, il messaggero, l'uccisore di Argo, ordino'

di infonderle animo di cagna e mente ingannatrice.

Cosi' disse, e tutti obbedirono.

Subito il glorioso dio zoppo plasmo' con la terra

una figura di fanciulla, su comando di Zeus;

Atena dagli occhi azzurri le cinse la cintura e la adorno';

le Grazie e la sacra Seduzione le posero

al collo una collana d'oro; le Ore

dai bei capelli l'incoronarono coi fiori di primavera:

tutta era bella, ad opera di Pallade Atena."

      "Questa donna fu chiamata Pandora", disse Agatone, "ed ella  procuro'  agli uomini molti malanni, come dice Esiodo."

 

"Ma Pandora, la donna, alzo' il grande coperchio del vaso,

e lascio' sfuggire i mali, e procuro' agli uomini i tormen­ti.

Soltanto la Speranza resto' al sicuro nella sua casa,

dentro la bocca del vaso, e non volo' fuori,

perche' Pandora fece a tempo a chiudere il coperchio:

cosi' voleva Zeus adunatore di nubi."

      "La vostra saggia chiaroveggenza", pronuncio' Socrate, "merita elogio dorato, ma, io continuero' a sostenere che la donna  con la propria bellezza assomiglia  agli dei immorta­li. Sebbene, sia possibile che dalla idea di una donna fino alla realizzazione sulla terra ci siano degli errori , e, percio', che le donne appaiano nell'aspetto virile e perico­loso: che parlino dal ventre, che  crescano loro  i peli acuti, che abbiano brutte facce, e che vogliano percuotersi. Tuttavia  gli dei non possono essere responsabili se emergo­no quegli errori.

       La delizia dai rapporti con le donne puo' essere infinita, e con quell'atto si possono produrre  uomini potenti e saggi come gli dei. Questo sapevano bene  gli Egiziani  antichi, perche' nel Messaggio del grande dio Seth, che e' consegnato ai faraoni, si parla proprio di cio'".

 

 Il racconto nono.

 

                  Sui  potenti e divini uomini

 

      Gia' da quell'istante in cui vidi  per la prima volta il viso della mia Lettrice,  cominciai  ad abituarmi al senso della  propria  mediocrita' , che  mi invadeva lenta­mente e sicuro. Nei  miei  occhi apparivo come una inclina­ta, silenziosa  formica, che non sa  e non puo' alzare la testa verso il cielo.  Non ebbi  provato mai prima  cosi' dolorosa e profonda  vergogna per la propria  ignoran­za, come in quel momento  mentre ascoltavo la mia Lettrice quando leggeva il testo di Platone sull'arte dell' amore.

      Rimasi  sorpreso doppiamente: dal dialogo di Platone sull'arte del piacere dell' amore e sulla bellezza della donna, e dal  Messaggio di benevole dio Seth consegnato ai farao­ni. Gli avvenimenti  sfuggirono completamente dal mio con­trollo, ed io guardai  la Lettrice con una espressione di doloroso stupore, in cui  c'erano infinite difficili e fati­cose domande.

      La Lettrice  osservo' il mio imbarazzo e la mia sorpre­sa con lo sguardo naturale e semplice, con il labbruccio disteso in un sorriso quieto. Poi  si  alzo'  prendendo le pieghe del suo stupendo vestito, le  alzo'  in alto danzando una cadenza del valzer viennese, dopo di che scoppio' in una risata.

      Benche' piu' di tutto onoro il senno e la mitezza, questo sorriso della Lettrice non mi  apparve indegno, ma oltre, mi  piacque. Dopo disse:

      "Vuoi che ti racconti del Messaggio del grande dio Seth?"

      "Per Zeus, certamente che voglio!",  risposi.

      "Dunque, nei tempi piu' remoti, nell'alba della storia mondiale", comincio' a raccontare, "il dio Seth  decise di creare il mondo. Il ricordo della creazione del mondo  portarono tutti i popoli antichi, ma piu' di tutti gli Egiziani.

      Quell'enigmatico popolo egiziano ricevette tanti mes­saggi dagli dei  dopodiche'  il mondo fu creato. La sola impresa della creazione del mondo portava in se' infiniti rischi: gli uomini sono esseri mortali, favorevoli a riconoscere l'apparenza, l'inganno, la bugia come verita'.

      O, com'e' fragile, la mortale speranza umana, seducente con le false e pericolose illusioni! Come una farfalla nella notte attirata con lo  splendore ardente  della lampada, e poi , quel dolce inganno la  brucia ed incenerisce  le ali, e la farfalla cade sulla terra nera e morta. Ecco, anche l'uomo e' cosi', e gia' fin dai tempi più antichi il genere umano desidera intensamente  le sublimi ed irraggiungibili delizie, le quali sono a disposizione solo agli dei immorta­li!

      Un segreto gli egiziani  ricevettero dai loro  dei subito dopo la creazione del mondo: sul divino piacere d'amore, che  l'uomo  puo' raggiungere nei rapporti con le donne, e sulla creazione di potenti uomini, con  senno e voglia simili agli dei.

      Gli dei celesti  sapevano  , che tanti  uomini mortali, sedotti con  l'apparizione inebriante e con falsa illusione , sarebbero stati  spesso in tentazione di manipolare  il Messaggio. Percio', lo  affidarono agli uomini eletti, perche' furono sicuri che quelli non ne avrebbero abusato  mai.

      Ma, per che cosa il sommo piacere d'amore, e perche' potenti uomini,  con il senno e voglia  simili agli dei ? Per che cosa?!

      Quegli uomini guiderebbero l'Egitto, e poi  tutto il mondo attraverso la storia. Loro sarebbero i sovrani dell'Egitto, emanerebbero  le leggi, scriverebbero i libri,  troverebbero scoperte che sono necessarie agli uomini. Se l'Egitto cadesse  in una catastrofe, sarebbe possibile per un breve periodo, per due decenni, con quella tecnica creare gli uomini, i quali tirerebbero il paese indolorosamente dalla crisi.

      E' sicuro che quel Messaggio doveva essere, come io dissi, affidato al minimo numero degli uomini. Purtroppo, nonostante che il dio Seth abbia  preso delle misure severe di precauzione, che del Messaggio non si abusasse , proprio questo  si  successe. Il papiro , sul quale esso fu  stato scritto, era  perfettamente nascosto, ma nonostante cio'  scomparve, e questo  causo'  innumerevoli catastrofi umane attraverso la storia”.

      Sedei   nella mia poltrona pietrificato, contratto, con un indescrivibile dolore nel petto. E' possibile che tutto questo sia una verita', che nessuno  non sappia niente di questo, oppure almeno sembra cosi', che nessuno non sappia niente?!!!

      Continuai  ad udire la mia Lettrice con devota atten­zione. Fu evidente che questa perfetta donna apparteneva ad un'altro mondo! Fu evidente che Ella non  visse  in quella grigia, triviale e noiosa banalita', nella quale vivono le altre centinaia di milioni di uomini!

      Questa donna apparteneva ad un altro mondo, nel quale  le misure umane sono dedotte dalla profonda conoscenza dell'uomo e della sua storia. Pensai: chi fu questa donna cosi bella e seducente, illuminata e perfetta? E’ una sacerdotessa del potente dio Hermes...? E’ devota alla nostra santa dea Hator dal monte Sinai...?

      Per quanto riguarda la verita’, non c'e' era nessun dubbio che fu proprio cosi' come Ella disse. Io fui  sicuro di questo, proprio come sono sicuro quando dico che "uno piu' uno fanno due" oppure "due piu' due fanno quattro".

 Il racconto decimo.

            Santuario degli dei

           

 

      Udendo il racconto della Lettrice,   sentii come se    davanti al mio lacrimoso e curioso sguardo muovesse un'  immensa, torbida nuvola che mi nascondeva la verita'.  Iniziai  a chiedermi: chi poteva   rubare il Messaggio degli dei egiziani, se fosse perfettamente nascosto?!

      Costui che   decise di commettere tale delitto si opponeva all' intenzione delle forze eterne , agli uomini ed a tutta la storia umana. Non fu per questo necessaria immen­sa  arroganza e prepotenza?! La Lettrice  continuo'  a raccontare:

      "Come e' noto, i faraoni egizi hanno le origini divine, e i nostri  grandi dei decisero di  rivelare il contenuto del Messaggio proprio a loro. Il piu' enigmatico ed il piu' potente di tutti i faraoni fu Menes , ed egli lo  rice­vette .

      Anche per i piu' saggi egiziani il volto di Menes fu inspiegabile e coperto di tanti segreti. Egli ebbe  relazio­ni con gli dei onnipotenti, e conosceva tutte le forze segrete del cielo e della  terra. I suoi passi e il suo respiro non furono umani, perche' dentro di essi furono nas­costi, in un modo bizzarro ed inesplicabile, gli  inizi della storia umana.

      Dicono che il potente faraone Menes  ringrazio'  gli dei con commovente ed entusiastica sottomissione, proprio perche' lo hanno scelto per  affidargli  il Messaggio miste­rioso. E i creatori immortali del cosmo  terminarono la consegna con queste  parole sublimi:

      "Che siano lodati e glorificati gli egiziani, il primo ed unico popolo mondiale che  guardo'  la creazione del mondo, e che queste offerte gli servano per  essere eterno e potente!"

      Il faraone ben sapeva che, con il Messaggio segreto, ebbe   nelle mani il difficile, e ai semplici uomini mortali incomprensibile destino del mondo. Oh, come quei magnifici tempi furono inondati con divina ed umana allegria! In quei  lontani inizi, il sorriso umano fu  strapieno di delizia innocente, la quale un giorno scomparira', e non rimarranno le tracce di essa.

      In quegli anni c'erano spesso lussuose e maestose feste. Come i  primi uomini seppero  esaltare e glorificare le bellezze della vita, e le gioie, che si nascondono in essa! Lo fecero  cosi' come oggi  fanno i bambini: con sublimita’, allegria, con cuore.

      Il cuore di Menes, esaltando e glorificando il celeste ed eterno dio Hermes , impensierito,  cerco'  il modo di nascondere il Messaggio dagli sguardi indecenti e maliziosi. Pero', se occorresse, dovrebbero poter trovarlo i faraoni futuri, oppure gli egiziani eletti. Perche', nessuno puo’ sapere quando lo stato divino sul Nilo  cadra’ in qualche turbolenza!

      Fu un  grande sacerdote di dio Hermes conosciutissimo architetto. Insieme a Menes  solo  lui  sapeva del Messaggio. I sentimenti e pensieri del sacerdote furono purissimi , e strapieni di brama per l'ordine celeste e per la felicita' dell'Egitto terrestre. Ai dubbi del faraone egli  rispose:

      "Il nostro dovere e' fare  un sacro santuario nella città di Tanis nella forma pri­mordiale del mondo, in ricordo del   buono ed onnipotente dio Seth, che  costruì le nostre abitazioni, il nostro fiume, le piante, gli  animali, l'acqua e l'aria.  Quel meraviglioso segno attirera' innumerevoli egizi e tutto il mondo a pellegrinare verso sacra città di Tanis. Nonostante ci saranno nei tempi lontani quelli che  vorrebbero distruggere, demolire santuario e la sacra città di Tanis, questi sacrari  rimarranno per sempre. Come un segno e ricordo del  primord­iale e di eterna bellezza. Come una stella imperitura, dorata, come santuario della nostra cara dea Hator sul monte Sinai!”

      Il saggio sacerdote prosegui’: “Penso che sia il miglior modo  di nascondere il Messaggio proprio nelle mura del Santuario.  Per i faraoni futuri e i loro  stretti collaboratori, faremmo il disegno segreto e lo lasceremmo in un posto particolarmente sorvegliato. Servendosi di quel disegno  sara' possibile trovarlo ed usarlo per il bene dell' Egitto e di tutto il mondo.”

      “Come dissero i nostri dei , l'Egit­to forse attraversera' grandi tentazioni, ed in quei momenti il divino piacere dell' amore ed il frutto di quel piacere, l'uomo geniale, saranno gli unici  in grado di aiutare. Per tutto questo dovremmo dire ad alcuni eletti uomini dov'e' il disegno, e che cosa devono fare per raggiungere il papiro divino."

      Cosi' parlo’ il grande sacerdote oppresso dal infinito dolore che cadra’ presto sul mondo intero.

      Menes,il sovrano terrestre,  udì  queste parole con molta atten­zione. Disse che l'idea gli piacque e poi chiese:

      "In quale posto nel santuario  nasconderemo il testo?"

      "Il potente faraone",  comincio'  a rispondere il sacerdote, "conosce, che avevo  gia' fatto il disegno del nostro santuario e  sono rimasti soltanto alcuni dettagli da termi­nare".

      Poi  il grande sacerdote porto'  molti complessi diseg­ni, sui quali si pote'  vedere la terra rotonda, il sole giallo ed ardente , ed ancora molte piu' piccole sfere. Il disegno del santuario fu   fatto cosi', che dalle sue mura, in modo misterioso e miracoloso, usciva tutto il cosmo: il sole, la terra, e tutte le altre piccole sfere.

       L'abile mano del sacerdote prese un  sottile, allunga­to bastoncino, e comincio'  davanti agli occhi del faraone ad attraversare le mura del sacrario. Improvvisamente si fermo' in un posto, e il sacerdote, voltando il proprio viso verso lo sguardo degli occhi del faraone, disse:

      "Ecco, propongo di nascondere il Messaggio  in questo posto!"

      "Sarebbe il papiro in questo caso  accessibile agli uomini, se avranno bisogno, diciamo, fra  mille oppure cinquemila anni?"

      "Certamente, usando  il disegno lasciato nel palazzo reale, sarebbe possibile in qualsiasi momento trovare il papiro, prenderlo e leggerlo!"

      "Penso che questa idea  sia ottima!", disse con grande sollievo il faraone.

 

 Il racconto undicesimo.

            In braccio alla speranza divina

 

      Sebbene potente, perche'   uomo divino,  Menes, pen­sando di poter  raggiungere il perfetto piacere d'amore, e di poter   creare  l’uomo geniale, si  sentì  ancor piu' potente, vero e unico padrone dell'Egitto. Seppe  bene, che nessuno tra gli uomini vivi sapeva quello che sapeva  lui, e quella conoscenza gli rinvigoriva l'amore verso gli dei onnipotenti.

      Quando il cuore del faraone si fu calmato dai forti ed eccezionali eventi,  chiamo'  i suoi migliori servi, e a loro  ordino'   di preparare una grande festa, alla quale avrebbe banchettato  tutto l'Egitto.

      "Che siano invitati i migliori musicisti, eccellentis­sime danzatrici, i migliori dei migliori poeti, che vengano matematici e medici, fornai e dolciari, che siano radunati tutti i sacerdoti d'Egitto, tutti i distinti uomini, che si rallegrino i bambini, e che i genitori  siano spensierati! Domani inizieremo  la festa , che durera' una settimana, tutto per la gloria degli dei egizi. Subito dopo incomin­ceremo un grande lavoro per la lode e gloria dei nostri eterni protettori!"

      Il giorno dopo  allo spuntar dell'alba tutto l'Egitto fu  svegliato da  musica e canti , che  provenivano da ogni parte. I grandi depositi di  grano furono  gia' aperti, e ciascuno prese  quanto volle  non pagando niente. Sul Nilo furono ancorate molte navi, che  i marinai ornavano con i fiori .

      Verso la sacra città di Tanis comincio'    ad avviarsi  la gente da tutte le parti del paese, avendo l'intenzione di rimanere la' fino alla fine della  festa. La' erano solenne­mente ornati ragazzi e ragazze, ma anche molti vecchi e bambini. Cantarono canzoni votive ed esclamarono: "Che sia sempre lodato il nostro grande dio Seth !"

      Tanis fu la citta' del bene , la citta' della luce e della giustizia, anche  per ogni egiziano in piu' lontana provincia, e in paese fuor di mano. Neanche un faraone, sebbene il piu' potente sovrano terrestre, non ebbe maggiore diritto rispetto agli altri egiziani, e cio'  si vedeva ovunque, particolarmente a Tanis. Percio', nella  capitale si fu sentita sempre l'allegria divina sui visi della gente, ed in quel momento  la gioia si innalzo'  verso il cielo.

      Gia' dopo l'alba  per le strade passavano cantando  innumerevoli cortei di  gente. Gli abitanti  aprirono le porte delle loro  case a coloro che venivano dalle parti lontane.

      Da  parti lontanissime arrivarono  uomini, che ebbero  la pelle piu' scura che i domestici. Le feste  cominciavano intorno ai grandi templi, sulle piazze e nei cortili delle ricche case. Su ogni volto ardenti sorrisi danzavano, danza­va l'estasi, l'allegria, l'estasi e l'allegria innocentis­sime.

      Ma non fu  così solo nella  capitale: ed in ogni altra citta' il giorno  comincio'  con allegria e canto. La noti­zia dell'ordine del faraone, di preparare la solenne festa in onore degli dei egizi,  giunse fino all' ultimo villaggio. Percio', i suoi abitanti avevano iniziato a cantare dall'al­ba.

      In confronto a  tutti i popoli antichi , gli egiziani furono molto diversi: la loro  allegria fu perfetta, la loro estasi fu nobile e ricca come la primavera al Nilo. Il loro canto fu  elevatissimo, divino. E  quando cantavano , insieme  con loro cantava il cielo azzurro e il sole ardente e dora­to e tutti i sacerdoti del dio Seth.   

      Una antichissima storia in Egitto racconto', che gli egiziani furono  nati nelle immense profondita' del cielo, e di la' i loro antenati scesero  nella valle del Nilo. Un' altra racconto', che la loro madre fosse  la schiuma del mare , e che si avviassero   dalla costa del mare verso la costa del Nilo per fondare l'Egitto divino.

      Percio', gli egiziani cantavano cosi', che nessuno dopo di loro non sapra', e la loro allegria fu innocente ed imma­colata come la schiuma del mare. E distinta come immensa estensione del cielo azzurro, che velo' l'Egitto, ed, allo­ra, tutto il paese danzava nel ritmo dell'amore delizioso verso i propri  dei.

      Il banchetto  incomincio' intorno a mezzogiorno: c'era della birra, del vino, carne, dolci... Per quelli sul Nilo, nelle barche, fu  stupendo: loro si dondo­lavano sulle onde della mite e mansueta allegria, e da loro venivano i venti della lontana Africa, silenziosi come un sussurrio di amore.

      Nel pomeriggio fu  inaugurata una grande preghiera contro le forze del male   sulle coste del Nilo. Ogni egi­ziano seppe  che l'ordine cosmico, e anche l'ordine dello stato d'Egitto, dipendeva dalle forze, che   costruirono il mondo. Oltre alle  forze del bene di eterno dio Seth, esistono anche le forze del male, ed esse sempre minacciano di trasformare l'ordine del cosmo  nel caos.

      Percio', quelle forze di male si opponevano quando gli dei fra gli  dei, Atum e Ra , decisero di creare l'uomo, i monti, le pianure, gli animali, ed a tutto questo donare l'ordine. Le forze del male non furono tranquille mai, non dormivano mai, ma sempre facevano sperando di procurare all'Egitto pesanti ed insopportabili disgrazie. Per questa ragione, il divino popolo d'Egitto non tralascio' occasione di respingere con le preghiere umili quel pericolo.

      Forse il sole in Egitto non aveva   brillato mai come in quei giorni. Il cielo ardeva di fiamme, di calore e di luce; i sacerdoti del dio Amon con tutti gli dei  si furono velati con la luce e con i veli azzurri, e cosi' salutarono il proprio popolo ed il suo sovrano terrestre. Furono in mille, centinaia di migliaia di  uomini, immensa  gioventu', e bambini nelle   braccia dei loro genitori e nelle braccia della speranza, calda e divi­na.

 

 Il racconto dodicesimo.

                  Il nobile e celeste silenzio

 

      Il Nilo si azzurrava come il mare, come l'oceano, come il cielo. Dal sacro monte Sinai proveniva un vento mite,dolce come il miele. Centinaia di migliaia di uomini  aspettarono la festa della preghiera, cantando l'inno all'Egitto eterno ed al dio Amon. Sulla costa del fiume, sulla sua parte occiden­tale, fu  innalzata una collina artificiale come la scena, che si poteva vedere da molta lontananza.

      Verso la scena dalla parte orientale venne   ornato  il faraone Menes  con numeroso accompagnamento. Quando lo   scorsero, la gente comincio'  ad esclamare :

       "Il giorno inizia  con l'alba,

   e le leggi dell'Egitto

  con la parola del faraone.

   Nel cielo brilla il sole,

   e in Egitto il faraone,

   nostro legislatore!"

 

      Il volto del faraone si avvicino'  alla scena, e si fermo' un centinaio di passi lontano da essa. Su quel volto splendeva allegria, orgoglio e pace. Tutta la giustizia del cosmo fu  stata disegnata su quella fronte e su quella faccia, e questo sapeva ogni egiziano.Il dio Amon splendeva di una felicita’ eterna che proteggeva tutto l’Egitto.

      Nella  statura di Menes, nel suo sguardo, nei movimenti delle sue mani si rifletteva quell'infinito sapere sull'inizio, sull'inizio primordiale, e sui passi futuri dell'umanita'. Il faraone fu la testa dell'Egitto, e senza di lui tutto sarebbe crollato e sarebbe morto , come il giorno crolla e muore al crepuscolo della sera, dopo il tramonto del sole. Il nostro grande dio Amon lo tiene innalzato verso le stelle e lo protegge con la mano potente ed invincibile.

      Dalla parte occidentale verso la scena si stette avvi­cinando un gruppo dei sommi sacerdoti lussuosamente vestiti. Anche loro si furono fermati ad un centinaio di passi. Arri­vando cantarono una canzone al faraone, all'Egitto ed agli dei. Le loro voci furono  tenere, amabili, ed inducevano  sublimi sentimenti.

      Dalla parte  sud si accosto'  un gruppo, anche quello  lussuosamente vestito: furono i sommi funzionari dello stato, il comandante del palazzo reale e i suoi collaboratori. Con loro c'erano i sommi comandanti dell'esercito e gli amministratori delle provincie dell'Egitto. Tutti si  ferma­rono ad un centinaio di passi dalla scena.

      I membri della famiglia reale si avvicinarono da  nord. Tra di loro ci furono  molte, molte belle donne. Oh, come  le egiziane furono belle ed esaltanti, e come eccitava la loro  vicinanza! C'erano   ugualmente irresistibili donne tra le  egiziane  semplici, ed erano ugualmente belle come se fossero nate nel palazzo reale, e come se si coricassero e si alzassero  dal letto aristocratico.

      Tutte sono raffinate, con le bellissime acconciature, con eleganti,  lunghi  vestiti, cosi', che si  puo' vedere benissimo il divino splendore dei loro corpi. Ma, piu' dei loro corpi e dei loro  vestiti, quello che attira di piu', ed e' veramente irresistibile, e' la pace, l'assennatezza, il pudore dei loro cuori!

      Oh, com'e' quella pace, quella assennatezza, quel pudore, com'e' tutto questo  reale, oggettivo, toccabile! Da nessuna parte in Egitto, se si  percorresse dal nord  al sud, dall'est all'ovest,  si potrebbe trovare una boriosa ed impudente donna.

      Le egiziane sono carissime madri, leali e perfette mogli, e come donne esaltanti e deliziose! Neanche gli dei  nascondono che  li piacciono, e quando non lavorano, ripo­sati , sognano i fascini delle bellissime donne d'Egitto.Tutte queste splendide donne furono sacerdotesse del protettore del Egitto, di dio Amon.

      Il sole comincio'  a nascondersi al cielo azzurro, occidentale, pero', nessuno  si curo'  delle ore. Se qualcu­no qua, oppure in qualsiasi altro posto, chiedesse a qual­siasi egiziano "che ore sono?", otterrebbe la seguente risposta:

      "Questo e' l'Egitto, e noi adesso celebriamo la bellez­za dell'ordine perfetto, la bellezza della Pace, la  bellez­za della Vita. Tutto l'Egitto giurera' adesso di difendere l'ordine divino, la pace e la vita, e che combattera' contro il male pericoloso, se ci attacchera' !"

      Poi , tutti i canti si calmarono,  tutti gli invitati ed il pubblico si sedettero . Poiche', non si sapeva  il numero di questa gente, e poiche' si sedettero in un is­tante, quando il faraone alzo' la mano, sembrava come se fosse una immensa pianura di grano allettata, mietuta in un attimo.

      Dopo  un po'di tempo regno'  il silenzio, silenzio piu' silenzioso di un respiro, e di un muto pensiero umano. Gli uomini furono ammutoliti concentrati nel silenzio eterno, anche il faraone stette seduto taciturno, privo di voce come uno scolpito monumento di marmo.

      Quando sono  in qualche dubbio, quando si trovano dinan­zi ad un grande lavoro, davanti ad un fatto eccezionale, loro tacciono, tacciono con un silenzio lungo e umile, come  se gli dei dell' Egitto li tolgano la voce e la lingua. Ep­pure, proprio per questo, tale popolo e' splendido e saggio: perche' sa  tacere!

      E l'Egitto e gli egiziani sono un  enigmatico, nobile, celeste silenzio, che  fu stato  costruito dagli dei eterni, e quel silenzio stara' davanti alle civilizzazioni future come un monumento ed una sfida.

      Il sommo sacerdote si   alzo' , ed inizio'  a  marciare verso la scena.  Salito su di essa, ando'  al centro e si inchino' , di la' si  avvio'  verso la parte dove fu il faraone. Dopo aver  raggiunto l'orlo, si  inchino'   profon­damente, restando in quella posizione un po' di tempo. Poi si alzo', e il faraone gli fece un segno con la testa. Il sacerdote subito corse  ad ovest, e si inchino'  di la', e poi, a  sud e  a  nord, e di la' salutava i dignitari.

      Poi  torno' al centro della scena, dove cominciavano ad avvicinargli le piu' belle di tutte le egiziane: con i volti, che  avevano le dee immortali, e con i capelli piu' dorati di spighe del grano.

 

 Il racconto tredicesimo.

 

            Il dio Seth protegge l’Egitto!

 

 

      Si fu  fatto buio quando  quelle belle donne con i loro  corpi crearono  un raggio di  sole, che raggiungeva l'Egitto al di la' dei  monti. Il raggio poi divento'  piu' forte, piu' brillante, piu' vicino. Al di la' dei monti dopo  apparve    un pezzetto del sole, come l'annuncio del giorno, della vita, del futuro. Il sole diventava sempre piu' grande, ed il suo calore si senti'  sulla scena, in mezzo agli onorati invitati e  all'immensa gente.

      Oh, quale sublimita' si pote'  sentire e vedere sulle coste del Nilo in quei momenti! Brillarono insieme, il sole e le egiziane : il sole con il suo nobile calore e fuoco elevava, e celebrava la donna nel suo abbraccio. E quelle belle donne dal Nilo sostenevano quel  grande ed eterno sole sulle loro  spalle, come una pallina da bambino, e in tutto questo regno'  l'armonia perfetta.

      Quando quella scena   suscito'  dei sentimenti divini negli uomini, comparve nuovamente il silenzio. Si udì il Nilo come tacitamente scorreva da nera e lontana Africa, e come con se' portava il venticello mite e dolce come l'alba di primavera. Poi echeggiarono le voci, le voci che non provennero  solo dalla scena, ma, anche, dal pubblico, dalla gola del faraone, dai comandanti militari e civili, dai piu' stretti collaboratori del faraone e dalla sua famiglia. E come se quelle voci arrivassero dalla storia, dal cielo, così da  elevare lo spirito e il pensiero, e trasformare il corpo  in un nodo di brividi.

      "Noi siamo i figlioli  dell'Egitto, noi siamo il pen­siero, noi siamo il respiro dell'Egitto. Noi facciamo voto agli dei Amon e Seth  che ameremo  l'Egitto. I nostri cuori, i nostri desideri sono i fili dai quali tesseremo una corona al Nilo eterno. Ed esso ci nutrira', i nostri figlioli, i figlioli dei nostri figlioli, e a questo non ci sara' mai la fine. Guardiamo il principio del mondo, guardiamo questo giorno, guardiamo il futuro: i nostri dei veglieranno su di noi e sull'Egitto. Finche' ci saranno i giorni e finche' ci saranno le notti, i figlioli dell'Egitto canteranno al loro paese con tutto il cuore!"

      La notte tarda con il suo velo  copri' la scena, il faraone ed il radunato popolo. Il giuramento agli dei ed all'Egitto ancora vampeggio'  come le fiamme che furono  accese sul Nilo. Poi, le voci scomparvero nei petti, e dopo si tranquillizzarono completamente . Chi furono quegli uomini quando così concordemente cantavano l'eternita', cantavano della luce, cantano della brama?

      In tal momento  quel sole creato dalle egiziane inizio'  a tornare da dove era provenuto: si trasformava in  lonta­ni, sottili raggi, che pian-piano oscuravano e si perdevano  dalla vista. Al centro della scena rimase il sommo sacer­dote, che comincio' a pronunciare:

      "Divino faraone, Egitto, egiziani, voi tutti sapete da dove proveniamo e qual e' il nostro scopo. Noi siamo arri­vati nella valle del Nilo lasciati dal pugno dei grandi dei. I dio Seth e’ la terra, il cielo, le piante, il fiume, e’ il sole, la notte e il giorno. Noi egiziani siamo creati per riempire un vano nella armonia perfetta del cosmo.

      Senza l'uomo il Nilo sarebbe un fiume di lacrime, ed il giorno rimarrebbe  muto e vuoto. Le notti sarebbero sorde e disperate, ecco, per questo motivo gli dei buoni hanno creato noi egiziani! Pero', in questa bellezza universale ci sono anche delle forze del male, che giacciono in noi uomini.Quelle forze non riposano e non dormono, ma  guardano ogni istante di trasformare questo mondo del sole e della luce   nel mondo dello spasmo, del dolore e dello stridore dei denti. Percio', noi dobbiamo spesso rinnovare il giuramento al benevolo dio Seth, che ci protegga dalla maledizione e dalle sventure. Che  maledizioni e sventure siano lontane dalle nostre abitazioni, dai nostri figlioli, dal Nilo, dall'Egit­to!"

      Il sommo sacerdote si  fermo'  un attimo, cosi' che la proposizione ultima avesse  tempo di riflettersi come eco, come avvertimento, come minaccia, dalle acque del Nilo, dai lembi della scura e profonda notte. Poi comincio' a parlare:

      "Egiziani, egiziani, popolo divino, ripetete insieme con me: " Che  maledizioni e sventure siano lontane dalle nostre abitazioni, dai nostri figlioli, dal Nilo, dall'Egit­to!"

      Adesso  sulla scena sale una moltitudine di gente, ognuno con il proprio sole nella mano, elevato sopra la testa. Ci sono centinaia, migliaia, innumerevoli soli sulle coste del fiume. Poi, improvvisamente, sulla scena compare un grande e pericoloso serpente, e comincia  a vibrare con la lingua.

      Quegli innumerevoli soli si uniscono e da essi si crea  uno  grande, che arde di una fiamma che puo' scaldare tutto l'Egitto. Tutto il paese faraonico dal Mar Mediterraneo fino alla provincia Nubia a  sud si trasforma  nello  spasmo e nella paura. Il serpente con la sua grande faringe comincia   ad avvicinarsi al sole inghiottendo tutti i raggi, i quali si disperdono   verso l'oriente. Il sole inizia   a sprofon­darsi nella faringe del serpente, come un pezzetto di papiro in una vampata.

      In quel momento si spensero tutte le luci, e comparve profonda, nera ed incerta la notte. Sembrava che, solo per un attimo, tutto l'Egitto si fosse sprofondato nella faringe delle potenti forze del male. Pero', in quell'istante il sommo sacerdote cadde prosternato, e comincio' a pregare ardente­mente, ed il sole inizio' a restituire il proprio splendore. Quel  pericoloso e brutto animale rimase  sdraiato sulla scena, bruciato ed incenerito con il fuoco del principio primordiale e con la fedelta' degli egizi ai propri dei.

 

Il racconto quattordicesimo.

             I pittori nel palazzo del faraone

 

      In quell'attimo si creo' una  indescrivibile festa ed allegria. Gli egiziani esclamarono:

      "Il dio Seth  dell'Egitto e’ piu' forte   del  male nel genere umano. All'Egitto appartiene l'eternita', e alle forze del male  la morte. Il Nilo portera' con le sue acque ogni anno in abbondanza dei viveri  , ed il male scomparira'. Ti ringraziamo dio Seth dell'Egitto perche' proteggi noi e le nostre abitazioni!"

      Questa festa,  iniziata tanto tempo fa, fu  ancora in corso e suscitava ammirazione e orgoglio. Verso la scena allora si avvio'  il faraone. Gli egiziani si furono alzati dai propri posti, e i passi del faraone inducevano in loro il vigore, che fu celeste e onnipotente. I passi del sovrano terrestre si udirono  come ammonimento a costoro che sogna­vano del male all'Egitto. Egli fu sulla terra quello che erano gli dei nel cielo: garante dell'ordine e delle leggi, sicurezza sul quale si appoggiava tutto l'avvenire dell' umanita'.

      Il sommo sacerdote  aspetto'  il piu' potente egiziano abbassando la testa profondamente. Quando il faraone si fu assai avvicinato ,  esclamo':

      "Egitto, ecco il vostro re!"

      In quel momento l'immensa moltitudine  rispose:

      "Il faraone e' il nostro re, e noi lo amiamo!"

      "Giuriamo al faraone come giuriamo agli dei!", disse il sacerdote, e il popolo subito rispose:

      "Giuriamo al faraone come giuriamo agli dei!"

      Il sommo sacerdote comincio' ad allontanarsi, e il potente faraone lo aggirarono quelle splendide egiziane, che  un attimo prima  abbracciavano il sole. Iniziarono ad inchi­narsi una per una, e, poi, intorno al faraone con i loro stupendi corpi fecero un  rosso, ardente cuore umano. Il sovrano divino divento' il re di quel cuore umano, e quando si creo' silenzio muto, disse:

      "Egiziani,

vi prometto e vi giuro

che l'Egitto sara' eterno,

 e che l'Egitto sara' il tempio

del dio Seth celeste sulla terra,

e che sara' potente ed inespugnabile!"

      Ed il popolo ripete' nuovamente: "Giuriamo al faraone come giuriamo agli dei!"

      La festa duro' ancora dei giorni: l'Egitto  volo'  sulle ali del canto inebriante. E quei giorni della festa e di preghiera  rinvigorirono la vita terrestre, e  lasciarono  un segno al cielo e sulla terra. Da allora in poi gli albeg­giamenti in Egitto scorrevano come l'onda al Nilo, che  piano e sicuro sbocca   nell' immensa , verde vastita' del Mare Mediterraneo.

      Nel palazzo reale tutto  pullulava della vita. Arrivarono molti sconosciuti uomini  insolitamente  vestiti  dalle piu' lontane province egiziane. Gli amministratori delle province dopo la festa non sono    ritornati alle loro  residenze, solamente  hanno mandato  i propri sostituti.

      I sommi sacerdoti e i direttori dei templi piu' grandi anche loro sono  rimasti  nel palazzo del faraone.  La'   vennero anche i piu' grandi matematici e geometri, ed anche periti per la irrigazione. Ci furono  alcune migliaia di artisti, pittori e scultori, e tutti tenevano nelle mani  parecchi papiri. Alcuni piu' zelanti si erano addormentati sopra srotolati papiri nel cortile del palazzo.

      I giorni, che  seguirono dopo la grande solennita' sul Nilo, furono cosi' belli, come quelli mentre  essa si svol­geva. Fu  evidente che  nel palazzo del faraone  stava  succedendo  qualcosa insolito, e gli  egiziani seppero  che sarebbero stati presto informati su  cio'. Al faraone arri­vavano zelanti direttori dei tesori dello stato.

      Tutto accadeva nelle numerose grandi e piccole sale. In una di esse i periti edili  studiavano un grande disegno messo al muro dal pavimento al soffitto. Su di esso furono stati disegnati molti, complicati dettagli con due fondamen­tali,  oblique linee , che si  tagliavano alla sommita'.

      Da  alcune centinaia di quei periti edili solo tre si separarono , presero  un piccolo rotolo e con i servi entra­rono  nella residenza del faraone. Il sovrano li accolse  cordialmente, con amichevole stretta di mano a  tutti e tre. Prima che aprissero il rotolo, li sorprese  con una domanda circa le  loro famiglie.

      Se ci fosse stato un qualsiasi egiziano ai loro posti, non avrebbe risposto  che la sua famiglia stava male, perche' tali  non esistevano in Egitto. Inoltre, questi funzionari statali vivevano nei lussuosi , privati possedi­menti, percio' le loro mogli e i loro bambini ogni giorno ringraziavano gli dei per la comodita' , che  gli fu  data.

      Solamente, il faraone volle  onorarli con la sua parti­colare attenzione, percio' i muratori risposero:

      "Le nostre famiglie ogni giorno dopo l'albeggiamento e al crepuscolo fanno un sacrificio agli dei immortali, e pronunciano un ringraziamento al potente sovrano terrestre. Perche' sono sane, e una vita  migliore  di questa non sono in grado di immaginare!"

      Poi, il faraone sorrise   e disse:

      "Il mio dovere e' curarmi degli egiziani cosi' che si sentano bene, perche' cosi' ho giurato agli dei".

      Finalmente gli ospiti srotolarono il papiro, ed inizia­rono a spiegare ogni dettaglio. Dopo che ebbe esaminato  i muratori, particolarmente circa i  canali per la comunica­zione e  alcuni luoghi per i quali hanno accentuato che  in essi " si incontrino l'eternita' con il segreto", il faraone li lascio'  andare dicendo di essere molto soddisfatto.

      In un' altra grande sala molti pittori con i loro pen­nelli stavano sopra  alcuni grandi quadri. Quei quadri erano stati disegnati con  colori vivi, e i pittori giravano intorno ad essi guardandoli dalle diverse posizioni.

      "Mi pare che  tutto sia perfettamente ordinato!", disse uno di loro. Gli altri fecero  un segno con la testa non pronunciando nessuna parola. Poi in tre, come fecero  prece­dentemente i muratori, prendendo tre piu' piccoli rotoli, si avviarono verso la sala del faraone. Poiche'  domandava loro quelle  simili amichevoli coserelle, il faraone  scherzo':

      "Volentieri diventerei un pittore almeno un'ora, come siete voi tutta la vita, se non giurassi agli dei!"

 

 Il racconto quindicesimo.

      Sulla bellezza celeste negli occhi di Nebsenit

 

      In una sotterranea sala, riccamente ornata, che  fu posizionata esattamente sotto la personale residenza del faraone, si stava scrivendo il testo del segreto Messaggio del dio Seth. In quella sala il faraone teneva le riunio­ni con i piu' stretti collaboratori solo in caso di estrema necessita'. Quando si doveva  prendere una decisione di una straordinaria importanza per tutto lo stato, oppure quando si riceveva  un segreto divino.

      La sala fu   fatta di muri di vetro azzurro con le figure d'oro degli dei egizi. Tutti coloro che    entrarono in essa, e furono   veramente  pochi, affermarono che l'uomo dentro avesse un rapporto diverso nei riguardi dell' altro mondo.

      "Appena si entra nella sala", racconto'  un vecchio collaboratore del faraone , "il corpo invade una sensazione di  pace completa e di una indescrivibile leggerezza. Se  laggiu' si prendono delle decisioni su qualcosa di impor­tante, dunque, si puo'  fare nella assoluta pace dello spirito!"

      Allora tre guardiani la' sorvegliarono   , e li fecero  cambiare   ogni mezz'ora. Ogni ora entrava un pittore dalle piu' lontane province per disegnare solo un segno.

      Il papiro sul quale si scriveva il Messaggio fu  stato trattato con  metodi particolari, cosi' che intatto potesse stare migliaia di  anni. Quell'esemplare fu  scelto di una grande quantita', che fu  trasportata specialmente per questa occasione nel palazzo del faraone. Lo scelsero  e prepararono i migliori esperti per parecchi mesi.

      Tra i collaboratori del sovrano terrestre si narrava che il papiro,  a lungo e ostinatamente ricercato, sarebbe  stato usato dal faraone per le lettere d'amore ad una conta­dina egiziana. Ella si chiamo'  Nebsenit, e   partecipo'  ad un solenne ricevimento presso il faraone per l'annuale ringraziamento  della  fertile  mietitura.

      La ragazza Nebsenit ebbe   intorno al collo una corona tessuta con le spighe di grano, e  fu  bella come una dea. C'era   una  moltitudine di invitati, tutti prestigiosi egiziani, e tra di loro un valoroso gruppo di lavoratori della terra. In quel gruppo si trovo'  Nebsenit. In occa­sione della festa, gli organizzatori del ricevimento  modif­icarono una parte del programma, nel quale fu  previsto che tutto il gruppo di agricoltori insieme andasse a salutare il faraone.

      Invece di cio', la sola Nebsenit fu mandata dal re. Eccetto che a lei fu  messa intorno al collo una corona, come era altrimenti abituale in occasioni come questa, sul suo semplice, ma molto piacevole abito non era modificato niente.

      In una sala per i banchetti, grandissima, ornata con l'oro e pietre preziose, strapiena della luce diurna, Nebse­nit  all'inizio della sala si separo'  dal suo gruppo di agricoltori con i passi silenziosi e seducenti, cosi', che anche le donne presenti rimasero  senza fiato. Il vestitino di colore della rosa le stringeva intorno la vita ed  il petto, e dorati, lunghi capelli cadevano fino alle spalle, scoprendo il suo perfetto viso.

      Nebsenit produsse  un effetto tenerissimo come un petalo di  fiore, come un bacio nel crepuscolo primaverile, e la sua prossimita' ristorava i presenti nella sala, come il Nilo abbevera  l'Egitto.

      Benche' il faraone fosse un personaggio completamente ragionevole, potente così da poter    trasformare ogni idea in realta', quella scena lo  getto'  fuori dal suo equili­brio reale. Mentre Nebsenit si avvicinava a lui, prima la guardo'  con uno sguardo di calore e tenerezza, come altri­menti guardava innumerevole gente in simili occasioni.

      Dopo di che la sua estetica lo inebrio' , e finalmente in lui si rovino' l'ultima , fredda, reale  ragionevolezza. Non le pote'  resistere, perche' Nebsenit fu  veramente splendida. Ad alcuni passi davanti a lui, le sue labbra si distesero  in un seducente, quieto sorriso, e gli occhi si  riempirono della  bellezza celeste.

      Non potendo, eccitato, aspettarla al suo trono, Menes si alzo' e corse verso di  lei. Tutti i funzionari reali guardavano quella scena con la bocca  aperta, perche' qual­cosa di simile non fu mai accaduto nel palazzo del faraone.

      La abbraccio'  con le mani, la strinse al petto e la copri' con il mantello reale, così che di tutta la Nebsenit si vedeva ancora un ciuffo di capelli. La tenne  cosi' lungamente e con passione, dicendole:

      "Oh, come gli dei ti crearono  bella, come un raggio di sole... come una splendida e divina  speranza degli egizi!..."

      Si narrava che il faraone fosse  cosi' commosso e sorpreso, che molti mesi dopo sognava Nebsenit mentre gli correva incontro, come in occasione della mietitura annuale. Quella corona delle spighe del grano, che  fu   messa intor­no al suo collo, nel sonno fu  spostata sulla sua testa, e Nebsenit ebbe  l'aspetto come di irresistibile regina dell'Egitto. L'avrebbe  tenuta  nell'abbraccio lungamente, finche' non avesse sentito  il calore del suo bellissimo corpo.

 

 Il racconto sedicesimo.

            La costruzione del mondo primordiale

 

      Dopo  che nel palazzo reale tutti i lavori furono terminati perfettamente ordinati, e dopo  che furono  controllati dagli ispettori, dai soprintendenti, e poi dagli ispettori reali, fu  presa la decisione di pubblicare in questi giorni all'Egitto una novita'.

      In tutte le citta' egizie, ma anche nei piu' lontani paesi, presto di mattina uscirono  i messaggeri del re con  questa informazione:

      "Egitto, tu che sei sceso dal Cielo,

per essere il tempio agli Dei sulla Terra,

 ti faccio sapere la seguente notizia  !

Il nostro faraone, avendo giurato al dio Seth,

 ha promesso

che sara' ricos­truito

sulle sponde del Nilo

il mondo primordiale.

Questo momento e' sublime e felice,

perche' fra poco in Egitto

comincera' l'edificazione

di un grande santuario,

e  cosi' l'Egitto costruira'

l'universo dal quale e' emerso.

      Che tutto il paese sia felice

e si metta  a cantare,

che i bambini si sveglino

 in esaltazione e in allegria,

 che gli animali siano amati e rispettati,

che alle piante e alberi

non manchi mai l'umidita' e il sole!"

 

      Il posto dove fu predestinata la costruzione del santuario fu  stato marcato come un punto del cosmo nel quale , come nei muri di piramide, si incontrarono e unirono   l'“Eternita' con il Segreto". Di la'  per primi erano venuti geometri, i migliori nell'Egitto. A loro fu   affidato il compito di calcolare fino al piu' piccolo dettaglio le coordinate e le intersezioni del futuro santuario.

      Quel compito fu  tanto piu' difficile ed esigente, perche' nel progetto non dovevano  esserci delle deviazioni dal disegno neanche in larghezza di un pelo del capello umano. I sommi sacerdoti sapevano fino ai piu' sottilissimi dettagli come l'universo sembrava al principio, percio', non pote'  essere ammesso ai geometri e muratori di differenzi­arsi da quella primordiale costruzione del mondo.

      La costruzione  si svolgeva com' era  previsto. Ogni nuova pietra, che fu  scolpita e collocata, induceva nei lavoratori e costruttori l'affetto divino, perche', come dicevano i sacerdoti, "il mondo creato cosi' crea il proprio creatore". In quel modo mistico l'universo tornava al prin­cipio primordiale.

      Dopo che  i muratori erano avanzati con i lavori, al cantiere   venne   il grande sacerdote, per salutare gli architetti e costruttori. Volle  anche verificare se esis­tesse  qualche difficolta' nei lavori. Tutti gli egiziani sapevano che anche il sommo sacerdote d'Egitto, come il faraone, fu  divinamente onnipotente, e che lo ebbero  mandato gli dei per avvicinare gli egizi ai lontani ed incomprensibili segreti del cielo.

      Pero',  ogni egiziano , anche  il piu' semplice, ha avuto il proprio dovere nell' universale ordine del cosmo, benche' minore e meno significativo. Mentre si avvicinava con il suo seguito  al santuario futuro, i brividi invasero il suo corpo. Davanti a suoi occhi comincio'  ad innalzarsi il mondo piu' bello di tutti gli altri: l'idea divina , che  ebbe  la forma perfetta.

      Il sommo sacerdote fu  accolto al cantiere dal suo sostituto, il miglior esperto in Egitto per le costruzioni, e qua egli era il principale architetto. I servi del re  portarono grandi quantita' dei piu' deliziosi viveri, dolci e birra. Invece di mangiare il loro solito pranzo, quel giorno  i lavoratori godettero degli alimenti specialmente preparati nelle cucine del palazzo faraonico. Dando dei doni ai lavoratori, un funzionario reale disse :

      "Eccovi dei doni dal nostro faraone. Essi sono un segno del suo amore verso gli egiziani, che costruiscono il mondo dal quale tutti siamo  provenuti. Il faraone desidera che nessuno dei costruttori, muratori oppure dei lavoratori  soffra in nessun modo, ma che tutti lavorino in abbondanza ed in amore!"

      Ovunque passava il sacerdote, lo salutarono i lavorato­ri, ed egli si fermava   presso ogni gruppo,  conversava  e  chiedeva:

      "State bene, avete bisogno di qualcosa?"

      Poiche' l'organizzazione  fu  veramente perfetta, a nessuno mancava niente, e nessuno non avrebbe lavorato  se si fosse sentito  stanco.I lavoratori spesso andavano alle proprie case,  visitare le famiglie e  controllare i lavori che si svolgevano di la'. Al cantiere venivano anche le loro mogli che si fermavano  alcuni giorni, ed ai giova­notti non sposati arrivavano le loro ragazze.

      Proprio quel giorno, mentre passava il sommo sacerdote, ad un lavoratore dall'Egitto meridionale  venne  la sua ragazza. Alcune decine di passi lontani dalla sua scorta, loro due si strinsero   in tenerissimo abbraccio. Ella gli   porto'  come un dono un gambo di fiori colto dinanzi alla sua casa, un dolce che  gli   fece   sua madre, e sulle sue labbra tanto, tanto sole del sud.

      Si vide  sul viso e nei movimenti di quell' uomo, il quale, benche' fosse uno dei migliori muratori al santuario , appassionatamente desiderava la donna. Quel desiderio non fu  corporale, terrestre, ma l'espressione del piu' raffinato rapporto con il mondo, che  possedeva ogni egizia­no.

      Guardandoli discretamente da lontano, il sacerdote non volle  interromperli in estasi. Solamente  prego'  l'archi­tetto principale di concedere immediatamente al muratore un riposo di una settimana, e quando avrebbero deciso di spo­sarsi un regalo particolare dal faraone.

 

 Il racconto diciassettesimo.

                  I due cuori che si amano

 

      Il sacerdote con il suo seguito  e con l'architetto principale  continuo'  a salire. Salendo, sentiva l'orgoglio e l'allegria perche' serviva agli dei eterni in un paese come  l'Egitto.

      "Questo mondo e' davvero stupendo e divino!",  penso'  ricordandosi della sua infanzia, quando lo inondavano quiete e calde illusioni, come il Nilo inondava la destra e sinis­tra sponda. Da allora fu  passato tanto tempo, ed ecco gia' costruiva  l'elevatissimo tempio agli dei, e nel quale sarebbe sceso  il suo  spirito  su un raggio di sole."

      Si fermo' un attimo, si volse  ad est, ad ovest, nord e sud, e prosegui' con il pensiero.

      "Oh, come in Egitto

 arde uno splendido sole,

 e come il dio Seth

ha tutto ben ordinato.

 Noi egiziani siamo creati

 in quei lontani spazi

 dov'e' la luce eterna

e l'eterna alle­gria.

 L'uomo,

prima di essere creato,

 fu soltanto un'idea perfetta,

 l'idea  che si distendeva

dal principio e finiva nell'eternita'.

Ed in un momento gli dei,

 dopo  che ebbero  creato se' stessi,

 decisero  di muovere quell'idea,

 di creare la terra,

e di inviare quelle idee laggiu'

ad  avere la forma d'uomo,

e l'anima d'eternita'.

 

      Ogni giorno umano sulla terra

e' una sfida, avventura, sogno.

Uno splendido sogno,

 strapieno di poesia e d'amore.

 E  sara' sempre cosi'

 finche' gli uomini adempiranno

il giura­mento che diedero agli dei:

 di fare bene a se' stessi

ed agli altri,

 di  non  inorgoglirsi!

 perche' una cosa simile

gli uomini non  possono permettersi.

      Di rispettare e di inchinarsi

 ai propri dei,

 che li hanno creati,

 e che hanno creato il cielo,

 la terra, il fiume,

e il sole per scaldarli.

 Finche' l'uomo nel proprio petto

 avra' curato l'amore,

la bellezza, la brama del sub­lime,

 come le api fanno il miele

e bramano il fiore,

fino allora gli egiziani vivranno

nel regno degli dei!"

     

Un venticello mite,  caldo, soffio', e il sacerdote si sveglio' dal pensiero. L'architetto principale lo chiamo'   di salire ancora su, e di dare uno sguardo alle mura esterne del santuario. Il sacerdote gli ubbidi' , e loro insieme fecero  il giro di tutte le quattro parti, dopo di che sul suo viso vibro' la soddisfazione.

      Il sommo sacerdote fu un'uomo insolitamente silenzio­so, quieto e saggio. Parlava raramente, pero', sul suo viso si poteva esattamente vedere cosa pensasse e come si sen­tisse. Passava la maggior parte  del tempo leggendo rari, irraggiungibili testi religiosi, che furono stati scritti dai sacerdoti egiziani fin dal principio del mondo.

      Dopo un breve silenzio, il sacerdote disse:

      "Qua, dove si costruisce il santuario, l'atmosfera e' solenne, divina, e cio'  ristora e moltiplica la mia alle­gria. Dopo il collocamento di ogni pietra, il mondo primord­iale nascera' di nuovo, e cosi' il genere umano avra' adempiuto  giuramento dato agli dei."

      Poi, continuavano a scendere, mentre nello stesso tempo verso di loro saliva   quell'innamorato ragazzo con l'a­mante, che  teneva con la mano destra. Il sacerdote e l'ar­chitetto sorrisero appena li scorsero.  Si avvicinarono gli uni agli altri sulla  inclinata obliquita' del santuario, e poi si incontrarono ad una altezza, che  era quasi ugual­mente distante dalla superficie della terra e dalla cima dell’edificio.

      Quando erano solo alcuni passi gli uni dagli altri, il ragazzo e la ragazza si inchinarono al sacerdote e all'ar­chitetto.

      "Sul loro aspetto esteriore si rispecchiano le loro sincere e ingenue anime, e loro meritano il nostro partico­lare amore!", disse il sacerdote all'architetto. In quel momento si avvicinarono completamente  gli uni agli altri, e il ragazzo pronuncio':

      "Mi chiamo Ibi, sono un bravo muratore, perche' quel mestiere l'ho imparato da  mio padre, ed egli dal suo!"

      "Il mio nome e' Disnek, e mia madre mi ha insegnato a cucire abiti da donna e da uomo!", spiego' la  ragazza.

      Pero' loro due non risposero niente, ma si inchinarono profondamente davanti al ragazzo e alla sua fidanzata, e  il sommo sacerdote appena in quel momento  disse:

      "Ringrazio gli dei immortali , che  all'Egitto mandano  una sublime ed elevata gioventu', come sono sui  nostri

campi le spighe dorate di grano!"

      Il ragazzo e la fidanzata rimasero sorpresi dalla bel­lezza della proposizione pronunciata, e il muratore pudica­mente chiese:

      "Posso pregare il sommo sacerdote...", e qua comincio' a balbettare.

      Avendo scorto in loro  sconfinato e mansueto pudore, il maggiore sacerdote li abbraccio' entrambi stringendoli al proprio petto, e il ragazzo continuo':

      "...di sposare  subito Disnek, perche' gli dei immorta­li mi sono  testimoni che la amo con tutto il cuore?"

      Il sacerdote sorrise, e disse:

      "Nessun uomo vivo in Egitto, ne' gli dei eterni ai quali dobbiamo  le vite,  hanno diritto di opporsi ai cuori di un ragazzo e di una ragazza, quando si amano. Sposatevi quando volete, anche domani, e quando sara' finito il santuario vi invito  di venire a vivere nel palazzo del faraone!"

 

 Il racconto diciottesimo.

      Gli dei dello Splendore  e le forze delle Tenebre

 

      Nel principale Santuario d'Egitto stanno arrivando le moltitudini immense dei pellegrini da tutte le parti del paese gia' da una settimana. Piu' spesso vengono in  grandi gruppi: interi paesi e  citta' si  radunano insieme, e poi se ne vanno. Ma non solo gli egiziani: c'e' molta gente di carnagione scura dalle parti del sud  dello stato. Non e' possibile enumerare quelli di Libia che arrivano dalle oasi desertiche, e con loro  conducono dei grandi bambini e le mogli.

      Immense moltitudini di caldei si sono avviati al di sopra del monte Sinai e attraverso  il Mar Rosso. Tra di loro c’è  un numeroso gruppo dei progenitori degli ebrei. Sono silenziosi, umili, preoccupati come se sapessero già molto tempo prima che i loro figli saranno sacrificati per la salvezza del mondo.

      Tutto il mondo arde di brama di inchinarsi innanzi ai potenti dei egizi, e di rinvigorire  il proprio cuore di quella pace,  inspiegabile e misteriosa , che si puo' sentire solamente nel santuario sul Nilo divino.

      Quest' anno si celebra il  quinquennio della partico­lare affezione degli dei all'Egitto, perche' proprio cosi' tanto e' passato dall' inizio dell' edificazione del santuario nella città di Tanis. E' la verita' che loro  sono con l'Egitto stretti in un eterno, misterioso abbraccio. Ed in quel legame regna l'a­more, come in quello, quando la madre con  sentimenti eleva­tissimi stringe il proprio figliolo al suo petto.

      Pero' adesso, quando si costruisce il sacrario degli  dei sono scesi dalle loro comode abitazioni celesti  nel loro eletto paese, per passeggiare , e per bere l'acqua dal Nilo. Per quella speciale presenza divina, fu deciso di  fare grandi feste ogni quinto anno , dall' inizio della fabbrica­zione del mondo primordiale.

      Lo scopo di queste feste fu di innalzare la coscienza degli egiziani sulla loro appartenenza alla divina armonia del cosmo. Ad un giorno di marcia dal santuario principale la gente cominciava ad accamparsi, perche' nelle immediate vicinanze non c'era  posto. C'erano  in abbondanza  alimenti e  bevande, ma, anche  musica e  nuovi incontri, di cui usufruivano particolarmente ragazzi e giovani donne.

      Innumerevoli cori con le arpe giravano intorno ai pellegrini, e li suonavano e cantavano sui godimenti della vita, sull'at­trattiva  dello splendore del sole. Sui piaceri innumerevo­li, e dell' amore sul quale fu appoggiato l'Egitto.

      Sul grandissimo prato dalla parte orientale del san­tuario furono alloggiate le moltitudini dei pellegrini, e davanti a loro suonava e cantava un gruppo di quattro ra­gazze e due ragazzi. Come gli altri musicisti, anche loro avevano delle arpe. Si narrava   che le arpe egiziane in un modo miracoloso svegliassero l'amore nobile e celeste in chiunque  le udiva, e che il suono dell'arpa introduceva nell'anima e nel corpo imperitura, eterna bellezza.

      Oh, quante  sottili delizie ci furono in quel suono ed in quella melodia! Ed in un momento si separo' la  voce della piu' giovane ragazza, e comincio' a pronunciare dei versi.

      "Le tue acque, o Nilo ,

 si azzurrano nei nostri cuori

      E i pensieri nostri

 si rallegrano di levarsi nuovamente.

      Oh, com'e' ardente e dolce

 l'amore degli dei egizi

      E come la brama del diletto

 mi inebria ed esalta

      E come la brama della diletta

mi inebria ed innalza

      Verso il sole

 che l'Egitto stringe

nell' abbraccio dal principio..."

     

Mentre dal cielo scendevano gli annunci del crepuscolo,  la gente si fu  radunata secondo le abitudini nel santuario per udire  l'oracolo. Attraverso  la bocca dei grandi oraco­li parlava il Dio Amon in persona. Rammentava di difficolta', di successi e fiaschi nella vita quotidiana. Il dio Amon consigliava gli egiziani e dirigeva le loro vite verso la luce, il piacere e l' amore.

      Quando si creo' tra la gente la pace silenziosa e  devota, l'oracolo comincio' a parlare:

     

"IL dio Amon saluta l'Egitto

 come suo unico santuario sulla terra.

 Gli dei salutano l'Egitto

con l'amore eterno e perfetto,

e garantiscono che l'Egitto vivra'

 fino alla fine di tutte le fini.

 Il sole brillera' piu' forte sull'Egitto,

ingrossera' il Nilo con le nuove acque

per  irrigare i campi egizi,

 e rinvigorira' ogni egiziano

con la forza e saggezza

simili a quelle degli dei.

 

      Pero', che l'Egitto non dimentichi che,

oltre a noi gli dei dello Splendore,

 ci sono anche gli dei  delle Tenebre,

 e che quegli Dei maligni sono potenti!

 Gli uomini dovranno lottare molti evi

finche' non  saranno distrutte le loro radici.

 Percio', che gli egiziani odano

e non dimentichino mai questo che voglio dire loro!"

 

 

      I pellegrini rimasero  sorpresi dal rapido volgimento nel discorso. In quei giorni circolarono  notizie in tutte le parti del paese, che questo messaggio sarebbe stato  uno dei piu' belli mai pronunciati. Pare che anche il dio Amon fosse sorpreso da nuove circostanze, le quali   lo ebbero  forzato a  cambiare il contenuto del messaggio. La voce dell'oracolo inizio' a tremare d'ira e di furore.

     

“I popoli del mondo

e gli uomini sempre più spesso

 scelgono il male che il bene.

Si oppongono agi ordini

 del eterno dio Amon.

 Si sono attaccati ai valori perituri,

 ai valori corporei e terrestri;

le loro anime sono conquistate

dall’odio, dall’avidità.

Sempre meno fanno dei sacrifici

 e non si ricordano

 che la loro patria

non è la terra ma il cielo.

 I loro dei sono diventati

i piaceri e le delizie corporee,

 e quella strada porterà il mondo in rovina!

C'e' un segreto divino nascosto in Egitto.

 Vi consiglio di tutelarlo

meglio   che la pupilla del vostro occhio.

 Abbiamo voluto  dirvi questo!"

 

 Il racconto diciannovesimo.

                  L’adorazione dei piaceri carnali

 

      Dopo  quelle parole si creo' il silenzio assoluto, costernazione e timore. Gli uni  cominciarono a domandare gli altri:

      "Di che segreto si tratta, noi non conosciamo nessun segreto?!", chiedevano alcuni dall'Egitto del nord a quelli del sud. La gente di Nubia, la provincia meridionale, quella stessa domanda la poneva   ai cittadini della capitale Menfi, e i cittadini della capitale con stupore si  volgeva­no  ad alcuni sconosciuti uomini.

      Subito dopo si  raduno'  il consiglio dei sacerdoti, per decidere che cosa occorresse a fare. I sacerdoti furono in dubbio, perche' non seppero  niente sul segreto, che fu nascosto in Egitto.

      "L'unica cosa che possiamo e dobbiamo fare", disse uno di loro, "e' di inviare urgentemente  il miglior messaggero con accompagnamento al palazzo del  faraone, per riferirgli   personalmente il messaggio!"

      Il migliore e piu' veloce messaggero fu  Kha, giova­notto, che si preparava a sposarsi presto. Fu intelligente, di  sguardo mite e amabile, e di corpo forte e muscoli gonfiati. Anch'egli fu  uno di quelli, che ebbero  udito il messaggio, dopo di che la sua gola si strinse  di spasmo e di dolore, e gli occhi si furono irrorati  di lacrime.

      "Anche gli dei onnipotenti nei cieli ben sanno, che l'Egitto e' paese del bene, e che in esso non c'e' male. L'amore e la luce sono due leggi fondamentali sulle quali riposa il nostro paese dal principio del mondo. Tanto tempo e' passato da quando il Nilo bagna i nostri campi, e nessuno qua  ha mai  visto  una scintilla d'invidia, oppure un  solo fremito d'odio!”

      “E se la gente comincia ad inchinarsi davanti ai piaceri carnali, perché gli dei non li puniscono, perché tutto il mondo e l’Egitto dovrebbero sprofondarsi nel caos e nella miseria?! O, tu caro e potente  dio Seth proteggi il tuo paese come la pupilla di tuoi occhi, e sfratta l'odio e l'infamia dalle soglie delle nostre case!!!"

      Mentre silenziosamente pronunciava questi pensieri, guardo'  intorno a se' la gente confusa ed imbarazzata. Poi percepi' i tre piu' giovani sacerdoti che  si pigiavano tra la folla gridando il suo nome. Egli corse verso di loro , e si incontrarono presso una colonna ornata con il capitello a  forma di  fiore di loto.

      "Kha, ti cerchiamo ovunque. Di sicuro hai udito il messaggio, che  ci ha preoccupati tutti..." disse  uno di loro.

      "Si', lo so, lo so!", aggiunse Kha. Poi gli racconta­rono tutto del raduno del consiglio e della decisione che fu  stata presa.

      "Anche noi verremo con te!", gli dissero.

      Il messaggero  conosceva ottimamente la via dal san­tuario fino al palazzo del faraone. Si diceva che non si sarebbe perduto  con gli occhi chiusi, perche' questo mes­tiere aveva  ereditato da  suo padre, e quello dal suo. Tutti i suoi antenati furono da tempi immemorabili  messag­geri nel santuario, e quel mestiere esercitavano perfetta­mente. Il viaggio durava non piu' di un giorno, durante il quale di solito non si incontrava nessun pericolo.

      Il santuario aveva  una cucina, e di la' furono  ve­locemente preparati gli alimenti per i quattro viaggiatori. Nei due zaini  hanno messo per loro parecchi grandi pezzi di  carne arrostita, abbastanza  birra, e dolci per tutti e quattro.

      La notte profonda  era gia' scesa, e si udirono sola­mente qualche volta i rumori degli uccelli lontani. Kha andava davanti, e i sacerdoti lo seguivano. In un momento si udi' una voce minacciosa:

      “I valori imperituri del cielo stanno scomparendo dalle vostre anime, dai vostri spiriti, dalle vostre case, dall’Egitto! Come avete potuto permettere che il male terrestre vi conquisti, che seduca i vostri cuori?! Avete dimenticato l’eternità per un piacere carnale, o sfortunati! Se gli dei scompariranno dal mondo il Nilo si seccherà, le egiziane diventeranno infeconde, il vostro mondo morirà!”

      Kha ed i tre sacerdoti udirono  chiaramente la voce, che  si gonfiava , sforzava, e come se fosse sentita  ovunque: dalla terra, dall' aria, dal cielo. Dopo  quell' ultima proposizione " Se gli dei scompariranno dal mondo il Nilo si seccherà, le egiziane diventeranno infecondi,il vostro mondo morirà!”, si creo' un  breve, minaccioso silenzio.

      Poi' si udi' un perfido, profondo mugghio. Il suolo sotto i loro piedi comincio' a tremare, prima leggermente, in modo appena percepibile. Poi, il mugghio diventava piu' forte e piu' penetrante, ed il suolo si muoveva come una barca sulle onde del Nilo. La notte si fu  infittita in una nera, insopportabile minaccia. Quelle voci degli uccelli, sottili e delicati, si erano trasformate in  penetranti urli, ed il tutto improvvisamente prese l'aspetto di una catastrofe indescrivibile.

      Cio' duro'  solo un unico istante, e poi il suolo sotto i piedi si  calmo', ed il mugghio si  perse  in una grande lontananza.

      "Andiamo amici, davanti a noi c'e' ancora molta strada!", disse Kha ai sacerdoti.

 

 Il racconto ventesimo.

            Il messaggero Kha presso il faraone

 

      Il sole dalle coste del Nilo si preparava per il ripo­so, e si faceva  notte in  lontananza che lentamente velava la terra. Vicino al palazzo del faraone giocavano  le ra­gazze, figlie dei sommi funzionari statali. Saltellavano, gettavano una piccola pallina e conversavano. Addosso aveva­no  lunghi vestiti di colore del cielo,  ricamati con le  dorate spighe di grano.

      "Volete che  vi scopra chi piace a mia sorella?", chiese  una con le labbra rosee alle altre giocatrici.

      "Le piace lo scriba  Ti. Quando si trova vicino a lui ella arrossisce , e qualche volta di nascosto lo guarda bramoso!"

      "Volete sapere di chi e' innamorata mia sorella?", esclamo'  la ragazza che  prese la pallina , indicando con il dito la giocatrice con le labbra rosee.

      In quel momento si avvicinarono a loro quei quattro: il messaggero Kha ed i tre sacerdoti. Le ragazze  corsero verso di loro,  perche' li conoscevano.

      "Oh, Kha, quanto a lungo non ti abbiamo visto a   palazzo!", gli disse una di loro ed aggiunse: "Spero che stiate portando al faraone belle notizie dal santuario!"

      "No ragazze, no, questa volta dobbiamo trasmettere  al sovrano  cattive notizie!", rispose Kha, e le ragazze lo  guardarono con grande preoccupazione.

      "Pero', il nostro dio Seth protegge l'Egitto!", disse una delle donne.

      "Mi dispiace, dobbiamo subito correre dal faraone, non abbiamo tempo per una conversazione, forse dopo!", rispose il messaggero dando un segno ai suoi accompagnatori di proseguire. Il palazzo si  poteva vedere gia'  da quel posto. Le ragazze correvano dietro di loro, pero' essi non si volsero  indietro.

      Appena ebbero varcato la soglia, immediatamente chiama­rono il capo dei sorveglianti, e  gli raccontarono il tutto, includendo quella voce, che ebbero  sentito la notte prece­dente. Il sorvegliante tacque, e subito usci', e torno' dopo qualche istante.

      "Il faraone vuole sentirvi immediatamente!", disse ai messaggeri.

      Poi venne il primo consigliere, e cominciarono insieme con il sorvegliante a salire per le scale di marmo. Mentre entravano  nella grande sala, il faraone stava passeggiando. Kha non fu  mai  in essa, ma sapeva esattamente dove fosse­ro collocate le poltrone, tavoli e tutto l’arredamento, perche' di cio' suo padre gli aveva raccontato innumerevoli volte  . Quando loro furono entrati, il sovrano sedette sul suo trono.

      Il sorvegliante prese Kha per la mano, e lo condusse davanti al faraone.

      "Egli e' il miglior messaggero nel santuario, ed    il mestiere ha ereditato da suo padre, che il  faraone  conos­ceva! ", disse il sorvegliante e il sovrano confermo' facendo un segno con la testa. Dopodiche' il funzionario si fu allon­tanato  ,  il sovrano d'Egitto comincio'  ad esaminare l'ospite.

      "Kha, perche' sei stato mandato dal santuario al palazzo?"

      "Perche' al nostro faraone devo portare una cattiva notizia!"

      "Che notizia e' questa?"

      "La notizia e' un ammonimento, che fu  pronunciato dall'oracolo l'altro ieri. La voce fu  strapiena d'ira e di rabbia mentre la pronunciava. C'erano  dei pellegrini di tutto l'Egitto, e moltitudini d'Etiopia , di Libia e i caldei  non si potevano enumerare.

      Dopo il sacrificio nelle ore pomeridiane  l'oracolo  parlo':

      “I popoli del mondo e gli uomini sempre più spesso scelgono il male che il bene. Si sono attaccati ai valori perituri, ai valori corporei e terrestri; le loro anime sono conquistate dall’odio, dall’avidità. Sempre meno fanno dei sacrifici e non si ricordano che la loro patria non è la terra ma il cielo. I loro dei sono diventati i piaceri e le delizie corporee, e quella strada porterà il mondo in rovina! C'e' un segreto divino nascosto in Egitto. Vi consiglio di tutelarlo meglio che la pupilla del vostro occhio. Abbiamo voluto  dirvi questo!"

      Poi la voce dell'oracolo si  calmo' , e tra la gente si creo'  grande confusione e paura. Gli uni cominciarono  a chiedere agli altri:

       "Di che segreto si tratta, noi non conosciamo nessun segreto?!", chiesero  gli abitanti dalle oasi desertiche dall'Egitto del nord a quelli dal sud.  I caldei , stupiti e costernati,  lo stesso domandarono agli impauriti libici. Etiopici di pelle scura camminavano da un uomo all'altro e chiedevano, di che segreto si trattasse.

      La notte precedente, quando si fu  fatto buio profondo, udimmo  la voce minacciosa:

      “I valori imperituri del cielo stanno scomparendo dalle vostre anime, dai vostri spiriti, dalle vostre case, dall’Egitto! Come avete potuto permettere che il male terrestre vi conquisti, che seduca i vostri cuori?! Avete dimenticato l’eternita’ per un piacere carnale, o sfortunati! Se gli dei scompariranno dal mondo il Nilo si seccherà, le egiziane diventeranno infeconde, il vostro mondo morirà!”

      Poi si fece  un breve silenzio, e dopo di esso il suolo della terra comincio' a tremare sempre piu' forte, e un terribile mugghio da qualche luogo arrivava fino a noi. Questo  duro'  brevemente, perche', poi, la terra si calmo' , e si udi'  il cinguettio degli uccelli. Il messaggero Kha non ha niente piu' da dire al nostro faraone!", aggiunse e pianse come un bambino piccolo .

      Il sorvegliante prese il messaggero sotto il braccio e lo mise  a sedere in una comoda sedia vicino al faraone. Poi ando' dai sacerdoti, e li condusse in quello stesso posto dove fu  un'attimo prima  il messaggero, e si allontano'. Il faraone  chiese loro:

      "Avete udito le risposte del messaggero Kha?"

      "Abbiamo sentito bene!", risposero unanimemente.

      "Confermate che ogni parola pronunciata sia vera?"

      "Giuriamo al nostro faraone che  Kha disse   solo la verita'!"

 

 Il racconto ventunesimo.

                  La brama della vita terrestre

 

      Passavano gli anni, decine, centinaia d'anni: la vita in Egitto scorreva come un sogno, oppure qualche volta aspra  e difficile. Il grande faraone Menes, dopoche' gli dei lo ebbero   chiamato dalla vita terrestre, visitava ogni cinque anni il suo Egitto. Il suo spirito scendeva  dal regno dei piaceri e delle delizie sul primo raggio di sole nel crepuscolo del mattino verso il Nilo, e di nuovo con l'ultimo raggio verso sera tornava  in quel regno.

      Oh, quanto lo spirito di Menes  godette nella bellez­za, in pace, nell'eternita', lontano, lontano dai problemi terrestri! Ma, nonostante  cio', sempre ebbe   brama dell'E­gitto terrestre, della sua infanzia, e di quelle esaltazioni che prendono il corpo terrestre come una vampata, e , poi, nessun uomo non si opporrebbe a quelle delizie.

      Desidero'    le azzurre acque del Nilo, la  pesca, e i suoi amori giovanili sulle coste del fiume. E cosi', in quelle brame passavano i cinque anni, dopo i quali  egli sarebbe sceso  invisibile, ma  infinitamente allegro.

      Lassù, nella lontana e agli uomini terrestri irrag­giungibile eternita', il sole brilla senza interruzione. Quando decide  di scaldare la terra si infuoca  di piu', per raggiungere ogni pianta ed ogni cosa viva. In quel momento lo spirito di Menes, in forma di un sorriso, si attaccava  al primo raggio, e su di esso superava lunghe distanze, e  subito dopo scendeva nei posti in Egitto a lui cari.

      Questa volta fu  particolarmente allegro, perche' furono passate alcune centinaia d'anni dalla sua vita terrestre. Si fu   trasformato in una brama allegra, in un pugnetto di schiuma dell'acqua del Nilo, in un'ombra della foglia di loto, in un verso di una splendida poesia d'Egit­to.

       Mentre corse  all'alba sul raggio del sole verso il cielo  azzurro, che copriva la sua amata terra,  desidero'  appassionatamente il proprio santuario. Mentre si avvicinava alla sua cima, prego'   il sole di rallentare, perche' la sua prima stazione terrestre fu  vicina. Poi, appena sceso  dal raggio  sali' sulla piramide  e guardo' da essa l'Egit­to.

      Il suo cuore, preso da grande esaltazione e da splendi­da bellezza, impetuosamente stette battendo nel petto.  Menes senti' un'allegria immensa, ed essa lo inebrio' del suo splendore.  Vide   gli uomini vicino alla piramide, mentre parlavano e si avvicinavano al santuario, che aveva   fatto costruire, ed egli volentieri sarebbe sceso per pro­nunciare una sola parola. Pero'  gli dei gli proibirono  di mescolarsi nella vita terrestre, anche se avesse notato  che qualche cosa non andava come avrebbe dovuto .

      Ed in quel momento scese  su quel posto, dove fu nas­costo il papiro segreto con il Messaggio degli Dei Egizi.

      "Pare che ci siano stati tentativi  di toglierlo  di qua, forse e' stato tolto  e di nuovo collocato!", penso' Menes. Pero', al faraone non fu   permesso di indagare troppo sulle cose terrestri, ma soltanto di quietare la passione del proprio cuore per l'Egitto.

      Poi  scese alle coste del Nilo, di la' si sedette in prossimita' di alcune giovani donne, che lavavano la bian­cheria, ed ascolto' mentre conversavano.

      "Oh, come oggi il sole risplende,

e com'e'  tutto vivo in Egitto,

Il Nilo si azzurra,

 come il cielo,

 come limpido pensiero

del  nostro dio Seth!",

 disse   l'una, e l'altra aggiunse:

 

      "La notte scorsa

il mio diletto

 prima di riposare

 compose    versi

 e canto'  inni,

 e  noi dopo fummo  felici,

La nostra giovinezza si sazio'

  di splendore  e di gioia!"

      Poi, il faraone si ricordo' dei suoi amori, delle sue bellissime donne , ed, anche, di quella stupenda contadina Nebsenit, ed inizio' a poetarla in un inno d'amore.

"Come gli dei ti hanno ornata,

 o egiziana

coi fascini, con le  grazie e  dolcezze!

Ed, ecco,

 molti anni sono passati,

e le tue labbra mi attirano

come l'ape la gemma del fiore!

Ma adesso  io sono lontano

ed estraneo ai piaceri carnali.

E gli dei mi impediscono

di toccare qualcosa di terrestre!"

     

Menes comincio' ad inebriarsi con i ricordi della  giovinezza e delle delizie, ed egli nuovamente sedette nella nave reale, sulla quale c'erano  molte, molte belle egizi­ane. Le donne furono leggermente vestite, coperte soltanto con  abiti trasparenti , tessuti con i fili d'oro. Fu   sera sul Nilo divino, e la nave lentamente scorreva verso il mare spinta dal  vento del sud.  Menes era giovane , e davanti a lui c'era tutta la vita terrestre ed immensi, immensi piac­eri carnali.

      Il potente faraone passeggio'  nella nave e getto'  degli sguardi alle magnifiche signorine: dell'una  guardava gli occhi, dell'altra la vita, della terza le belle, lunghe gambe, che svegliano l'esaltazione e l'affetto. Le donne finsero  di non vedere il faraone, e , poi, cominciarono a suonare con le arpe  l'inno ai piaceri d'amore.

 

 Il racconto ventiduesimo.

      Il rimbombo dei cavalli assiri e persiani

 

      Dopo  molti anni e molte generazioni, in Egitto si narrava che fosse  stato rubato un segreto degli dei egizi, e che, per questo, il paese avrebbe sofferto tanto. Gli uomini piu' vecchi e più saggi spiegavano, che fu  cosi' perche' le forze del male erano potenti, e  gli egiziani ebbero  trascu­rato di  venerare e custodire i valori della propria patria. Tutti aspettavano   grandi malanni, ed essi veramente stava­no arrivando.

      Improvvisamente, d'un tratto, nel cuor della notte si udi' il rimbombo dei cavalli assiri, e poi dei persiani, e di quel rimbombo tremava tutto il paese. Impetuosi e potenti cavalli ebbero  travolto fino allora molti deserti, ed ebbero  passato molti pericoli, e non si furono ancora stan­cati. Dalla loro bocca  scorreva bianca, collosa schiuma, ed essi si impennavano  al  galoppo, e gli egiziani guardarono quelle scene senza fiato e indescrivibilmente stupiti.

      Il popolo egiziano, silenzioso e sapientissimo, seppe  che la grave ed inevitabile catastrofe fu  alle porte, e che non esistette piu' nessun modo di sfuggirla. Nel santuario della piramide di  Menes si furono radunati i sommi sacer­doti di tutto l'Egitto per consigliarsi.

      "I cavalli assiri e persiani distruggeranno il nostro paese  , se urgentemente non prendiamo provvedimenti!", disse  nella introduzione il maggiore  di loro. Poi  concor­darono di trovare il Messaggio degli Dei Egizi sul sommo piacere d'amore, e sulla creazione dell' uomo geniale. Quel testo avrebbe dato loro  la possibilita' di creare in  breve tempo un condottiero egiziano, e poi il rimbombo dei cavalli assiri e persiani sarebbe scomparso  come un brutto sogno. Pero', nel santuario di città’ di Tanis il papiro divino non c'era piu'.

      "Qualcuno dei piu' alti funzionari statali oppure della gerarchia sacerdotale ha venduto il destino dell'Egitto per un pugnetto di denaro!", disse uno di loro.

      In quel tempo si  compi'  un quinquennio del soggiorno dell'anima di Menes  nel regno dello splendore eterno, ed egli si  preparava a  partire per l'Egitto. Quando si era avvicinato  al Nilo, vide  immensi malanni e il suo cuore si rattristo' piangendo, ed il faraone ritorno' sullo stesso raggio di sole nel regno degli dei e della luce.

      Sugli spazi immensi, sui quali crescevano il grano ed i sarmenti di vite, allora regnava il deserto, ed esso si distendeva ogni giorno. Si avvicinava alle citta' ed ai paesi, e minacciava di inghiottire l'Egitto in un boccone. La gente si ritirava nel panico verso il fiume, ma anche il Nilo lentamente scompariva. Le sue acque da un anno all'al­tro si seccavano , e  la', dove prima avevano nuotato e sguazzato i coccodrilli, allora c'era la sabbia del deserto.

      Le egiziane incominciarono a partorire sempre di meno, e sempre piu' raramente  bambini maschi. In molti paesi e nelle citta'  venivano al mondo solamente delle bambine, mentre i padri e i mariti morivano. Le ragazze e donne  vecchie  si guardavano con uno stupore indescrivibile. I grandi possedimenti erano rimasti senza eredi , e quello che durava da migliaia d'anni , improvvisamente comincio'  ad imputridire e sparire.

      "Cosi' come si rovinano i nostri villaggi  e le citta', come muoiono i maschi e scompare l'acqua dal Nilo, cosi' scomparira' anche l'Egitto, nello spasmo e nel dolore...", disse una vecchia donna.

      Intanto  il rimbombo dei cavalli assiri e persiani fu    sempre piu' orribile e piu' vicino. Scendevano all'interno del paese a   centinaia, a  migliaia , non si sapeva il numero. Dietro di loro si sollevavano   nuvoli  di polvere, che  per un istante coprirono  tutto l'Egitto come una tempesta del deserto.

      I cavalieri erano alti, forti, con le facce rosse, con  lunghe e appuntite lance e con  scudi. Non seppero  neanche una sola parola egiziana, e solamente un furore cieco per il potere li spinse  ad andare avanti. Mentre gli zoccoli dei loro cavalli calpestavano  i templi e le reliquie d'Egitto, sui loro visi si potevano vedere delle smorfie di dolore e di sofferenza. Come  si sentissero  di fare maligne ,  odiose e basse cose agli dei della luce, e come se loro stessi sentissero   che i loro insanguinati imperi non sarebbero durati  troppo a lungo. 

      I soldati egiziani cadevano l'uno dopo l'altro, interi eserciti scomparvero  in poche  ore, ed il nemico avanzava da tutte le parti. In un villaggio   del profondo sud, un figlio che ando'  a perire sotto gli zoccoli dei cavalli del nemico, salutava sua madre:        

      "Ti saluto, madre, con i saluti che sono i piu' cari al nostro  dio Seth. Ecco, il nostro paese sta scomparendo , il paese di cui nessuno conosce il principio .  Noi con i nostri stupiti occhi guardiamo la sua e  la nostra  fine.  I nostri dei hanno abbandonato il loro paese, e si sono riti­rati in cielo. So che di  questo sono colpevoli gli egizia­ni, perche' si sono inorgogliti e si sono opposti al pri­mordiale ordine dell'universo.”

 

 Il racconto ventitreesimo.

            L'attacco al tempio di Amone

 

      Il rimbombo dei cavalli persiani non si udiva  sola­mente in Egitto, ma si distendeva su tutte le parti del mondo. Numerosi popoli di diverse religioni e  lingue furono caduti come fasci di grano mietuti  davanti alla spada dei militari persiani, e l'impero era diventato gigantesco, immenso. I commercianti e i viaggiatori dalle diverse parti si incontravano  nelle grandi citta' del impero, e negli incontri tra gli uni e gli altri non si pote'  capire neanche una parola sola.

      In quel tempo nei palazzi della  capitale Persepoli di nuovissima costruzione si udi'  , che il testo segreto sui rapporti d'amore con le donne fu  stato trasferito nel cele­bre santuario e oracolo del dio Amon nell' oasi di Siwa in Egitto.

      La notizia l'aveva portata un bizzarro vagabondo greco dalla citta' di Mileto in Asia Minore. Fu  tutto abbronzato  dal sole intenso , e sul viso e l'abito ebbe  ancora delle tracce di sabbia del deserto.

      Parlava sottovoce, percio' i sorveglianti nel palazzo reale riuscivano appena a sentirlo.  Tranne il greco, seppe  solamente qualche parola in egiziano, e nessuno dei  presen­ti  pote'  capirlo.

      I sorveglianti avevano  gia' deciso di mandarlo via, quando arrivo' il loro ispettore , al quale il greco apparve interessante, ed egli comincio' a parlare con lui.

      "Grazie a Zeus", disse lo sconosciuto, "perche' in questo regno c'e' della gente che parla un ottimo greco!"

      L'ispettore sorrideva, e condusse lo straniero nella stanza dei forestieri, dove gli servirono  un pranzo abbon­dante.

      Dopodiche' si era  ristorato, il greco disse all'ispet­tore bisbigliando:

      "Padrone, padrone, porto al vostro re di tutti i re  una notizia interessante. Il vostro impero e' gigantesco, e nessuno  conosce esattamente dove sono i suoi confini. A voi occorre un uomo eccellente, geniale, il quale rafforzera' e ampliera' l'impero.”

      “ La gente comune  non e' capace di  quelle grandi imprese. Se non riuscirete in questo che vi sto consigliando, lo sconfinato regno dei persiani si dis­fera' come si e' disfatto quello degli assiri, degli egizi e di molti altri!"

      Mentre narrava cosi' silenziosamente e misteriosamente, nonostante c'erano   solo loro due nella stanza dei foresti­eri, il greco appariva all'ispettore sempre piu' simpatico, percio' stette ad esaminarlo attentamente.

       Lo straniero comincio' a raccontare  tutto quello che sapeva del testo segreto  egiziano, che lo aveva  ricevuto il faraone Menes, dei disordini e  malanni, che ebbero  iniziato a diffondersi nella  terra del faraone alcune centinaia d'anni fa.

      Raccontava  che in Egitto molti credevano, che qualcuno dei sommi sacerdoti oppure degli alti funzionari dello stato avesse  venduto il testo ai nemici dell'Egitto.

      L'ispettore fu  commosso e sorpreso di quella notizia, ed ando' immediatamente  a informare il re di tutti i re.      Pero', alcuni generali, consiglieri e collaboratori  piu' vicini al re, gia' da parecchi giorni sapevano di quella storia. L'arrivo di quel vagabondo greco solamente gli confermo'    la notizia, che era una delle mille  che ogni giorno pervenivano dai collaboratori del potere dei persiani da tutte le parti dell'impero.

      Secondo un inequivocabile e severo ordine del re, il primo generale dei persiani aveva elaborato fino ai piu' sottili dettagli l'attacco dei ben armati soldati persiani al santuario di Amon a Siwa.

      "Pero', questo piano si oppone ai principi fondamentali dei persiani nei rapporti verso gli altri popoli, verso le loro lingue e i loro dei. Il nostro potere fino adesso non ha mai calpestato neanche una sola reliquia dei popoli sottomessi, ne' proibito gli dei degli altri e le lingue  incomprensibili.  Ci odieranno gli egiziani, i greci, gli ebrei  e tutti gli altri popoli, e l'impero scomparira' per una notte!", disse il generale al re.

      "Anch'io difendo la comprensione di tutti i popoli, e particolarmente degli egiziani. Questo e', invece, un caso particolare, ed io insisto affinche'  il celebre santuario e l'oracolo di Amone sia  attaccato, e  il testo segreto sia  trovato ad  ogni costo! Ti considero personalmente responsa­bile del  successo dell' azione!", rispose il re di tutti i re.

 

 Il racconto ventiquattresimo.

            L'esaminazione  del sacerdote egiziano

 

      Attraverso tutto l'impero in quei giorni circolava una  proclamazione  sulla grande necessita' di ottimi soldati per un compito speciale ,  dal quale sarebbe dipeso  il destino dell'impero persiano. Nella proclamazione non si menzionava l'Egitto e l'oracolo del dio Amon con nessuna parola. Tra i ragazzi desiderosi di  avventure nelle grandi citta' e nelle periferie dell'impero l'avviso  suscito' agitazione e causo'  brama per denaro facilmente guadagnabile.

      In Lidia e Ionia si agitarono  i Greci, ed in Assiria, Israele,  Elam e in Media giovani uomini di diverse nazionalita'. Nelle fortificazioni militari venivano  colonne di ragazzi con la prenotazione per l'annunciata impresa militare. Li accompagnavano le intere loro famiglie, ragazze, tutti con il desiderio che i loro figli e ragazzi fossero scelti per quella  azione militare cosi' importante.

      In Battriana, la provincia di nordest, la fortifica­zione militare fu  inondata di  maschi. Su distesi e  immensi prati ( i quali circondavano la fortificazione), vicino alla statua  di Ahura Mazda, dio dei persiani, fu  seduta una decina di ragazzi  venuti da vicino. Davanti a loro avevano messo del cibo e brocche con il vino.

      Tutti quelli che   vennero nella fortificazione  rice­vevano una porzione abbondante di  cibo, e una notevole quantita' di  vino. Questo valse  per tutti, indipendente­mente se si trattasse di  candidati all' imminente impresa militare, oppure delle loro ragazze o di membri delle famig­lie.

      Cosi', nelle fortificazioni militari di  tutto l' impero spesso arrivava    gente desiderosa di conversare, oppure di udire fresche  notizie dalle parti lontanissime. Pero', questa volta tra i ragazzi presso la statua di Ahura Mazda si congetturo'   dove e contro  chi si intendeva intraprendere l'azione militare.

      "L'impero persiano e' veramente colossale, pero', pare che  le citta' greche radunate intorno ad Atene e Sparta gli impediscano di ampliarsi  verso l'Europa. Suppongo che il re di tutti i re abbia  deciso di sottomettere i greci al suo potere!", disse  uno di loro.

      "E' del tutto possibile quello che stai dicendo", aggi­unse  un altro e prosegui' : "forse si tratta soltanto della intenzione del palazzo reale di calmare le frequenti rivolte in Egitto e nelle parti estreme  dell'impero."

      "Per me e' indifferente  dove andremo. Per me e' de­cisivo  tornare ricco dalla guerra, perche' il re offre una vera ricchezza ad ogni militare. Spero di attraversare  paesi sconosciuti e interessanti!", parlo'  il terzo.

      I messaggeri, che ogni giorno pervenivano al palazzo a Persepoli, fecero  sapere  che le commissioni del recluta­mento in  alcuni mesi avevano riunito trecentoventimila tra piu' abili  maschi nell'impero dai diciotto fino ai quaranta anni. A questo numero doverono essere aggiunti circa  dieci mila greci, ottimamente addestrati,  i quali ricevevano  stipendi particolari, ed ebbero   contratti  favorevolissimi con i governanti persiani.

      In quei giorni i funzionari dell'impero persiano trova­rono un sacerdote egiziano di prestigio, che faceva fino a qualche anno prima  il servizio di  sommo sacerdote nel santuario di Amon nell' oasi di Siwa. Lo condussero a  palazzo e lo trattarono  in un modo migliore, rendendogli  onori particolari. Sempre gli lasciavano una possibilita' di non rispondere alla domanda, oppure di rispondere in modo a lui gradito.

      "Preghiamo umilmente il sommo sacerdote che ci racconti del santuario del dio Amon nell'oasi di Siwa. A noi inter­essa ogni dato: quanti sono i sacerdoti  la', i candidati al sacerdozio , quanti i servi. Come sono dislocati gli edifi­ci, dove sono collocate le santissime reliquie, ed in che giorno si trova   in esso il minor numero   di  pellegrini.  Possiede il santuario una guardia , e possono accedere ai luoghi piu' devoti  quelli che non sono  credenti del dio Amon, per esempio i greci oppure i persiani?"

      IL sommo sacerdote seppe  chiaramente che la loro curiosita' e l'interesse miravano ad uno scopo, il quale  comincio' ad inquietare il suo cuore. Il sacerdote, eredi­tando quella dignita' dai suoi avi, sapeva benissimo  che ogni santuario del dio Amon, percio' anche quello a Siwa, fu  un fondamento su cui era appoggiato l'Egitto. Come  una colonna di un palazzo e' il sostegno sul quale poggia il  tetto. Come lo sono per gli uomini le loro gambe, oppure, la ragione , che e' il sostegno di tutte le intenzioni umane per coloro che la posseggono.

 Che cosa il sommo sacerdote pote'  rispondere ai persiani?

      "Potenti padroni", comincio' a replicare  il sacerdote, "io stimo il vostro rispetto verso le reliquie egiziane, percio' vi consiglio di trattare  tutto cio' che e' egiziano  piu' prudentemente di quanto  trattiate la pupilla dei vostri occhi! I suoi eterni ed onnipotenti dei hanno portato  l'Egitto dalle profondita' celesti , e colui che profanera'   una reliquia egiziana cadra' in disgrazia presso gli dei!"

 

 Il racconto venticinquesimo.

 

            Il greco Nicomaco e le sue amanti

 

      Il generale principale del re  attentamente sorveglio'  tutte le operazioni: il reclutamento dei soldati, la scelta dei mercenari greci, e la selezione dei comandanti inferio­ri. Davanti a se' nel  palazzo reale disegno' la posizione  del santuario a Siwa rispetto alla citta' di Susa. Quando mostrava ai consiglieri del re ed al re in persona  come si sarebbe svolta l'operazione, mentre il suo indice si avvici­nava al santuario, la sua mano tremava e la voce balbettava. 

      Questo fu  molto sorprendente, perche' nel palazzo quasi tutti conoscevano il generale gia' da molto tempo , e, perche'  il re amplio'  l'impero  mesi di marcia proprio sotto il suo comando. Ed allora tremo'  davanti ad alcune centinaia di  uomini dislocati nella desertica oasi egizi­ana, che si chiamava Siwa! Pero', nessuno volle  mostrare di aver notato la debolezza del generale.

      Quando era quasi tutto pronto, fu  dato l'ordine di selezionare dai  trecentoventimila soltanto i quarantamila   migliori, e di aggiungere ancora diecimila  mercenari greci. Poi, i soldati cominciarono a pervenire in  grandi gruppi a Susa, dove il generale personalmente, accompagnato dal re, passo'  in rassegna le truppe.

      "Penso che questa volta abbiate scelto  soldati pieni di talento!", disse  il generale principale ai rappresentan­ti delle commissioni di reclutamento.

      La mattina seguente fu  ordinato il grande movimento: l'immensa colonna dei soldati ando'  verso il sudovest, e gli abitanti li guardarono con entusiasmo, ed anche con   innumerevoli domande alle quali non sapevano dare una risposta.

      Appena  usciti sulle immense pianure fra l'Eufrate e Tigri , si pote'  vedere che la maggior parte dell'esercito fu  composta dalla fanteria, una parte notevole dalla caval­leria, e c'era abbastanza di accompagnamento.

      Il generale dava  ordini ad un greco con il naso piegato, e con ardente, penetrante sguardo, che cavalcava attaccato alla criniera del suo gigantesco cavallo.

      Quel greco, il sostituto del generale,  condusse con se' tre bellissime donne : la  persiana Anisa, l' egiziana Iput e la greca Saffo. Quell' uomo di Efeso fu  conosciuto in  molte citta' come un soldato astuto, ingegnoso e  furbo. Era molto cosciente delle sue capacita', percio' ricattava i datori di lavoro con grandi somme di denaro.

      Si diceva  che per i  suoi servizi a volte  ricevette piu' di dieci mila mercenari greci tutti insieme. Come militare ebbe  soltanto un difetto: era matto per le donne, e  non voleva andare da nessuna parte senza loro.      Ovunque si narrava, che alcune volte il re persiano avesse dovuto   aspettare nelle spedizioni militari contro  i faraoni egi­ziani, mentre il greco sul fronte calmava la bramosia per i piaceri di amore.

      Un beduino con il cammello aspettava in Egitto quella immensa colonna di gente e l'equipaggiamento militare,   perche' fu  stato concordato che egli  avrebbe fatto da guida attraverso il deserto.

      Il suo corpo  fu   fragile,  e   parlava   raramente , soltanto qualche  parola. Sembrava che il suo  pensiero fosse  disperso sugli spazi sconfinati del deserto.

      In molti villaggi  di beduini sparsi nel  Sahara affer­marono che egli era assolutamente la miglior guida del deserto, e che  perfettamente conobbe  la sua natura. Coloro che lo conoscevano, raccontarono  che pote' sentire in modo matematicamente esatto  quando e dove sarebbe capitata  una tempesta di  sabbia desertica, dalla quale temettero molto anche gli abitanti del Sahara.

      Seppe i movimenti dei  piu' pericolosi branchi dei leoni desertici, e in che modo difendersi dall'attacco dei serpenti velenosi. Sempre annuso'  primo tra i suoi coabita­tori il prossimo pozzo, quando le molte bocche rimasero  secche e bramarono un sorso d'acqua.

      Aveva gia' trentun anni, ed ancora non fu  ammogliato. Intorno al beduino si sentiva un'atmosfera misteriosa. Nelle sue mani gli oggetti quotidiani e banali perdevano il proprio senso, e diventava­no strani ed incomprensibili.

      Quando arrivo'  il generale principale, il beduino lo saluto'  con un sorriso nascosto nell'angolo sinistro  delle sue labbra.

      "Questo e' il greco Nicomaco, ed e' il migliore di tutti i cinquantamila soldati qua presenti!", disse orgogli­osamente il generale rivolgendosi al beduino.

      Con una   vibrazione  del sorriso appena visibile  rispose' la guida del  deserto. Il greco Nicomaco rideva fortemente, tirava un sorso del vino dal suo soffietto, si attacco'  alla criniera del suo cavallo, e fuggi'  verso le sue donne.

      "Fra qualche giorno di marcia i militari persiani entreranno nel santuario del dio Amon a Siwa!", disse finalmente il beduino al generale, e poi si avviarono.

      Erano le prime ore del pomeriggio, e l'orizzonte bril­lava   con uno splendore soffice ed ardente. Gli strati dell'aria rovente tremarono condensati tra il sole e la sabbia desertica.

      Il mondo apparve  nello stesso momento come un fantasma e come una realta'. I soldati, i quali non conoscevano i lacci pericolosi del deserto,  in  gruppi scendevano dai loro cavalli, prendevano con i  pugni della sabbia, poi la spargevano, dopo di che ridevano come bambi­ni.

 

 Il racconto ventiseiesimo.

            Il giovane Dario brama dell’acqua

 

      In fondo  della colonna, che camminava gia' da ore, si senti'  la stanchezza : i militari erano bagnati di sudore, e la poca quantita' di acqua, che  portarono nei loro soffi­etti, dovevano attentamente risparmiare.

       Non abituato al deserto, un  soldato di nome Dario con il suo cavallo si volgeva  nella speranza di  scorgere  un pozzo, oppure un laghetto, per  poter versare addosso immense quantita' d'acqua. Gli occhi gli bruciavano insopportabilmente, perche' il sudore si verso'  dalla sua fronte alle occhiaie.

      Mentre la colonna illimitata in ordine irreprensibile seguiva il beduino, compreso    il greco Nicomaco, il giova­notto persiano scorse  davvero al termine dell'orizzonte la superficie  brillante di un lago desertico, ed egli in quell'istante senti' un grande sollievo.

      "Vedi quel lago laggiu'?!", esclamo' Dario al suo amico, che  cavalcava solo due passi lontano da lui.

      Quel ragazzo, che aveva  chiamato, fisso'  il suo sguardo in lontananza, e confermo' facendo un segno con la testa.

      "Sono convinto che si tratti di un grande lago!", ris­pose.

      "Voi scommettere che lo raggiungero' in un attimo, che riempiro' il soffietto con l'acqua, e che ritornero' mentre la colonna non andra' avanti piu' di alcune centinaia di passi!", disse il primo giovanotto.

      "Sono completamente d'accordo che quello sia possibile, pero', sbrigati lo stesso!", l'amico lo ammoni'.

      Quando  l'ultima parola del soldato si fu dispersa negli spazi smisurati del deserto, Dario, che  per primo aveva  scorto il lago, sprono' il cavallo e corse verso la superficie dell'acqua, che  ancora biancheggiava all’orizzonte.

       Il suo cavallo era di razza migliore, robus­to e vigoroso, ed il cavaliere in  groppa si sentiva come sulle ali del vento.

      Il cavallo corse   con tutta la forza, ed al cavaliere parve   che  soltanto alcuni momenti lo dividessero  dal lago. L'animale, invece, si indeboliva e sempre di piu' rallentava il trotto, mentre il volto del ragazzo si bagnava nel sudore, ed in quell'attimo in lui si concepi' il dubbio.

      Il lago comincio' ad allontanarsi insieme coi passi del cavallo, e poi si perdette completamente. Il soldato ancora poteva vedere i riflessi dei piccoli punti d'acqua, pero', anche essi lentamente scomparvero.

      Il ragazzo sprono' il cavallo con  colpi acuti, pero' l'animale non si mosse  piu' neanche un solo passo, e cadde con le zampe anteriori ficcate nella sabbia. La paura, terribile ed insopportabile, comincio' a stringere il cava­liere nella gola, ed egli si volto' indietro , verso la colonna dei militari.

       In lontananza si poteva vedere soltan­to l'orizzonte, rosso ed ardente, nel quale si distendeva il silenzio piu' silenzioso della morte, ed in esso questo sedotto e spezzato cuore umano senti' una pesante ed atroce solitudine.

      Davanti al giovanotto in quel momento comparve il lu­singhevole mondo della sua fanciullezza: i fiumi ed i rus­celli, che in primavera si gonfiavano e portavano  dalle montagne i pezzi del ghiaccio nel suo  villaggio. Ed egli si fermo' ancora una volta sul ponte di pietra, il quale nella forma dell'arco era innalzato sopra le acque schiumose del fiume, ed affisso' lo sguardo nei vortici e nei fiotti, che danzavano e producevano della schiuma, e poi scorrevano verso i campi fertili.

      Poi, si avvio' dal ponte e scese sulla sponda, e mise la mano nel cerchio della schiuma acquosa, ed essa lo acca­rezzo' silenziosamente e teneramente, ed il suo cuore ed il cervello si svegliarono come da un brutto sogno. Poi  con le giumelle comincio' a bere, e subito dopo si getto' nei fiotti ancora desideroso della loro  delizia.

      Davanti agli occhi del militare apparve il viso di  sua madre, e su di esso la sua indescrivibile , appassionata brama per lui. E la sua figura comparve sulla sponda, e poi sull' orlo del fiume, ed ella verso il suo ragazzo protese le mani chiamandolo con il nome. La sua voce si distendeva per le pianure come un grido, una disperazione, una suppli­ca.

      Lontano di qua verso il tramonto del sole vigorosamente camminava l'immensa colonna dei soldati persiani e dei mercenari greci, guidata dal silenzioso e misterioso bedui­no. In fondo alla  colonna un soldato si volgeva verso il suo amico, ma egli non arrivava. I raggi del sole comincia­vano a spegnersi, e l'aria diventava piu' mansueta e piu' leggera.

      In quell'attimo dinanzi a lui comparve il messaggero del generale principale, che esclamava gli ordini e le spiegazioni.

      "Ancora un po' e ci accamperemo. Davanti a noi rimango­no alcuni giorni di marcia fino al santuario del dio Amon nell' oasi desertica di Siwa. Il generale vi comanda e prega di essere  disciplinati e di non spendere il cibo e l'acqua senza assoluta necessita'. La gratifica sara' grande per ogni soldato, perche' il nostro impero persiano possedera', dopo  questa operazione militare, i condottieri geniali ed uguali i re."

      Cosi' esclamava ininterrottamente, cavalcando dall'inizio della colonna verso la sua fine, e poi indietro.

 

 Il racconto ventisettesimo.

            Gli ultimi giorni nel deserto

 

      Di mattina, dopo  che furono passati quattro giorni e quattro notti, il beduino nella sua tenda si alzo' per primo. La guida usci' , e prima  getto' uno sguardo verso l'ovest, e poi verso le  altre tre parti del mondo. Levo' la testa in alto, verso il cielo, con il naso inspiro'  ed espiro'  alcune volte con ritmo veloce, si piego' , prese  un pugno di sabbia del deserto, la strofino'  nel pugno della mano destra, e la butto'  in alto davanti a se'.

      Le picco­lissime particelle della sabbia buttata girarono in un  vortice, e quando il beduino le scorse, sul lembo sinistro delle sue labbra danzo' un sorriso quieto.

      Poi i militari gli portarono la colazione, pero', egli mangio' solo alcuni bocconi. Mentre inghiottiva l'ultimo boccone a lui si stava avvicinando il generale, ed il bedui­no sorrise avaramente.

      "Ci muoveremo  subito!", disse brevemente il generale.

      "Questa sera mentre tramontera' il sole noi  saremo nel santuario di Amon a Siwa!", rispose il beduino.

       Non udendo neanche una sola parola di piu', il generale torno' dal greco Nicomaco dandogli degli ordini.

      Sui grandissimi spazi del deserto i soldati in pochi  istanti  levarono le tende, si misero  in fila, ognuno al suo posto. Nicomaco, attaccato alla criniera del suo caval­lo, girava tra le sue donne augurando a loro un piacevole e buon viaggio.

      Sull'orizzonte desertico stava nascendo un giorno silenzioso ed enigmatico, che diffondeva  fra i soldati    sollievo, perche' il caldo e il  sudore li opprimevano  in abbondanza. I messaggeri sui loro veloci cavalli giravano la colonna, ed esclamavano l'ordine di muoversi in  avanti.

      Passarono delle ore ed il beduino si fermo'  ancora parecchie volte, guardava il cielo, inspirava ed espirava l'aria, prendeva un pugno di sabbia e la buttava in alto. In un momento si avvicino' al generale e gli disse:

      "Sulla  strada, per la  quale ci siamo avviati, tra alcune ore si abbattera' una forte tempesta di sabbia. Percio', dobbiamo girare a destra!".

      Confermando, il generale fece un segno con la testa, e chiamo' Nicomaco, e questo trasmise l'ordine di girare a destra  a tutti gli altri messaggeri.

      Quando gli ultimi militari giunsero  su quel posto, sul quale il beduino aveva  fatto sapere al generale del cambiamento della direzione, una branca della potente tempesta di sabbia li  colpi'  alla faccia. Il micidiale uragano di sabbia, invece, non girava a destra dietro la colonna dei militari, ma, continuo'  a soffiare direttamente, proprio in  quella direzione  che  i persiani dovevano percorrere.

      I militari si volsero , e videro  dei vortici della rossa sabbia desertica mentre fatalmente fischiava. A loro sembrava di  marciare verso il cielo, oppure verso il fondo dei piu' profondi mari, oppure di  immergersi nelle loro viscere.

       Il beduino non si volse, ed il suo volto apparve piu' misterioso che mai. Stupito ed impaurito, il generale guardo'  i suoi soldati di dietro della colonna. Le amanti del mercenario Nicomaco coprirono  le loro belle faccette  con gli scialli di seta, e con le mani si  appigliavano ai loro cavalli.

      Dopo un lungo ed ininterrotto cammino, tutta la colonna sfini' completamente , ed allora il beduino si rivolse al generale:

      "Dovremo di nuovo girare a destra, perche' nella dire­zione nella quale ci  troviamo tra un po' comparira' una tempesta di sabbia!".

      Il generale  spalanco'  la bocca di sorpresa, pero'  non  oso'   opporsi al consiglio, e soltanto disse:

      " Bene, faremo come dici!"

      L'esercito di nuovo  giro'  a destra, e cosi' comincio'   ad allontanarsi dal suo obiettivo. Dopo un po' di tempo il fischio della sabbia desertica si udi' dietro le loro spalle, e, poi, scomparve  negli spazi smisurati come se non ci fosse mai stato.

      In seguito, per alcune  ore, il beduino  giro'  a destra l'esercito   ancora cinque volte, ed esso ogni volta evito'   una catastrofe soltanto per la lunghezza di alcuni passi umani.

       Lungamente i militari persiani ed i mercenari greci girarono in un circolo, spaventati ed esauriti. Allora il beduino si avvicino'al generale dicendo:

      "Che l'esercito di nuovo giri a destra, ed io vado avanti a udire da dove soffia il vento!"

      Il beduino non  volle  gettare uno sguardo al generale, sapendo che i persiani non avevano un'altra scelta, tranne agire come lui propose. Ruotando il suo cavallo, sul suo viso emerse un presagio del sorriso nascosto.

      Egli continuo' a cavalcare nella direzione retta, mentre  l'esercito dietro le sue spalle girava a destra.

      La distanza tra il beduino e l'esercito persiano diven­to'  sempre piu' grande, ed il giorno desertico si trasfor­mo'  in uno spettro ed in un inferno. Il sole si copri' con la tenebra, minacciosa ed oscura, ed i vortici della sabbia si alzarono dalla superficie della terra e si lanciarono verso il cielo.

      Il beduino con un scialle  copri' il viso e   continuo'  a cavalcare avanti. Dietro le sue spalle getto' solo uno sguardo, uno sguardo breve e veloce, nel quale sotto le immense quantita' della sabbia desertica scomparve  l'esercito persiano. I fanti si affondarono nella sabbia viva, ed i cavalli con i loro cavalieri , fuggendo da tutte le parti, svanirono eternamente  di fronte ai sempre piu' potenti  assalti dell' uragano.

      Il greco Nicomaco, attaccato al suo cavallo, galoppo'  verso la direzione nella quale si era perso il beduino, pero', non  ando'  lontano. La terra si apri' di fronte a lui , ed egli per alcuni istanti spari' nel suo seno. 

      Verso la sera la guida del deserto con il suo cavallo  entro'  nel santuario di Amon a Siwa, ed immeditamente  fece  un sacrificio.

 

 Il racconto ventottesimo.

            Un libro sulle perle sepolte

 

      In quei mesi nella citta' di Susa arrivava un vento mite dal mare vicino e dai fiumi Eufrate e Tigri. Una fiera, la quale  gia' da settimane si svolgeva in citta', non cesso', perche' dalle vicine e dalle piu' lontane province dell'impero persiano venne   gente immensa.

      Si comprava e si vendeva di  tutto: dalla Grecia proveniva l'olio di olive, dall'Egitto il papiro, dalla Fenicia molta roba di pregio e dalla terra di Punt profumi divini. Furono es­posti tanti  mobili da casa, in alcuni posti vendevano delle poltrone, che  ricordarono i troni cerimoniali dei faraoni d'Egitto.

      C'era tanto  grano,  vino e  birra. Colui che avesse deciso di comprare del vino o della birra, pote'  vicinissi­mo per poco denaro acquistare delle brocche e dei vasi con le immagini disegnate dei vecchi eroi greci.

       Su una piccola piazza si potevano vedere gli egiziani, i greci, gli indiani dell'India, i persiani, i fenici, gli ebrei. Loro si intendevano spes­sissimo con diversi dialetti della lingua persiana, ma, anche, con il greco e l'egiziano.

      Dalle colline vicine, sulle quali erano  edificati i nobili palazzi del governo ed i santuari degli dei persiani ed  elamiti,  venirono alla fiera i sommi funzionari del re, i suoi collaboratori e consiglieri.   Molto comprarono le loro mogli e le amanti: le interessava  la cosmetica egiziana, i gioielli greci ed i preziosi amuleti dei popoli orientali.

      Vicino al centro della fiera, presso l'obelisco grande, sedette  un egiziano di mezza eta', con lo sguardo fissato alle dame, che erano scese dai palazzi sulle colline. Lo divertiva la loro curiosita' e l'apparenza nobile.

      Quelle donne notarono  lo sguardo invadente, e veloce­mente interruppero la conversazione con un indiano, e si avviarono verso il mercante dal Nilo. L'Egiziano aveva davanti a se' molti e diversi gioielli: capolavori d'orefi­ceria, turchesi, ametiste, braccialetti, collane, catene, meraviglie di arte e di gusto.

      Con il loro  splendore indescrivibilmente attirarono: perle d'oro cavo, diademi di una ammirevole finezza, grani di cornalina, anelli, cinture che imitavano conchiglie, placche rettangolari decorate e pendenti da una collana.

      Quando si furono accostate all'egiziano, le tre elegan­ti signore sorrisero , dicendo:

      "Che siano eterni gli dei d'Egitto!"

      Al marcante piacquero i loro sorrisi e saluti, ed egli rispose:

      "Ecco qua molti doni dal Nilo, per i vostri corpi bellissimi, per i vostri mansueti e cari cuori, per le vostre sublimi e pure anime!"

      Allora le ospiti stettero a domandare sull'origine dei gioielli, sull'artista che li aveva  fatti, e sul prezzo. Presero i  diademi e le collane, e le mettevano sulle loro teste e sui colli, e si specchiavano negli specchi.

      "Oh, splendide figlie dei potenti persiani, tutti questi costosissimi  oggetti appartenevano una volta alle magnifiche egiziane, che furono bellissime. Questo diadema apparteneva alla madre del faraone Menes, questa collana alla sua amante, queste altre due collane portavano le amanti del faraone Chefren. Quei gioielli la' furono  proprieta' della moglie di Micerino, ma, ce ne sono molti dalle famiglie dei faraoni prima di quella di Cheope, e da quelle dopo!"

      L'oro e le pietre preziose brillavano al sole, ed atti­ravano le persiane con una bellezza misteriosa e lontana. Mentre conversarono con il commerciante dei gioielli di pregio, un altro egiziano nelle vicinanze  sempre  esclamo':

      "Vendo dei libri interessanti: su  come gli egiziani sono  scesi dal cielo, su com'e' comparso il mondo e sull'o­rigine degli dei del bene e del male. Vendo  un' opera  sullo Splendore e sulle Tenebre, ed il  Libro dei morti. Due  papiri sono indescrivibilmente interessanti: un volume sulle perle sepolte, ed il Messaggio degli Dei Egizi.”

      “ Se comprate questo penultimo, potete diventare i piu' ricchi nell'impero persiano, perche' potrete trovare dei tesori di inestimabile valore. Se comprate questo ultimo, potrete godere illimita­tamente nell'amore con le donne, e, poi, creare gli uomini geniali, i quali padroneggeranno sul mondo!"

      Proprio in quell'istante nella fiera  entro'  cavalcan­do il generale macedone, Parmenione, elegante ed alto giova­notto di carnagione bionda, e le persiane gettarono uno sguardo bramoso su di lui.

      Nelle citta' per tutto l'impero si raccontava, che le signore disoccupate dell' aristocrazia persiana ammiravano i maschi di carnagione scolorita o bionda, perche' quello era in perfetta armonia con i loro temperamenti.

      Il macedone parecchie volte  cavalco'  attraverso la fiera   gettando  sguardi curiosi sui commercianti e sulla roba esposta. Quell'egiziano, che vendeva dei libri, sempre grido':

      "Vendo dei libri... chi compra quest'ultimo, potra'  godere illimitatamente nell'amore, ed, anche , creare degli uomini , i quali padroneggeranno sul mondo!"

      Udendo quelle parole, Parmenione in fretta cavalco' verso l'egiziano, e le persiane lo guardavano ancora con intenso desiderio.

      "Quanto le devo pagare il Messaggio degli Dei Egizi?", chiese al venditore.

      "Undici monete d'oro, soltanto undici monete d'oro!", rispose l'egiziano e prese la scatola d'oro, che aveva sul coperchio disegnato un fiore di loto. L'apri', prese il rotolo, lo svolse e comincio' a leggere la prima proposi­zione:

      "Gli dei salutano l'Egitto eterno, il loro primo ed unico santuario sulla terra..."

      "Ecco, ecco il denaro, datemi il rotolo!",  lo inter­ruppe il compratore.

      Il venditore dei libri guardo' Parmenione con sorpresa, perche' qua raramente qualcuno aveva   fretta. Chiunque  si avvicinava , infatti,  conversava  sui libri  piu' attraen­ti, oppure di qualcosa che gli veniva  in mente.

       In seguito, in fretta avvolse il rotolo, lo inseri' nella scatoletta e lo consegno' al nuovo proprietario. Il macedone salto' in groppa al suo cavallo e in  un attimo scomparve dalla fiera, mentre quelle persiane di carnagione scura lo cercavano ancora con i loro sguardi bramosi.

 

 Il racconto ventinovesimo.

 

                  I canto   al re assiro

 

      Il cavallo del macedone corse  al galoppo dalla citta' e, successivamente, giro'  a destra, verso le catene delle montagne.

      "Sono convinto che gli agenti del re hanno gia' fatto sapere, che e' stato  venduto alla fiera  il Messaggio degli Dei Egizi ad un misterioso macedone , e che l'inseguimento  sia  gia' dietro le mie spalle!", disse il cavalcatore quasi ad alta voce.

      Poi  sprono' il cavallo piu' forte e loro presto spari­rono nel bosco fitto sulle pendici della montagna. Davanti al cavalcatore c'era la lunga e pericolosa strada, strapiena di incertezza e durava molti giorni e notti.

      La luce sempre diminuiva, ed i veli del buio traspa­rente si stendevano sulle chiome degli alberi. Il cavallo del cavalcatore inspirava attraverso le froge coperte dalla  schiuma del sudore e di uno sforzo pesante. Il generale Parmenione accarezzo' il cavallo con tutt'e due le mani, e gli disse:

      "Vento mio, ancora un po', ancoro solo un po'!"

      Da una radura vicina si estendevano molte voci, il canto  ed il suonare. Il giovanotto bene appunto'  gli orecchi , e decise   di proseguire in quella direzione.

      Lontano  si potevano vedere sempre meglio i fuochi e la gente mentre ballava   e cantava  . Il cavaliere ancor di piu' appunto' gli orecchi, ed udi' delle parole.

      "...nostro  re d'Assiria,

      nostro  re d'Assiria..."

      Poi,  i versi successivi, li portava il vento al nord, ed in seguito cantavano nuovamente:

            "...nostro  re d'Assiria,

            nostro  re d'Assiria..."

      Il cavaliere si avvicinava sempre di piu', e quando fu  lontano alcune centinaia di passi, scavalco' e si corico' nel cespuglio. A  lui chiaramente venivano le voci:

      " Tuoi sono i cuori nostri,

quando l'alba spunta,

      O, nostro  re d'Assiria!

      Il calore di essi  si volge a Te

      Quando  bramano di amore.

      O, nostro  re d'Assiria!

      Quando i  sogni si ristorano di allegria,

      Quando la primavera fa nascere il sole e la vita,

      Ed allora siamo Tuoi, o, nostro  re d'Assiria!"

 

      Mentre il cavaliere giaceva nel cespuglio , lo prese la bellezza del canto pastorale, ed egli sperava che loro avrebbero proseguito dopo  quel verso "...Ed allora siamo Tuoi, o, nostro re d'Assiria!".

      Invece, si fece  silenzio, ed il cavalcatore poteva vedere soltanto le tenebre della nera e opaca notte , e udire  il rumore di qualche  ramos­cello, che si dondolava di fronte agli assalti del vento soave.

      Improvvisamente il suo cavallo nitri', una volta, due, e gli echi di quel nitrito si distendevano sulle radure e sui pendii, e di nuovo ritornavano negli orecchi del mace­done. Successivamente, al cavaliere si avvicinarono tre ombre maschili.

      "Chi sei?",

gli  chiese uno di loro in un pessimo  dialetto  del   nordassirico.

      "Sono un servo del potente re persiano!", rispose il macedone.

      "Quale re persiano... il re persiano... avete sentito un certo re persiano?!"

      "Si', sono un servo del potente re persiano, e sto andando nella  città di Sardi con un messaggio speciale del re per la delegazione delle citta' greche. Non possiedo del denaro, ne' persiano, ne' egiziano, ne' greco. E l'impero degli assiri e' andato in rovina tanto tempo fa, la sua capitale, Ninive, ancora brucia in un incendio enorme!"

      "Avete udito",

si rivolse l'indagatore ai suoi amici, "che l'impero degli assiri sia andato in rovina, e che Ninive ancora bruci in un incendio enorme...?"

      "Giuro sui nomi degli dei persiani, che dico  la veri­ta', e che l'impero degli assiri e'  andato in rovina!", affermo' di cuore il macedone.

      In quel momento i pastori lo invitarono a  venire da loro nell' accampamento, perche' volevano  onorarlo come merita un ospite che porta delle buone notizie.

      " Noi siamo poveri pastori ed i re assiri ci hanno rotto la schiena, e nessun vivo della nostra stirpe gia' da parecchi decenni  scende nella valle. Viviamo  lontano dalle citta' e dai poliziotti as­siri!", disse uno di loro.

      "Adesso liberamente potete scendere nelle citta', perche' il governo dei persiani e' molto   piu' mite, e non da' la caccia agli indigeni e non proibisce i loro dei.Sono migliori degli assiri, pero'  le profezie hanno gia' annunciato la loro rovina!"

      "La rovina?!!!",

 ripete' dopo di lui uno dei pastori i mentre stavano per entrare nell'accampamento, ma il macedone tacque avendo sentito nelle narici l'odore di  carne arros­tita.

 

 Il racconto trentesimo.

            Ninive brucia con le fiamme ardenti

           

 

      L'accampamento di montagna era grande, ed in esso dovevano abitare almeno alcune centinaia di persone. Fu composto di stalle intrecciate dalle fascine, e di piccole casette con i tetti dalle piatte lastre di pietra. Tra i pastori c'erano molti bambini, e  loro fuggirono impauriti appena scorsero lo straniero.

      Quando condussero il macedone   di fronte al capo del villaggio , e quando egli confermo'  che l'impero degli assiri era veramente andato in rovina, si  creo' una inde­scrivibile allegria nell'accampamento. Tutti si presero mano nella  mano e fecero una catena umana, che  circondo' i tre grandi fuochi, e gridavano:

 

      " Tuoi sono i cuori nostri,

 quando l'alba spunta,

      O, nostro  re di Persia!

      Il calore di essi  si volge a Te

      Quando  bramano di amore.

      O, nostro  re di Persia !

      Quando i  sogni si ristorano di allegria,

      Quando la primavera fa nascere il sole e la vita,

      Ed allora siamo Tuoi, o, nostro  re di Persia!"

     

      La gioia e la passione si staccavano dalle loro labbra e volavano verso il cielo, mentre pronunciavano le parole "...o, nostro re di Persia". 

      Misero subito a sedere il macedone davanti  al capo del villaggio, e posero dinanzi a lui delle grandi quantita' di  carne, di  pane ed un soffi­etto pieno di vino.

      Il vecchio aveva addosso un tessuto antichissimo. Cominci�™ ad interrogare il suo ospite su tutti i dettagli:  quali dei erano onorati nell'impero persiano , dov'era la loro capitale, qual era la lingua ufficiale, e su mille altre piccolezze.

      Di mattina il giovanotto  monto'  a cavallo provvisto di  grandi quantita' di  cibo, di  carne, pane, di  gustosi dolci di montagna , e di  due soffietti: l'uno era pieno di acqua di sorgente, e l'altro di  vino. Mentre stava montando il vecchio gli rivolse il seguente consiglio :

      "Quando creano degli imperi, e quando i loro carri armati di fronte a se' stessi bruciano e saccheggiano, giovanotto, vai nelle montagne , lontano, lontano, e nascon­di il tuo sguardo da una faccia umana! Noi  ci siamo salvati proprio in quel modo!"

      Il macedone  prosegui'  la sua strada attraverso le   pendici delle montagne, e non    scese nei villaggi nelle valli volendo  evitare ogni possibile rischio.

      I giorni passavano ed egli, avendo seguito la celebre via reale dalla citta' di Susa fino alla citta' di Sardi, si avvicino' a Ninive, ex capitale dell'impero assiro.

      Da molto lontano si vedevano ardenti, rosse fiamme e dense nuvole di  fumo nero, che  salivano in alto, e sfuggi­vano allo sguardo umano lontanissimo negli spazi celesti. Con le fiamme e con il fumo verso gli dei si innalzava il pianto ed il lamento dei popoli bruciati, sgozzati, e ridot­ti in schiavitu'.

      I sacerdoti ed i profeti di   innumerevoli tribu' dicevano  che la fiamma ed il fumo, ed il grido umano, dai palazzi reali a Ninive non si sarebbero spenti a lungo, e che cio'  fu  una punizione per l'ingiustizia commessa, e come un ammonimento ai potenti sovrani di quel tempo e del futuro.

      Avendo nascosto lo sguardo da quell'orribile scena, il cavaliere avvio' il suo cavallo verso l'occidente con una sensazione di  sollievo, perche' la strada di fronte a lui si era abbreviata.

      "Ancora solo alcuni giorni, e  sara' concepito uno dei piu' potenti uomini dal principio primordiale fino al giorno d'oggi!", penso' avendo inspirato l'aria della montagna.

      Dopo aver  pernottato  tre volte    il quarto giorno si  avvicino' alla piu' occidentale citta' d'Asia, Bisanzio, la quale fu  stata fondata in  Asia Minore dai greci di Megara alcuni secoli prima. Si accosto'  di soppiatto accan­to alle muraglie della citta' per un viottolo di campagna, giro'  intorno degli edifici del governo, e raggiunse  il porto non essendo stato notato.

      La' lo aspettava  impazientemente uno dei migliori barcaioli, che  fu stato noleggiato e pagato anticipata­mente in monete d'oro dai rappresentanti del governo di Filippo il Macedone.

      Il barcaiolo   trascorse tutti quei giorni  stupito ed impaurito: penso'   se  partecipasse ad un affare pericoloso e disonesto, e se  potesse   essere scoperto dagli agenti del governo persiano.

      "Ringrazio gli dei perche' sei  ancora qua!",

disse il cavaliere al barcaiolo mentre stava salendo sulla nave.

      Il cielo fu grigio, gonfio, torbido , e l'uragano che poteva capitare avrebbe affondato la nave come un guscio di noce. Nessuno  lasciava  il porto in quelle condizioni, e quando quel barcaiolo, benche' abile ed il migliore, con il giovanotto e con il suo cavallo si fu  avviato alla costa di fronte, verso la Macedonia, tutti gli altri padroni di  navi lo guardarono non nascondendo  il loro stupore.

      "Potente padrone", si rivolse il barcaiolo al giovanot­to, "dimmi quali sono le cause cosi' urgenti e decisive , che  ci forzano a  partire incontro ad una tempesta? Se  da queste nuvole si versa una pioggia torrenziale ed il vento, i tuoi datori di lavoro dovranno cercarci sul fondo del mare!"

 Il racconto trentunesimo.

 

            Le questioni senza  l'inizio e la fine

 

      Il mare schiumava  come una pentola con l'acqua bol­lente. Il barcaiolo con  sforzi eccessivi controllava la nave, ed enormi gocce di  pioggia si staccavano dalle nuvole immense. Pero', gli dei avevano  deciso di far passare la barca e i suoi viaggiatori, che giungessero  vivi e sani sull'altra costa.

      Quel giorno, verso  sera, il generale Parmenione rag­giunse il palazzo reale a Pella, la capitale della Macedo­nia.

       Secondo un piano precedente, che fu stato elaborato fino ai piu' piccoli dettagli, era in ritardo di un giorno. Molti gia' pensavano che fosse  stato imprigionato dagli agenti del governo persiano, oppure che fosse rimasto  vittima della mano di tribu'  inospitali ed ostili verso gli stranieri.

      Una grande allegria si creo' quando scorsero  il gio­vane generale mentre si stava avvicinando al palazzo. Gli agenti informarono immediatamente i collaboratori del re, e questi il re Filippo il Macedone e la regina Olimpiade.

      "Dunque, le profezie si realizzano!", disse brevemente Filippo a sua moglie.

      "Oh, caro re, attraverso le nostre membra, i nostri corpi, i nostri tocchi e baci,  gli dei fonderanno il mondo nuovo!",

 rispose Olimpiade a  Filippo, e prosegui':

      "Pero', io temo, perche' il papiro segreto e' stato ingiustamente predato agli egiziani, e noi  lo abbiamo di nuovo ingiusta­mente predato a  quei  ladri!"

      "La storia mondiale non procede come fosse previsto e tanti popoli si sono inorgogliti, e hanno smesso di fare  sacrifici ai loro dei. Noi faremo di  tutto per poter ad ogni passo agire giustamente, ed agli dei  saremo ubbidienti!", disse Filippo.

      "Oh, carissimo re...", pronuncio' Olimpiade piangendo.

      Allora nel salone reale entro' il generale Parmenione con la scatoletta d'oro sulla quale era disegnato il fiore di loto. Il generale si accosto' al re ed alla regina, e si inchino'.

      "Ecco, questo e' il Messaggio degli dei Egizi sul sommo piacere di amore e sulla creazione degli uomini geniali!", disse e apri' la scatoletta, ed incomincio' a leggere:

       "Il dio Seth saluta l'Egitto come il loro  unico santuario sulla terra..."

      In quel momento lo interruppe il re, e disse:

       "Gener­ale, ti dobbiamo la nostra reale e particolare  gratitudine per aver ottimamente eseguito il suo compito!" 

       "Spero di poter  servire la tua maestà reale ancora molti anni , e  poi, quando nascera' il nuovo sovrano, di poter continuare il servizio sotto il suo comando!", rispose Parmenione.

      Dopo aver  detto quello, il generale usci' dal salone reale. In  tutti i salotti del lussuoso palazzo fu incomin­ciata la grande festa, ed il re e la regina si preparavano per creare un uomo, che avrebbe dovuto essere  piu' abile e piu' saggio di tutti i mortali, e avrebbe dovuto essere  simile agli dei immortali.

      Dal vicino Olimpo il potente Zeus, e tutti gli dei a lui sottomessi, guardarono alle finestre illuminate  del palazzo reale a Pella. A loro piacque la pieta' della coppia reale, e  decisero di accogliere il nuovo re, che  avrebbe dovuto essere  concepito quella notte , a   braccia spalan­cate e con  ricchi doni.

      La notte divento'  piu' sontuosa e piu' splendente del giorno, e tutto il mondo si  trasformo'  in un caro e dolce abbraccio,  in un  verso magnifico, in un bacio. Il re e la regina con i loro piaceri toccavano i lembi del cielo, volavano, e si perdevano nelle sublimi fiamme della delizia.

      Suonavano le arpe, prima l'una, in seguito alcune di esse, e  poi, tutta l'orchestra, e quel suono si udiva molto lontano. Oh, come gli dei sapevano preparare una festa strapiena di  delizie, quando cio' desideravano!

      Quando nacque , al bambino diedero il nome Alessandro, ed egli strappo'  le simpatie e l'amore anche a quelli, i  cui  cuori erano pesanti ed inaccessibili. La madre gli diede presto da leggere i piu' bei versi di Omero, quelli nei quali si esaltano gli dei,l'eroismo, la saggezza, la giustizia, la lealta' agli dei eterni ed immortali. Il bambino leggeva di tutto cuore i lunghi racconti sul figlio del re Peleo e della dea Teti, sull'eroe intrepido sotto le mura di Troia, Achille.

      Quegli anni in tutto l'impero macedone , sulle piazze delle celebri citta' greche, e sugli spazi e le montagne piu' lontane del regno persiano,  i funzionari dei governi, i filosofi ed i pastori raccontarono , che fu  nato un sovrano, impavido e potente. Che  avrebbe dovuto prendere lo scettro dagli dei, e che di fronte alla sua spada avrebbero dovuto cadere i potentissimi eserciti del mondo.

      Alessandro maturava velocemente, ed alcuni anni dopo alla sua severa  ragione e al suo  acuto sguardo non sfuggi­va niente. A suoi genitori poneva delle difficili e com­plesse domande, alle quali nel palazzo reale nessuno  sapeva rispondere.

       Allora  suo padre invito' il grande filosofo greco, Aristotele, che venisse ad ammaestrare il futuro  sovrano  "perche' il significato delle sue domande non ebbe  ne' l'inizio ne' la fine, e che neanche i piu' saggi maced­oni furono in grado di dare qualsiasi risposta".

 

 

 

 Il racconto trentaduesimo.

 

            Le formiche contro   gli elefanti

 

      Mentre aspettava al filosofo Aristotele, Alessandro girava attraverso la Macedonia e conversava con gli uomini anziani e con i poeti. Di notte guardava le stelle , e nell'arte della guerra lo ammaestrava il generale Parme­nione.

      Poi venne  Aristotele di Atene, uno dei maggiori filos­ofi che  gli dei hanno mandato al mondo. Tutta la Macedonia venne  al palazzo a salutare e inchinarsi al saggio. Benche' nessuno se lo aspettasse, il filosofo fu  semplice ed ac­cessibile, volentieri  conversava con le ragazze e con i giovanotti, con le loro madri, e con gli  uomini vecchi.

      Il futuro sovrano, Alessandro, comincio' a porre  delle difficili domande al filosofo greco, non appena Aristotele ebbe varcato  la soglia del palazzo reale.

      "Maestro, che rapporto esiste tra lo spirito, l'uomo e la ragione , e' stato fatto il mondo da una sostanza come  l'acqua, il fuoco, la terra oppure l'aria? Governa sul mondo un'unica legge, che  e' stata nominata dal filosofo Eraclito "il logos"? E' vero che esiste quel mondo ideale delle idee, il quale e' eterno ed immutabile, mentre la terra sia sol­tanto una copia imperfetta di quel mondo ideale?"

      Il celebre Aristotele non pote'    rispondere facil­mente a  quelle domande, perche' neanche le opinioni della maggioranza dei saggi della Grecia  erano concordi  tra esse.

      "La filosofia non e' come una fucina, dove si fanno i ferri di cavallo, e quando  questi vengono consumati, si fanno  nuovi ferri di cavallo. La filosofia e' una via o un modo del pensiero umano, di cui lo scopo e' sapere la veri­ta', ammaestrare e rinvigorire gli uomini nelle virtu'.”

      “La filosofia e' conoscenza della verita' e la conoscenza della verita' e' conoscenza delle cause. Pero'  la filosofia rimane l'arte degli uomini mortali, e solo gli dei immortali sanno di sapere le ultime verita'!", disse Aristotele ad Alessandro.

      Pero',  il giovane principe macedone, al quale le profezie avevano assegnato  un ruolo particolare nella storia mondiale, chiese  ancor di piu', e quelle domande non ebbero  una fine. In seguito Aristotele, il giorno prima che aveva deciso di tornare ad Atene, disse al principe:

      "Anche gli dei hanno perso il controllo sul mondo. Anche a loro tremano le mani ed il pensiero di fronte al futuro degli uomini mortali. Per quanto riguarda le genti, loro sanno sempre di meno, e  sono completamente pervertite”.

      “Gli egiziani sono un antico,antichissimo popolo, che con i suoi occhi guardo' la creazione del mondo, la separa­zione dello splendore dalle tenebre, la trasformazione del caos nell'universo. Gli egiziani comunicarono con gli dei dell' universo in modo naturale  e semplice, come oggi i greci comunicano con i loro vicini. I greci molte, molte migliaia di anni dopo quell'arte impararono dagli egiziani, e presso di loro si senti' l'oblio nei riguardi del princi­pio primordiale, al quale loro non poterono essere presenti. Percio'  inventarono la filosofia, che essa li insegnasse quello che gli egiziani avevano guardato con i loro occhi.”

       “La filosofia greca introdusse la confusione nel pensiero umano, affermando che il mondo e' stato creato o dallo spirito o dalla materia, mentre  ogni egiziano sapeva che era stato creato dall'uno e dall'altro!"

      Dopo alcuni avvenimenti sfortunati, mori'  il re Filip­po il Macedone, ed il principe   Alessandro,  che aveva vent'anni,  subito assunse la responsabilita' del  regno. Presto dall' Asia alcuni sconosciuti e strani uomini , che non erano ne' persiani, ne' greci, nè ebrei, ne' egiziani, ne' maced­oni, andarono a Tebe a comunicare che il nuovo giovane re, Alessandro, mori' improvvisamente.

      Subito dopo le citta' greche sotto la guida di Tebe organizzarono  una sollevazione e tentarono  di scuotere il potere dei macedoni. Come un fulmine a ciel’ sereno, gia' alcuni giorni dopo, Alessandro venne a cavallo nelle citta' greche con un grande esercito. I tebani guardavano con le bocche spalancate e con paura la rabbia del re macedone mentre  sottometteva di nuovo gli stati greci, l'uno dopo l'altro.

      Quando Alessandro torno' dalla prima spedizione mili­tare, nella capitale  Pella i macedoni gli avevano  prepara­to un' accoglienza ardente: le immense moltitudini dei cittadini  inondavano  le vie e le piazze centrali, e con un canto bellissimo  salutavano  il loro sovrano.

      In quei giorni il re dei macedoni  convoco'  i suoi collaboratori, i consiglieri ed i generali migliori, i quali guidava il saggio Parmenione.

      "La Macedonia e' un piccolo paese circondato dalla   Grecia a  sud e dalla  grande Persia ad est", comincio' a parlare Alessandro, "pero', gli dei hanno deciso di farla grande e potente. Noi  dobbiamo ampliare il nostro regno verso est, nell'Asia Minore, e lontano nel continente asiat­ico!"

      "Pero', la Persia e' un paese sconfinato e potente, ed i loro generali possono radunare centinaia  di migliaia di ottimi soldati . Le satrapie persiane sono ricche, ed esse possono aiutare il governo a Persepoli  con   denaro, con  oro, con  armi, e con immense quantita' di alimenti!", disse uno dei generali.

      "La Macedonia e' nei riguardi della Persia come una truppa di  formiche rispetto ad  una truppa di elefanti!", disse un altro generale.

      Alessandro taceva con un silenzio lungo ed enigmatico, e poi si alzo' e disse:

      "E' vero che la Macedonia e' piccola, e la Persia grande, e' vero che noi abbiamo un esercito  poco numeroso rispetto ai  persiani, che possono reclutare dieci, cento, mille volte di piu' dei soldati. Dunque, e' vero che io guidero' una truppa di  formiche contro una truppa di  elefanti. Pero', gli dei immortali hanno deciso che sulla terra sia creato un impero nuovo e smisurato, ed io guidero' una truppa di  formiche che vincera' una truppa di  elefan­ti!"

 

 Il racconto trentatreesimo.

 

            Il giuramento sulla tomba di Achille

 

      "Non ci sono piu' maschi per l'esercito, non c'e'  neanche uno solo nei nostri villaggi e nelle citta', sulle vicine radure e montagne. Sono rimaste solo le donne, i bambini e gli anziani, e la gente ha paura di morire per fame, perche' non c'e' nessuno che possa  coltivare la terra ed allevare il bestiame!"

      Cosi' parlo' l'incaricato del re al generale responsa­bile per il reclutamento, ed era da una provincia macedone piu' lontana, al confine con l' Illiria. Il generale voleva reclutare molti di piu'  soldati, pero', il viso dell'incar­icato dal re, coperto dagli  spasmi del dolore e della sup­plica, lo  spinse a  pubblicare la fine del reclutamento.

      In tutta la Macedonia non  rimase  nessun giovanotto abile al  servizio militare, ed i generali  riuscirono a radunare appena trentacinquemila dei fanti  e cinquemila  cavalieri. A questo doveva essere aggiunta una piccola marina da guerra,  data come  contributo da alcune citta' greche insieme ad  Atene. Poco dopo, nell'alba, la colonna militare si  avvio', e con essa si unirono  pesanti ed insopportabili dubbi.

      "Che pensi, dove si instradera' l'esercito macedone, e quando di nuovo ci scorgeranno gli occhi dei nostri bimbi?", chiese il comandante dei cavalieri al suo capo, il generale Parmenione, il sostituto di Alessandro.

      "Prima andiamo a  nord, per ingannare i persiani, e di la' scenderemo in Asia Minore, per liberare le  antiche  citta' greche.  La' sono nati e sono vissuti i primi filosofi, e noi vogliamo a quelle citta' restituire la liberta', come un segno di pudore e di rispetto verso la filosofia. E poi, poi... forse torneremo in Macedonia!", ris­pose Parmenione.

      Il comandante dei cavalieri cavalco' accanto alla colonna dei soldati e trovo' un altro generale, il sostituto di Parmenione, e gli  chiese dove stessero dirigendo  e quando sarebbero tornati in Macedonia.

      "Prima andremo a  sud", comincio' a rispondere il sostituto di Parmenione, "perche' solo in questo modo pos­siamo difenderci dal vento forte del nord. Di la' prose­guiremo verso l' Asia Minore, a liberare le citta' greche. Il nostro re desidera sacrificare  sulla tomba dell' imper­ituro Achille, e poi forse torneremo in Macedonia, oppure ci avvieremo ad est!"

      Essendo assorto nei pensieri, il comandante dei cavali­eri torno' ai suoi militari. Allora, si avvicino' a lui uno di loro, tenendo lo  scudo e la spada innalzati, come se     potesse incominciare una battaglia  in ogni momento, e gli chiese:

      "Comandante, va il nostro esercito a calmare una solle­vazione ad Atene, perche' ho udito che si parlava di cio', oppure in Asia Minore a liberare le citta' greche, oppure sul fiume Danubio ad ampliare l'impero macedone da quelle parti?"

      Il comandante dei cavalieri sorrise, e poi divento' serio, alzo' la mano destra, e punto' il suo indice verso il cielo, e disse:

      "Vedi su nel cielo, lontano, lontano, quelle nuvole di colore blu, e quegli uccelli che volano sotto di esse, proprio  la' ci avvieremo anche noi, dove si avvieranno le nuvole e gli uccelli, e ci fermeremo dove si fermeranno essi. E poi, forse, torneremo in Macedonia!", rispose il comandante dei cavalieri al suo soldato.

      Alcuni giorni dopo la partenza, l'esercito si  accampo'  vicino alla mitica citta'   di Troia, che  gli dei Apollo e Poseidone circondarono con potenti  muraglie.  Sul quel fatto non esistevano i ricordi degli uomini mortali, perche' quello si svolse negli oscuri e lontani inizi della storia.

      Non pronunciando una parola ai suoi generali, che lo circondavano, il re Alessandro si alzo' e si avvio'verso la piccola collina alcune centinaia di passi lontano dal suo accampamento. Immediatamente si alzo' anche il generale Parmenione , il suo primo sostituto, e dopo di lui tutti gli altri generali, ed in seguito gli ufficiali inferiori, e tutto l'esercito.

      Alessandro sali' sull' altura, dietro di lui nuovamente si avviarono i generali, e l'esercito rimase in  piedi circondando i suoi comandanti da tutte le parti. Fra quelle numerosissime moltitudini si fece improvvisamente  silenzio, e loro rallentarono il  respiro, come se qualcuno onnipo­tente e  severo avesse dato loro quell'ordine.

      Allora, Alessandro si raddrizzo' e comincio' a parlare:

      "O, voi figli dei macedoni divini , voi soldati eroici con i pugni duri e con la spada affilata, voi generali stupendi che vinceste  battaglie splendide ed indimenticabi­li! Vi saluto con i saluti del mio cuore umile e pieno di giustizia, qua sulla tomba di Achille eterno. Vedete quanti siamo: qualcuno direbbe pochi, e qualcuno, che guarderebbe  dall'alto, direbbe, impaurito, che qua, vicino a Troia, sono  venuti  i macedoni tutti e i greci, e gli Illiri intrepidi!”

      “Vedete intorno i prati, gli animali, le piante! La' verso sud c'e' la Grecia e Atene famosa, e verso ovest la Macedonia  e  la nostra capitale Pella. Qua ad est si dis­tende la Persia smisurata, e  la', lontanissima, c' e' l'In­dia, e un po' piu' vicino l’Israele e l'Egitto divino ed eterno. Tutto questo che vedete a occhio nudo, tutto questo e' un-unico e indivisibile mondo: l'uomo in esso ha il suo senso e signif­icato, come lo ha un fiore oppure una nuvola, oppure un-unico pensiero umano!”

      “Tutti noi facciamo parte di un ordine divino, ed il  dovere nostro , di  uomini mortali, e' di sostenere  e rafforzare quell'ordine! Come le colonne doriche e ioniche sostengono  i tetti dei nostri templi santi. Non fate con i pensieri  vostri  e con le spade vostre nessuna ingiustizia a tutto cio' che e' vivo: all'uomo, all'animale, alla pian­ta!”

      “Non commettete ingiustizia neppure agli dei, fate a loro sacrifici, ricordatevi che siete mortali, e nel cuore mortale non deve regnare l'orgoglio. Facciamo un giuramento qua, sulla tomba di Achille eterno, agli dei immortali, che, con le spade nostre  e con i pensieri nostri non commettere­mo ingiustizia ne' agli uomini ne' agli dei!"

      Dopo di lui tutti ripetevano: "...che con le spade nostre  e con i pensieri nostri non commetteremo ingiustizia ne' agli uomini ne' agli dei!"

 

 Il racconto trentaquattresimo.

 

            Sul nitrito dei cavalli persiani

 

      Fu il mese di maggio, ed i resti dei giacimenti di  neve sulle montagne si scioglievano, e la vita comincio'  a pullulare  sui prati e sui pascoli. L'aria si  riempi'  del  profumo dei fiori e dell'inebriante primavera. La gente senti', mentre inspirava quell'aria primaverile, che prove­niva dalle montagne vicine e dal mare, che avessero    inspirato un destino, un ordine cosmico, e che  appena fosse venuto il momento per iniziare a realizzarlo.

      Era  cuor della notte  nell'accampamento di Alessandro il Macedone, quando incominciarono a venire i messaggeri dal nord, dal sud, dall'est e dall'ovest. Tutti portavano una sola notizia: i persiani avanzavano dalle radure delle montagne, dalle valli e dalle pianure, uscivano dagli alvei dei fiumi, giungevano dal mare.

      "Noi siamo circondati completamente, e non ci e' rimas­to un varco libero neanche  largo quanto un passo umano!", disse uno dei messaggeri assai disperato.

      Alessandro urgentemente mando' a chiamare  Parmenione, ma egli non dormiva. Era gia' da tempo sveglio, ed udiva attentamente i nitriti lontani dei cavalli persiani.

      "Senti quel nitrito?", disse Parmenione al messaggero avendolo visto costernato, "i loro cavalli sono impauriti e troppo stretti con le cinghie. Dunque, i cavalieri sono ancor di piu' impauriti e non sono sicuri come attaccarci!"

      Avendo pronunciato queste parole, Parmenione si affretto'  ad andare da Alessandro, che si era  gia' vestito, mentre i guardiani gli condussero  il cavallo.  Anche  tutti gli altri   generali e  gli ufficiali inferiori si erano alzati , e tutti stavano in  piedi a poca distanza dal re.

      "Lasciamo che i loro cavalieri  entrino al centro del nostro accampamento, e noi spostiamo la fanteria  ed i nostri cavalieri  sulla  parte sinistra e destra!", disse Parmenione ad Alessandro.

      "Ha qualcun' altro una proposta diversa?", chiese il re.

      "Quello e'  piu' saggio che possiamo e che dobbiamo fare!", dissero alcuni di loro unanimemente.

      Il re scambio' ancora alcune parole con i generali e con Parmenione , poi si accordarono sugli altri compiti, ed in seguito si divisero, ognuno alla sua parte. L'accampamen­to macedone si svuoto' in pochi  attimi, e la fanteria e la cavalleria, come propose Parmenione, si allontanarono verso la parte sinistra e destra.

      Quando l'ultimo cavaliere persiano entro' nell'accampa­mento macedone, la cavalleria di Alessandro, sotto il coman­do del generale Parmenione, comincio' a tornare indietro  ad assalire il nemico. Benche' molto  piu' numerosi, i persiani cominciarono a cedere sui fianchi, e, poi, la loro difesa si disfece completamente, ed i corpi morti, insanguinati dei loro soldati scomparvero sotto gli zoccoli dei loro cavalli.

      La battaglia fu  vinta velocemente, prima dello spuntar del giorno, ed i resti dei soldati persiani  fuggivano  da  ogni  parte.  I  loro  cavalli senza  cavalieri nitrivano al galoppo , e  rotavano in un circolo.

      "Senti come nitriscono questi cavalli persiani?", chiese Alessandro a Parmenione.

      "Cosi' nitrivano stanotte mentre ci attaccavano, ed era chiaro ch'erano impauriti e troppo stretti!", rispose il generale.

      Poco tempo dopo, la maggioranza delle citta' di Asia Minore, Mileto, Efeso, Alicarnasso e Sardi, caddero nelle mani di Alessandro quasi senza combattere. Il re macedone  vieto'  ai suoi soldati, sotto i piu' severi e decisivi giuramenti , di vendicarsi sui cittadini, oppure su qualsia­si altra  cosa  creata dalla mano umana o divina.

      "Vi comando di non calpestare neanche un fiore sulle piazze e sui parchi delle citta' conquistate. Vi ricordo del giuramento, che abbiamo fatto agli dei sulla tomba di Achille!", disse il re ai suoi militari.

      Nel tempio di Zeus nella citta' di Gordio si custodiva gia' da mille anni il nodo gordiano, e nessuno  riusciva a slacciarlo. Si trovava  sul carro del fondatore della citta' di nome Gordia, e le profezie promettevano l'impero asiatico a colui  che lo avesse  snodato. Quando Alessandro venne nel tempio di Zeus per fare un sacrificio, molti del suo accom­pagnamento tentarono la fortuna con la speranza di slacciare il nodo.

      Lo fissavano con i loro sguardi dal disopra, dal disot­to, da sinistra e da destra, pero', non trovavano una solu­zione. Il nodo era molte volte allacciato, da una parte al giogo, e dall'altra al timone. Dopo che ebbe  fatto il sacrificio, Alessandro si avvicino' al carro  e con un colpo di spada recise il nodo.

 

 Il racconto trentacinquesimo.

 

            Anche gli dei scendono sulla terra...

 

      I soldati persiani, vinti presso  Troia,  fuggivano per tutto l'impero. Ovunque dove arrivassero,  dell'esercito macedone raccontavano   come della paura e del terrore. Gli uomini nelle lontane provincie dell'impero, che  esaminavano ed ascoltavano i soldati superstiti, rimanevano con il fiato gelato.

      "E' possibile che soltanto un soldato macedone possa superare in  forza oppure addirittura uccidere dieci, venti oppure addirittura cento  persiani?!", la gente si domandava   battendosi  i  petti.

      Pero', le battaglie erano appena incominciate, e se ne stava proprio  preparando una nuova. Piu' di seicentomila militari armati fino ai denti  marciarono davanti al re persiano, e dall'altra parte presso la citta' di Isso li aspetto'  Alessandro con solo quarantamila.

      Si narrava che in quei mesi l'illimitato impero persia­no stava morendo oppresso da  un silenzio pesante ed insop­portabile nell'attesa della battaglia.

      "Vincere con quarantamila l'esercito di seicentomila possono soltanto gli dei immortali del cielo, e forse neanche loro!", corse  voce da una bocca all'altra a Persepoli, Susa, Ecbatana, Gerusalemme. Allo stesso, gli uomini quella proposizione, la pronunciarono frastornati,  tremando, mentre le loro gole si strinsero  in un spasmo.

      Un po' di tempo Alessandro ed il re persiano stettero di fronte l'uno all'altro,  guardandosi con  sguardi enigmat­ici. Per primo si  mosse il persiano con quarantamila opliti e con i tre mila  migliori cavalieri. La loro cavalleria  assali'  la fanteria macedone, ma, per una resistenza forte comincio' ad indietreggiare ed a sopportare perdite enormi.

      Allo stesso tempo Alessandro attacco' il nemico sulle ali, e dietro di se' lascio'  cumuli di corpi morti. Fatti dai soldati martirizzati, insanguinati e dai cavalli squar­tati , quei cumuli erano immensi e spaventosi. Da essi si innalzava l'odore della morte insanguinata ed insopporta­bile, e pareva che su quelle pianure si fosse  coricato morto ed affaticato tutto l'impero persiano.

      Con gli occhi, nei quali si fu  contratto il dolore infinito e la paura,  il re dei persiani guardava le sue truppe migliori come nello scontro con l'esercito macedone  si sprofondavano nella terra , nel sangue, nei rantoli, nelle grida.

       Avendolo visto da lontano  come osservava quell'orrore, alcuni cavalieri macedoni  corsero dietro di lui, pero', egli riusci' a scappare. Dietro di se' lascio' la moglie, gracile e bella come un filo di vento primaver­ile,  la madre e due figle.

      Quando si  sparse la voce per tutto l'impero che Ales­sandro si comportava bene con gli indigeni nelle provincie recentemente conquistate, e che faceva  sacrifici ai loro dei, la gente comincio' a seguire il fuggito re persiano.

 

      Speravano di poter vedere con  i  loro  occhi quell'esercito macedone potente ed invincibile, e di salutare il nuovo sovrano.  Vicino  all'accampamento   dei resti impauriti dell'esercito persiano si radunavano  vecchi e  bambini, stregoni, maghi e sacerdoti. Pero', Alessandro non veniva , e la folla rimase  delusa.

      Invece di  acchiappare il re persiano e di impadronirsi di tutto il suo impero, il macedone si avvio' verso la Siria, la Fenicia e  l'Egitto. Le citta' di Biblo, Sidone e Tiro caddero senza alcuna battaglia, ed i loro abitanti per questo ringraziavano gli dei lungo tempo.

      Quando si  sparse la notizia della grande vittoria in Macedonia ed in Grecia, ad Alessandro cominciarono a perve­nire numerose e solenni missioni. Una di esse gli  porto'  una corona d'oro dei migliori ginnasti greci, e l'altra  gli  consegno'  un libro con  versi, che  lo elevavano lontano dagli uomini mortali. I macedoni gli  mandarono  saluti immensi e   doni con le espressioni di  lealta' profonda e dell' amore.

      Il nome di Alessandro si udi' da  bocche innumerevoli, ed esso comincio' ad innalzarsi ad altezze  lontane ed irraggiungibili . Quel nome, mentre lo pronunciavano, nobi­litava lo spirito ed il corpo degli uomini, come se fosse  il nome degli dei immortali, e come se avesse  una forte e sicura potenza di risanare.

      Cosi' quei giorni cantava  un vecchio persiano nella lontana Ecbatana  , con la voce malinconica e triste, come avesse bramato per i piaceri della gioventu':

            "Anche gli dei scendono sulla terra

            a condurre le battaglie terrestri!

            Che tremino di fronte a loro i mari,

            smisurati profondi mari,

            i fiumi davanti a cui

            si ferma il fiato umano!

            Anche gli dei scendono sulla terra

            a condurre le battaglie terrestri!"

     

      La piu' giovane figlia del fuggito re persiano, che si chiamava Statira, taceva con la sua sorella e con la madre nella tenda, la quale l'aveva fatto mettere il condottiero macedone. Sorprendeva se' stessa mentre le fuggiva una brama per gli occhi di Alessandro, ed egli li visitava ogni giorno sempre con una nuova , piacevole sorpresa.

      Ieri  i soldati macedoni li hanno tessuto una corona dai fiori dei prati, e oggi mentre pranzavano li hanno declamato dei splendidi versi dei poeti greci. Mentre l'ul­tima volta usciva dalla loro tenda, Alessandro colse lo sguardo desideroso negli occhi affascinanti di Statira, e sul suo viso in quel momento ballo' un sorriso allegro.

 

 

 Il racconto trentaseiesimo.

 

            Il compito del sovrano terrestre

 

      Mentre Alessandro stava  entrando nella immensa e antica  citta' di Menfi, lo aspettarono le moltitudini infinite dei suoi abitanti. Nel re macedone gli egiziani  riconobbero  il ritorno verso l'ordine cosmico e verso la giustizia universale. Percio', qua si preparava una festa nella quale Alessandro sarebbe stato proclamato  faraone egiziano. Nell' enorme santuario  degli dei egizi si orga­nizzava una solennita', che  non fu  vista ancora dai tempi piu' remoti.

      Quando il nuovo sovrano d'Egitto stava entrando nel santuario, tutti i funzionari dello stato ed i padroni delle provincie egiziane si  prosternarono a  terra, come un segno di  ubbidienza e di lealta'. Poi, si alzo' il piu' anziano dei sacerdoti e comincio' a parlare:

      "Ecco colui che ci manda il dio Amon , che e' stato allattato sul   petto della dea Hathor. Ecco colui che restituira' all'Egitto divino  l'ordine cosmico. La sua intronizzazione concepira' una vita nuova nell'Egitto: il sole brillera' di nuovo, il Nilo si riempira' di  acqua, ed il deserto si ritirera' lontano dalle nostre case. Le donne inizieranno a partorire dei figli, i saggi ed i soldati invincibili, i quali divulgheranno la gloria dell'Egitto!”

      “Rallegrati Egitto, perche' i tempi felici sono di nuovo venuti. Che in tutto l'Egitto i cuori si facciano ballare, che scompaiano la paura ed il dolore, perche' il sole comin­cia a splendere di nuovo!"

      In seguito i sacerdoti nel nome degli dei Horus e Seth misero al collo di Alessandro le corone dell'Alto e del Basso Egitto, e due parti del regno congiunsero in una, e la misero di fronte ai piedi del re. Il coro dei sacerdoti cantava un inno agli dei, al sole, al Nilo ed al faraone nuovo.

      Numerosi i macedoni ed i greci, che  furono nell'accom­pagnamento del faraone , erano molto esaltati. A loro parve  che tutto quello non fu  una realta', ma un sogno dolce ed ingannevole, e che loro si trovassero  in qualche posto in Macedonia o in Grecia, e che si sarebbero svegliati fra parecchi attimi.

      "Questa terra e' veramente divina! ", disse il generale Parmenione mentre stavano uscendo dal santuario.

      Gia' il giorno dopo Alessandro con il suo accompagna­mento si  avvio'   verso l'oracolo del dio Amon a Siwa.

      "Devo ancora una volta inchinarmi agli dei d'Egitto nell'oracolo, il quale attirava  filosofi,  poeti e  tauma­turghi  da tutta l'Europa ed Asia!", disse ai suoi collabo­ratori.

      Vi giunsero verso  sera , quando il sole rosso stava scomparendo dietro la tenda violetta lontano all'orizzonte. Mentre si avvicinavano al santuario, i macedoni ed i  greci  furono  presi da  una pace miracolosa , che  non avevano  provata mai prima.

      Quella notte Alessandro era molto agitato, e non avendo potuto addormentarsi fino a notte profonda, usci' dalla sua camera, e si avvio' al santuario di Amon. Le colonne gigantesche, i tetti, le statue degli dei  erano appoggiati sulla pace desertica, misteriosa e profonda, ed Alessandro la senti' come gli riempiva tutto il corpo. E poi udi':

      “Gli dei sono in voi uomini: in ogni vostra parola, in ogni vostro pensiero, nelle vostre speranze, nei vostri canti. Che non pensino gli uomini mortali, che gli dei dell'Egitto siano come dei cani dei pastori intorno ai loro greggi! Gli dei dell'Egitto sono le onde del Nilo, che vengono dalla lontana ed enigmatica Africa,  per fertilizzare  l'Egitto. Gli dei dell'Egitto sono il grano, che cresce sui vostri campi, e gli dei sono il pensiero mansueto ed umile degli agricoltori egizi. Gli dei sono le montagne ed i mari, e l'aria che respirate!"

      "Amone immortale", chiedeva poi Alessandro, "qual e' il compito dei sovrani terrestri, come si loro devono  comportare verso i  sudditi  e verso l'altro mondo vivente?"

      "Il mondo, nonostante sembri gigantesco ed infinito, e' fragile e delicato. Come un fiore, oppure come un-unico petalo: anche un venticello soave e' sufficiente a sradicare il fiore e spezzare il suo petalo. I sovrani devono essere per il mondo quello che e' un tronco per la sua chioma, oppure l'alveo di terra per il Nilo egiziano. I sovrani devono proteggere i loro sudditi da tutte le ingiustizie, e lavorare a favore di loro!"

      "Amone celeste", chiedeva ancora il faraone nuovo, "ed io che cosa dovrei fare che l'arroganza non mi invada il cuore , e di non cominciare a fare del male al mondo ed ai sudditi, e che la pace e l'umilta' regnino sulla  inganne­vole  ragione umana?"

      "O saggio sovrano terrestre, stai indagando veramente bene, perche' gli uomini mortali ed i loro re spesso sono invasi dalle  passioni indegne e pericolose. Se sapesse il sovrano terrestre quanto gli dei amano quelli che sanno domare i propri cuori! Ti daro'  un giuramento, e se lo adempierai  sollecitamente , gli dei alla tua destra sempre daranno una forza superiore , ed i nemici si prosterneranno di fronte ai tuoi piedi!”

      “Non dimenticare: almeno una volta in tre anni masche­rati in un pellegrino semplice, e vieni qua al santuario di Amon a Siwa. Questo dovere ti ricordera' sempre sugli impegni che  hai verso gli dei, verso il  mondo, ed i suoi sudditi. Ed adesso ti saluto!"

      Dopo aver lasciato  Siwa, il potente faraone egiziano si diresse a  nordest, verso i spazi azzurri del mare Mediterraneo.   Quando con il suo accompagnamento giunse alla costa , si separo' da loro, e, strapieno della ispirazione divina, comincio' a parlare:

      "Ordino che qua sia fondata una grande citta' maritti­ma, che in essa sia edificato un grande porto, e che in esso entrino le piu' grandi navi di Europa e di Asia! E che sia popolata dai marinai, dai commercianti, dai viaggiatori di tutti i popoli, e che la luce divina li conduca nella loro vita terrestre. Che in essa sia studiata e glorificata la filosofia e la scienza, e che in quella citta' vengano i saggi da tutto il mondo!"

      In quel momento alcuni proposero che la citta' fosse denominata "Alessandria", e tutti si misero d'accordo.

 

 Il racconto trentasettimo.

 

            I testi dal principio della storia umana

 

      Sui valichi ripidi delle montagne si raggiungevano i venti freschi dalla Persia lontana e quelli caldi dal mare Mediterraneo. I soldati macedoni, avendo marciato di fronte al loro re, li sentivano sulla loro pelle imbrunita, e quei caldi venti dal mare li trascinavano all'ovest, in Macedo­nia. Pero', davanti a loro c'era una delle piu' difficili sfide.

      Dopo che furono scesi dalle montagne   nella valle dell'Eufrate, proprio sulla costa del fiume il re  aspettava  un uomo insolito sui vent'anni, e l'espressione del suo viso era mite, da fanciullo. Avendo conversato prima con il mes­saggero di Alessandro, si  presento'  come un fuggito solda­to persiano, e disse di avere  delle notizie importanti per il re macedone.

      Appena dopo le lunghe asseverazioni, al soldato persia­no  permisero di incontrare  Alessandro.

      "Giuro sugli dei persiani", comincio' a parlare il giovanotto, "che  diro' al sovrano potente solo la verita', e solo quello che hanno visto i miei occhi e udito i miei orecchi. Nelle  provincie persiane piu' orientali  i satrapi insieme con il re persiano radunano e armano l'esercito. Si dice  che ci siano piu' di quattrocentomila uomini, e che di tutte le fucine della Persia si siano impadroniti gli armai­oli ed i produttori delle armi nuove. Io amo la vita: quando il venticello della pianura accarezza il mio viso, e quando sento il calore del sole. So che il sovrano potente dall'oc­cidente  mandano gli dei, ed il nostro esercito perira', e la Persia sara' coperta dalla  morte nera e   pesante, per- cio', supplico la pieta'! Che i soldati macedoni e persiani non si scontrino, e che la Persia sia ceduta alla pieta' del sovrano potente senza il sangue e la morte odiata!"

      Ad Alessandro piacquero queste parole, ed egli invito' il giovanotto ad essere  loro  ospite speciale, e promise e giuro' che, se fosse stato possibile,  avrebbe evitato le battaglie insanguinate. Poco tempo dopo il re persiano mando' ad Alessandro prima una, e poi un'altra missione, con l'in­tenzione di concordare una pace, che sarebbe  vantaggiosa ad entrambi.

      "Al potente sovrano, che gli dei  mandano dall'occi­dente, il re persiano, pieno di gratitudine e di ammirazione sublime verso Alessandro il Macedone, offre la parte occiden­tale dell'impero oltre l'Eufrate, ed ancora diecimila  talenti per il riscatto della moglie, della madre e delle due figlie!", disse il rappresentante della prima missione.

      "Nessuna di queste due offerte del re persiano  accetto", rispose Alessandro, "tranne le gratitudini e l'am­mirazione sublime, nonostante che avevo  giurato agli dei l'umilta'. Esiste solo una possibilita' che io fermi il mio esercito, e che la Persia non sarebbe coperta dalle  grida e dal dolore: cio' e' la capitolazione completa del re persia­no e dei resti dell'impero!"

      "Il re persiano e' della stirpe degli Achemenidi", spiegava il rappresentante della seconda missione, "ed in quella casa gia' da  secoli nascono  sovrani potenti ed orgogliosi. Percio', egli supplica che davanti al suo popolo non sia esposto allo scherno; che gli sia lasciata la parte dell'impero ad est dall'Eufrate . Che non gli dicano, che l'impero immenso, ereditato dai suoi padri, ha perso in  una notte!"

      Pero', Alessandro  solamente  ripeté  lo  stesso che aveva  detto al primo messaggero. Percio', i due potenti eserciti si  scontrarono  vicino a  Ninive degli assiri, e di la' ancora venivano le ceneri ed il fuoco. Le pianure sulle quali si fu  fortificato l'esercito del re persiano, lo sguardo dell'occhio umano non pote'  cogliere.

       Con il ferro   pesante  corazzate, le teste umane, l'una accanto all'altra, sporgevano verso il cielo, compresse ed infittite con le lance lunghe e acute, e la loro potenza pareva cosi' tanta, che avessero potuto sfidare gli dei dal cielo. Lonta­no, lontanissimo, appena visibili, c'erano i cavalieri migliori mentre aspettavano l'ordine del re.

      Alessandro con il suo esercito attacco' quando  all'o­rizzonte era comparsa  la prima luce diurna: il generale Parmenione con la sua cavalleria assali' sui fianchi, avendo girato in un circolo. Quei circoli di Parmenione si strinse­ro  sempre di piu', e fu  chiaro che egli volle  raggiungere il centro di quella pianura immensa. Alessandro capeggio'  la fanteria micidiale, e di fronte alle loro lance feritrici non rimase   vivo nessun militare persiano.

      I gridi e gli urli giungevano da tutte le parti, ed essi improvvisamente coprirono il cielo sopra la Persia: il loro re, l'unico superstite,  fuggi'  verso il massiccio delle montagne.

      Alcuni giorni dopo la battaglia, nell'accampamento di Alessandro giunsero le ambascerie di Babilonia, Susa, Per­sepoli, perche' vollero consegnare al re il potere su quelle citta'. Dopo, quando le truppe dell'esercito macedone hanno venuto  la',  trovarono dei tesori inestimabili , i quali  raccoglievano   dalla loro fondazione, e d'allora erano passate molte migliaia di anni. Alcuni scrittori e filosofi greci, che c'erano nell'accompagnamento di Alessandro, non uscirono per mesi dai conquistati palazzi reali alla luce diurna, perche' lessero  i testi segreti scritti ai principi della storia umana.

 

 Il racconto trentottesimo.

 

            L'amico dei greci e della filosofia

 

      Dopo le vittorie tantissime e gli inni, e  molti popoli sottomessi, le quali lascio' dietro le spalle, Ales­sandro sempre piu' spesso si sentiva cosi' potente, che non poteva vedere coi propri occhi  i limiti di  quella potenza. Dopo che aveva arrivato a Babilonia misteriosa, voleva tentare gli dei, i maghi e i sacerdoti.  La' risiedeva  fin dai piu' oscuri principi della storia umana  l' onnipotente dio Marduk con i suoi sacerdoti.

      "Quali sono i limiti della potenza del sovrano terres­tre, ed in che modo i sudditi devono comportarsi verso il loro re?", chiese  Alessandro all'oracolo del dio Marduk.

      "Il limite della potenza del sovrano terrestre e' la sua ragione, se gli rimane ancora , perche' in quella gente l'orgoglio e' enorme ed indomabile. I sudditi devono servire il loro re, pero' non in caso se con quel servizio causereb­bero del danno a se' stessi, oppure l'ingiustizia agli altri sudditi!"

      Quando usci' dal santuario, il giorno era sereno, ed egli senti' la  brama di avviarsi piu' avanti ad  est, per acchiappare il fuggito re persiano. Poco tempo dopo che si aveva mosso con il suo esercito, una ambasceria del satrapo Besso gli  porto'  sulle loro mani il corpo morto del re persiano.

      Dopo che lo ebbe fatto  seppellire con tutti gli onori che appartengono al re, un oratore macedone nel discorso d'occasione disse:

      "Seppellendo  questo corpo morto, seppelliamo l'impero persiano gigantesco e potente. Da oggi le famose citta' greche ed i loro filosofi e poeti possono sognare dei sogni tranquilli, perche' i persiani non si muoveranno mai piu' con il proprio  esercito contro di loro!"

      Mentre avanzava attraversando   le catene  delle mon­tagne ed i grandi fiumi, Alessandro  catturo'   il satrapo Besso, ed un tribunale persiano per alto tradimento lo  condanno' a  morte. Poi, un altro uomo potente ai confini orientali dell'ex impero persiano  si   oppose  all'esercito macedone. Alessandro lo fece prigioniero , e poi sposo'  sua figlia, alla bellezza della quale non pote' resistere.

      La festa duro' parecchi giorni, e per tutto questo tempo non fu interrotta  ne' di giorno ne' di notte. In alto sui massicci delle montagne i soldati macedoni poterono con il loro dito toccare il cielo, e sentire il freddo ed il ghiaccio che giungeva dalle cime del  vicino Himalaia . Dopo che aveva  marciato e guerreggiato ininterrottamente  per tutti questi anni, il loro comandante nella fortificazione montuosa godeva , ed a quei godimenti non c'era una fine.

      Le fiamme ardenti e rosse si innalzavano dal focolare messo al centro del locale, nel quale Alessandro passava le notti con la persiana di carnagione scura. Toccava le sue lunghe ciocche di capelli, che  danzavano e saltavano dai piaceri fortissimi. Poi, le dono' tanto l'oro e delle pietre preziose, dopo di che il nome di Alessandro dalle sue labbra si innalzava in modo tenero e silenzioso al cielo come un bacio rubato e misterioso.

      L'esercito macedone , insieme con i nuovamente reclu­tati combattenti, scesero nelle illimitate valli di Asia, e poi di nuovo salirono sulla grande montagna Hindukush. Loro ancora  aspettava  il fiume ondoso Indo, che hanno attraver­sato nei piccoli battelli.

      Dopo che furono  saliti sull' altra costa, ed ancora ebbero   percorso parecchie ore di marcia, di fronte a loro  apparve l'esercito innumerevole del re asiatico Poro. Nella prima linea da combattimento c'erano degli  elefanti, ed Alessandro con il suo sguardo da sinistra a destra non poteva coglierli. I guerrieri di Poro avevano delle lance lunghe, delle quali le cime erano state spalmate dai veleni micidiali.

      Anche le loro frecce e le spade erano state spalmate con gli stessi veleni, ed intorno dell'esercito ben ordinato avevano scavato i pozzi profondi coperti con i cespugli. Dietro  la linea da combattimento di elefanti e di cavalle­ria   si trovava una grande collina coperta con  le gigantesche , rotonde pietre. Poro  ordino' di avvicinare quelle pietre a quella parte , che era piu' vicina agli  elefanti e alla cavalleria, e che i loro guerrieri le spingessero quando di la' passasse  l'esercito di Alessandro il Mace­done.

      Quando Alessandro aveva attraversato il fiume Indo e scorse dislocato l'esercito del re Poro, era serena, tarda mattina. Molto lontano si potevano vedere le onde schiumose dell'Indo, come scorrevano verso il mare, e le cime dell' Himalaia parevano solo alcuni passi lontane.

      Il re macedone  capi'  subito che non poteva con la sua cavalleria  attaccare gli elefanti. Percio', diede l'ordine che tutto l'esercito girasse  a destra, cosi' che ai genera­li di Poro desse  l'impressione di non aver  affatto l'in­tenzione di assalire il loro esercito. Il dirottamento duro'  finche' all'orizzonte non  comparve il sole di mezzogiorno, e poi le prime linee dell'esercito si dirottarono  improvvi­samente  a sinistra avendo fatto un arco sempre piu' grande.

      Allora i macedoni, furbi e abili, attaccarono le truppe di Poro. La sorpresa fra di loro fu  cosi' grande, che la maggior parte della cavalleria fuggi' per paura . La batta­glia duro' poco, ed in essa i macedoni non persero nessun soldato. Il re Poro fu  imprigionato, la maggior parte dei suoi soldati furono uccisi, e una parte minore, essendo fuggita, riusci'   a salvarsi dalla morte sicura.

 

 

 Il racconto trentanovesimo.

            Il matrimonio tra oriente e occidente

 

      Tanti anni erano passati da quando Alessandro ebbe  lasciato la citta' di Susa. Sulle sue imprese militari giungevano   notizie spaventose: che i molti eserciti asiat­ici, che si opposero  a lui ,  scomparvero dalla faccia della terra. Ogni notizia da quei fronti lontani termino'  con un insegnamento: che da nessuna parte e mai nessun essere umano mortale  si  ribellasse alla volonta' del piu' potente sovrano terrestre!

      Nonostante  quelle notizie, alcuni satrapi persiani  organizzarono delle  congiure segrete. Vollero  sollevare il popolo  ed organizzare un esercito contro il nuovo re. Si narrava che fossero  stati persuasi da alcuni insoliti  ed enigmatici stranieri, i quali non seppero   parlare bene ne' il persiano, ne' il greco, ne' il macedone, nè l’ebraico, ne' l'egiziano.

      Poi, improvvisamente, a Susa cominciarono ad arrivare  messaggeri numerosi, con la notizia che l'esercito di Ales­sandro fu  solo ad alcuni giorni di marcia dalla citta'. La primavera era  appena iniziata  , ed il sole soave prima accompagno'   in citta'  la cavalleria migliore. Dopo di quella, per le strade marcio'  la fanteria corazzata , e poi le truppe speciali dell'esercito, che cavalcarono gli ele­fanti.

      Quando ad Alessandro fecero  sapere delle congiure, egli chiamo' i satrapi responsabili e li puni' severamente.

      "Per la Persia circolano  uomini sconosciuti e strani, ed annunciano che il nostro re presto e di sicuro morira'!", disse a Susa uno degli amministratori della citta' piu' fedeli ad Alessandro. Queste parole non  turbarono il re , ed egli sorrise di cuore.

      In quei giorni il re macedone convoco' tutti gli ammin­istratori della citta' , e  ordino' loro di abbellire e di ornare le strade, le piazze e gli edifici .

      "Ci sara' presto qua una grande solennita': i nostri cuori si incendieranno di piaceri  deliziosi, ed il cielo sopra la Persia vampeggera' di godimenti. Percio', ordino che ognuno, che verra' in citta', sia  trattato splendida­mente, che agli uccelli, che scendono a volo nei nostri cortili e sui tetti, sia  lasciato del cibo. Chiunque si corica e si alza a Susa, giovane o vecchio, che sia saziato a  spese dello stato!"

      Subito dopo aver  pronunciato queste parole, il re si avvio' al palazzo, dove  lo aspettava Statira, quella figlia del re persiano, che  lo adescava lungamente con i suo sguardi seducenti e misteriosi. Accanto a lei ci fu ancora una stupenda donna, che si chiamo'  Parisatide, ed era una persiana. Chiunque dei  maschi si fu   avvicinato a Statira ed a Parisatide, senti'  una potente concupiscenza per quelle donne, perche' in tutto l'impero non ce n'erano piu' belle.

      In un salone gigantesco, particolarmente ordinato e ornato, dall'altra parte nelle loro poltrone sedettero  ancora ottanta donne.  Erano  tutte persiane dalle famiglie aristocratiche, ed i loro visi erano belli, mansueti e provocanti. Proprio alla fine  sedettero tre ragazze comple­tamente   uguali: perfino i loro sorrisi furono nascosti nell'angolo destro delle labbra, e moltissimi le guardarono appassionatamente. Al centro c'era una splendida donna , nello sguardo della quale fu  nascosta una delizia lontana ed indescrivibile.

      Sulle piazze enormi e vicine c'erano ancora circa trentamila  giovani ragazze persiane, sontuosamente vestite, e i loro padri e le madri stettero accanto alle loro spalle. Poi tutti si mossero dalla citta': Statira, Parisatide, quelle ottanta ragazze aristocratiche, e queste trentamila dalle piazze vicine.

      Nessuno che in quei mesi soggiornava a Susa,  pote'  rispondere quanti uomini si furono radunati in un posto: centomila, duecento, cinquecento: quanti? Le colonne erano smisurate: quelle ragazze scure  ed esaltanti cavalcarono ognuna sul proprio cavallo, ed accanto i loro  giovanotti. Dietro seguivano i fratelli, le sorelle e i genitori, e poi i cittadini di Susa e i viaggiatori, che in quei giorni vennero in citta'.

      Tutta questa immensa moltitudine si fermo' su una sconfinata pianura  vicino alla citta'. Allora da una parte furono dislocate quelle belle ragazze, e dall'altra i loro giovanotti. Alla testa sui loro  cavalli c'erano Alessandro, Statira e Parisatide, e di dietro le ottanta splendide persiane  e accanto a loro ottanta generali macedoni e greci e comandanti militari.

      Il giorno primaverile si fu  incendiato dal sole caldo, quando un macedone si separo' dalla colonna e davanti a tutti stette a parlare:

      "Gli dei potenti dal cielo hanno ordinato che il giorno d'oggi svegli  e infiammi i cuori innumerevoli con l'amore terrestre  e carnale. Oggi il nostro re sposera' due persi­ane reali, Statira e Parisatide, e gli ottanta  migliori generali macedoni e comandanti militari diventeranno i mariti delle persiane elette. Qua, su  questo punto  del nostro grande impero, si e' incontrato l'oriente e l'occi­dente, e  qua quelle due parti del mondo , Europa ed Asia, saranno sposate nella forma umana. Che il nostro impero sia unito anche nei letti matrimoniali, nei baci, nei sospiri! Ecco di la' immense moltitudini dell'esercito macedone, e quegli uomini da oggi sono i mariti delle persiane esaltan­ti, perche' cosi' ordinarono gli dei potenti dal cielo!"

 

 

 Il racconto trentunesimo.

 

            Le questioni senza  l'inizio e la fine

 

      Il mare schiumava  come una pentola con l'acqua bol­lente. Il barcaiolo con  sforzi eccessivi controllava la nave, ed enormi gocce di  pioggia si staccavano dalle nuvole immense. Pero', gli dei avevano  deciso di far passare la barca e i suoi viaggiatori, che giungessero  vivi e sani sull'altra costa.

      Quel giorno, verso  sera, il generale Parmenione rag­giunse il palazzo reale a Pella, la capitale della Macedo­nia.

       Secondo un piano precedente, che fu stato elaborato fino ai piu' piccoli dettagli, era in ritardo di un giorno. Molti gia' pensavano che fosse  stato imprigionato dagli agenti del governo persiano, oppure che fosse rimasto  vittima della mano di tribu'  inospitali ed ostili verso gli stranieri.

      Una grande allegria si creo' quando scorsero  il gio­vane generale mentre si stava avvicinando al palazzo. Gli agenti informarono immediatamente i collaboratori del re, e questi il re Filippo il Macedone e la regina Olimpiade.

      "Dunque, le profezie si realizzano!", disse brevemente Filippo a sua moglie.

      "Oh, caro re, attraverso le nostre membra, i nostri corpi, i nostri tocchi e baci,  gli dei fonderanno il mondo nuovo!",

 rispose Olimpiade a  Filippo, e prosegui':

      "Pero', io temo, perche' il papiro segreto e' stato ingiustamente predato agli egiziani, e noi  lo abbiamo di nuovo ingiusta­mente predato a  quei  ladri!"

      "La storia mondiale non procede come fosse previsto e tanti popoli si sono inorgogliti, e hanno smesso di fare  sacrifici ai loro dei. Noi faremo di  tutto per poter ad ogni passo agire giustamente, ed agli dei  saremo ubbidienti!", disse Filippo.

      "Oh, carissimo re...", pronuncio' Olimpiade piangendo.

      Allora nel salone reale entro' il generale Parmenione con la scatoletta d'oro sulla quale era disegnato il fiore di loto. Il generale si accosto' al re ed alla regina, e si inchino'.

      "Ecco, questo e' il Messaggio degli dei Egizi sul sommo piacere di amore e sulla creazione degli uomini geniali!", disse e apri' la scatoletta, ed incomincio' a leggere:

       "Il dio Seth saluta l'Egitto come il loro  unico santuario sulla terra..."

      In quel momento lo interruppe il re, e disse:

       "Gener­ale, ti dobbiamo la nostra reale e particolare  gratitudine per aver ottimamente eseguito il suo compito!" 

       "Spero di poter  servire la tua maestà reale ancora molti anni , e  poi, quando nascera' il nuovo sovrano, di poter continuare il servizio sotto il suo comando!", rispose Parmenione.

      Dopo aver  detto quello, il generale usci' dal salone reale. In  tutti i salotti del lussuoso palazzo fu incomin­ciata la grande festa, ed il re e la regina si preparavano per creare un uomo, che avrebbe dovuto essere  piu' abile e piu' saggio di tutti i mortali, e avrebbe dovuto essere  simile agli dei immortali.

      Dal vicino Olimpo il potente Zeus, e tutti gli dei a lui sottomessi, guardarono alle finestre illuminate  del palazzo reale a Pella. A loro piacque la pieta' della coppia reale, e  decisero di accogliere il nuovo re, che  avrebbe dovuto essere  concepito quella notte , a   braccia spalan­cate e con  ricchi doni.

      La notte divento'  piu' sontuosa e piu' splendente del giorno, e tutto il mondo si  trasformo'  in un caro e dolce abbraccio,  in un  verso magnifico, in un bacio. Il re e la regina con i loro piaceri toccavano i lembi del cielo, volavano, e si perdevano nelle sublimi fiamme della delizia.

      Suonavano le arpe, prima l'una, in seguito alcune di esse, e  poi, tutta l'orchestra, e quel suono si udiva molto lontano. Oh, come gli dei sapevano preparare una festa strapiena di  delizie, quando cio' desideravano!

      Quando nacque , al bambino diedero il nome Alessandro, ed egli strappo'  le simpatie e l'amore anche a quelli, i  cui  cuori erano pesanti ed inaccessibili. La madre gli diede presto da leggere i piu' bei versi di Omero, quelli nei quali si esaltano gli dei,l'eroismo, la saggezza, la giustizia, la lealta' agli dei eterni ed immortali. Il bambino leggeva di tutto cuore i lunghi racconti sul figlio del re Peleo e della dea Teti, sull'eroe intrepido sotto le mura di Troia, Achille.

      Quegli anni in tutto l'impero macedone , sulle piazze delle celebri citta' greche, e sugli spazi e le montagne piu' lontane del regno persiano,  i funzionari dei governi, i filosofi ed i pastori raccontarono , che fu  nato un sovrano, impavido e potente. Che  avrebbe dovuto prendere lo scettro dagli dei, e che di fronte alla sua spada avrebbero dovuto cadere i potentissimi eserciti del mondo.

      Alessandro maturava velocemente, ed alcuni anni dopo alla sua severa  ragione e al suo  acuto sguardo non sfuggi­va niente. A suoi genitori poneva delle difficili e com­plesse domande, alle quali nel palazzo reale nessuno  sapeva rispondere.

       Allora  suo padre invito' il grande filosofo greco, Aristotele, che venisse ad ammaestrare il futuro  sovrano  "perche' il significato delle sue domande non ebbe  ne' l'inizio ne' la fine, e che neanche i piu' saggi maced­oni furono in grado di dare qualsiasi risposta".

 

 

 

 Il racconto trentaduesimo.

 

            Le formiche contro   gli elefanti

 

      Mentre aspettava al filosofo Aristotele, Alessandro girava attraverso la Macedonia e conversava con gli uomini anziani e con i poeti. Di notte guardava le stelle , e nell'arte della guerra lo ammaestrava il generale Parme­nione.

      Poi venne  Aristotele di Atene, uno dei maggiori filos­ofi che  gli dei hanno mandato al mondo. Tutta la Macedonia venne  al palazzo a salutare e inchinarsi al saggio. Benche' nessuno se lo aspettasse, il filosofo fu  semplice ed ac­cessibile, volentieri  conversava con le ragazze e con i giovanotti, con le loro madri, e con gli  uomini vecchi.

      Il futuro sovrano, Alessandro, comincio' a porre  delle difficili domande al filosofo greco, non appena Aristotele ebbe varcato  la soglia del palazzo reale.

      "Maestro, che rapporto esiste tra lo spirito, l'uomo e la ragione , e' stato fatto il mondo da una sostanza come  l'acqua, il fuoco, la terra oppure l'aria? Governa sul mondo un'unica legge, che  e' stata nominata dal filosofo Eraclito "il logos"? E' vero che esiste quel mondo ideale delle idee, il quale e' eterno ed immutabile, mentre la terra sia sol­tanto una copia imperfetta di quel mondo ideale?"

      Il celebre Aristotele non pote'    rispondere facil­mente a  quelle domande, perche' neanche le opinioni della maggioranza dei saggi della Grecia  erano concordi  tra esse.

      "La filosofia non e' come una fucina, dove si fanno i ferri di cavallo, e quando  questi vengono consumati, si fanno  nuovi ferri di cavallo. La filosofia e' una via o un modo del pensiero umano, di cui lo scopo e' sapere la veri­ta', ammaestrare e rinvigorire gli uomini nelle virtu'.”

      “La filosofia e' conoscenza della verita' e la conoscenza della verita' e' conoscenza delle cause. Pero'  la filosofia rimane l'arte degli uomini mortali, e solo gli dei immortali sanno di sapere le ultime verita'!", disse Aristotele ad Alessandro.

      Pero',  il giovane principe macedone, al quale le profezie avevano assegnato  un ruolo particolare nella storia mondiale, chiese  ancor di piu', e quelle domande non ebbero  una fine. In seguito Aristotele, il giorno prima che aveva deciso di tornare ad Atene, disse al principe:

      "Anche gli dei hanno perso il controllo sul mondo. Anche a loro tremano le mani ed il pensiero di fronte al futuro degli uomini mortali. Per quanto riguarda le genti, loro sanno sempre di meno, e  sono completamente pervertite”.

      “Gli egiziani sono un antico,antichissimo popolo, che con i suoi occhi guardo' la creazione del mondo, la separa­zione dello splendore dalle tenebre, la trasformazione del caos nell'universo. Gli egiziani comunicarono con gli dei dell' universo in modo naturale  e semplice, come oggi i greci comunicano con i loro vicini. I greci molte, molte migliaia di anni dopo quell'arte impararono dagli egiziani, e presso di loro si senti' l'oblio nei riguardi del princi­pio primordiale, al quale loro non poterono essere presenti. Percio'  inventarono la filosofia, che essa li insegnasse quello che gli egiziani avevano guardato con i loro occhi.”

       “La filosofia greca introdusse la confusione nel pensiero umano, affermando che il mondo e' stato creato o dallo spirito o dalla materia, mentre  ogni egiziano sapeva che era stato creato dall'uno e dall'altro!"

      Dopo alcuni avvenimenti sfortunati, mori'  il re Filip­po il Macedone, ed il principe   Alessandro,  che aveva vent'anni,  subito assunse la responsabilita' del  regno. Presto dall' Asia alcuni sconosciuti e strani uomini , che non erano ne' persiani, ne' greci, nè ebrei, ne' egiziani, ne' maced­oni, andarono a Tebe a comunicare che il nuovo giovane re, Alessandro, mori' improvvisamente.

      Subito dopo le citta' greche sotto la guida di Tebe organizzarono  una sollevazione e tentarono  di scuotere il potere dei macedoni. Come un fulmine a ciel’ sereno, gia' alcuni giorni dopo, Alessandro venne a cavallo nelle citta' greche con un grande esercito. I tebani guardavano con le bocche spalancate e con paura la rabbia del re macedone mentre  sottometteva di nuovo gli stati greci, l'uno dopo l'altro.

      Quando Alessandro torno' dalla prima spedizione mili­tare, nella capitale  Pella i macedoni gli avevano  prepara­to un' accoglienza ardente: le immense moltitudini dei cittadini  inondavano  le vie e le piazze centrali, e con un canto bellissimo  salutavano  il loro sovrano.

      In quei giorni il re dei macedoni  convoco'  i suoi collaboratori, i consiglieri ed i generali migliori, i quali guidava il saggio Parmenione.

      "La Macedonia e' un piccolo paese circondato dalla   Grecia a  sud e dalla  grande Persia ad est", comincio' a parlare Alessandro, "pero', gli dei hanno deciso di farla grande e potente. Noi  dobbiamo ampliare il nostro regno verso est, nell'Asia Minore, e lontano nel continente asiat­ico!"

      "Pero', la Persia e' un paese sconfinato e potente, ed i loro generali possono radunare centinaia  di migliaia di ottimi soldati . Le satrapie persiane sono ricche, ed esse possono aiutare il governo a Persepoli  con   denaro, con  oro, con  armi, e con immense quantita' di alimenti!", disse uno dei generali.

      "La Macedonia e' nei riguardi della Persia come una truppa di  formiche rispetto ad  una truppa di elefanti!", disse un altro generale.

      Alessandro taceva con un silenzio lungo ed enigmatico, e poi si alzo' e disse:

      "E' vero che la Macedonia e' piccola, e la Persia grande, e' vero che noi abbiamo un esercito  poco numeroso rispetto ai  persiani, che possono reclutare dieci, cento, mille volte di piu' dei soldati. Dunque, e' vero che io guidero' una truppa di  formiche contro una truppa di  elefanti. Pero', gli dei immortali hanno deciso che sulla terra sia creato un impero nuovo e smisurato, ed io guidero' una truppa di  formiche che vincera' una truppa di  elefan­ti!"

 

 Il racconto trentatreesimo.

 

            Il giuramento sulla tomba di Achille

 

      "Non ci sono piu' maschi per l'esercito, non c'e'  neanche uno solo nei nostri villaggi e nelle citta', sulle vicine radure e montagne. Sono rimaste solo le donne, i bambini e gli anziani, e la gente ha paura di morire per fame, perche' non c'e' nessuno che possa  coltivare la terra ed allevare il bestiame!"

      Cosi' parlo' l'incaricato del re al generale responsa­bile per il reclutamento, ed era da una provincia macedone piu' lontana, al confine con l' Illiria. Il generale voleva reclutare molti di piu'  soldati, pero', il viso dell'incar­icato dal re, coperto dagli  spasmi del dolore e della sup­plica, lo  spinse a  pubblicare la fine del reclutamento.

      In tutta la Macedonia non  rimase  nessun giovanotto abile al  servizio militare, ed i generali  riuscirono a radunare appena trentacinquemila dei fanti  e cinquemila  cavalieri. A questo doveva essere aggiunta una piccola marina da guerra,  data come  contributo da alcune citta' greche insieme ad  Atene. Poco dopo, nell'alba, la colonna militare si  avvio', e con essa si unirono  pesanti ed insopportabili dubbi.

      "Che pensi, dove si instradera' l'esercito macedone, e quando di nuovo ci scorgeranno gli occhi dei nostri bimbi?", chiese il comandante dei cavalieri al suo capo, il generale Parmenione, il sostituto di Alessandro.

      "Prima andiamo a  nord, per ingannare i persiani, e di la' scenderemo in Asia Minore, per liberare le  antiche  citta' greche.  La' sono nati e sono vissuti i primi filosofi, e noi vogliamo a quelle citta' restituire la liberta', come un segno di pudore e di rispetto verso la filosofia. E poi, poi... forse torneremo in Macedonia!", ris­pose Parmenione.

      Il comandante dei cavalieri cavalco' accanto alla colonna dei soldati e trovo' un altro generale, il sostituto di Parmenione, e gli  chiese dove stessero dirigendo  e quando sarebbero tornati in Macedonia.

      "Prima andremo a  sud", comincio' a rispondere il sostituto di Parmenione, "perche' solo in questo modo pos­siamo difenderci dal vento forte del nord. Di la' prose­guiremo verso l' Asia Minore, a liberare le citta' greche. Il nostro re desidera sacrificare  sulla tomba dell' imper­ituro Achille, e poi forse torneremo in Macedonia, oppure ci avvieremo ad est!"

      Essendo assorto nei pensieri, il comandante dei cavali­eri torno' ai suoi militari. Allora, si avvicino' a lui uno di loro, tenendo lo  scudo e la spada innalzati, come se     potesse incominciare una battaglia  in ogni momento, e gli chiese:

      "Comandante, va il nostro esercito a calmare una solle­vazione ad Atene, perche' ho udito che si parlava di cio', oppure in Asia Minore a liberare le citta' greche, oppure sul fiume Danubio ad ampliare l'impero macedone da quelle parti?"

      Il comandante dei cavalieri sorrise, e poi divento' serio, alzo' la mano destra, e punto' il suo indice verso il cielo, e disse:

      "Vedi su nel cielo, lontano, lontano, quelle nuvole di colore blu, e quegli uccelli che volano sotto di esse, proprio  la' ci avvieremo anche noi, dove si avvieranno le nuvole e gli uccelli, e ci fermeremo dove si fermeranno essi. E poi, forse, torneremo in Macedonia!", rispose il comandante dei cavalieri al suo soldato.

      Alcuni giorni dopo la partenza, l'esercito si  accampo'  vicino alla mitica citta'   di Troia, che  gli dei Apollo e Poseidone circondarono con potenti  muraglie.  Sul quel fatto non esistevano i ricordi degli uomini mortali, perche' quello si svolse negli oscuri e lontani inizi della storia.

      Non pronunciando una parola ai suoi generali, che lo circondavano, il re Alessandro si alzo' e si avvio'verso la piccola collina alcune centinaia di passi lontano dal suo accampamento. Immediatamente si alzo' anche il generale Parmenione , il suo primo sostituto, e dopo di lui tutti gli altri generali, ed in seguito gli ufficiali inferiori, e tutto l'esercito.

      Alessandro sali' sull' altura, dietro di lui nuovamente si avviarono i generali, e l'esercito rimase in  piedi circondando i suoi comandanti da tutte le parti. Fra quelle numerosissime moltitudini si fece improvvisamente  silenzio, e loro rallentarono il  respiro, come se qualcuno onnipo­tente e  severo avesse dato loro quell'ordine.

      Allora, Alessandro si raddrizzo' e comincio' a parlare:

      "O, voi figli dei macedoni divini , voi soldati eroici con i pugni duri e con la spada affilata, voi generali stupendi che vinceste  battaglie splendide ed indimenticabi­li! Vi saluto con i saluti del mio cuore umile e pieno di giustizia, qua sulla tomba di Achille eterno. Vedete quanti siamo: qualcuno direbbe pochi, e qualcuno, che guarderebbe  dall'alto, direbbe, impaurito, che qua, vicino a Troia, sono  venuti  i macedoni tutti e i greci, e gli Illiri intrepidi!”

      “Vedete intorno i prati, gli animali, le piante! La' verso sud c'e' la Grecia e Atene famosa, e verso ovest la Macedonia  e  la nostra capitale Pella. Qua ad est si dis­tende la Persia smisurata, e  la', lontanissima, c' e' l'In­dia, e un po' piu' vicino l’Israele e l'Egitto divino ed eterno. Tutto questo che vedete a occhio nudo, tutto questo e' un-unico e indivisibile mondo: l'uomo in esso ha il suo senso e signif­icato, come lo ha un fiore oppure una nuvola, oppure un-unico pensiero umano!”

      “Tutti noi facciamo parte di un ordine divino, ed il  dovere nostro , di  uomini mortali, e' di sostenere  e rafforzare quell'ordine! Come le colonne doriche e ioniche sostengono  i tetti dei nostri templi santi. Non fate con i pensieri  vostri  e con le spade vostre nessuna ingiustizia a tutto cio' che e' vivo: all'uomo, all'animale, alla pian­ta!”

      “Non commettete ingiustizia neppure agli dei, fate a loro sacrifici, ricordatevi che siete mortali, e nel cuore mortale non deve regnare l'orgoglio. Facciamo un giuramento qua, sulla tomba di Achille eterno, agli dei immortali, che, con le spade nostre  e con i pensieri nostri non commettere­mo ingiustizia ne' agli uomini ne' agli dei!"

      Dopo di lui tutti ripetevano: "...che con le spade nostre  e con i pensieri nostri non commetteremo ingiustizia ne' agli uomini ne' agli dei!"

 

 Il racconto trentaquattresimo.

 

            Sul nitrito dei cavalli persiani

 

      Fu il mese di maggio, ed i resti dei giacimenti di  neve sulle montagne si scioglievano, e la vita comincio'  a pullulare  sui prati e sui pascoli. L'aria si  riempi'  del  profumo dei fiori e dell'inebriante primavera. La gente senti', mentre inspirava quell'aria primaverile, che prove­niva dalle montagne vicine e dal mare, che avessero    inspirato un destino, un ordine cosmico, e che  appena fosse venuto il momento per iniziare a realizzarlo.

      Era  cuor della notte  nell'accampamento di Alessandro il Macedone, quando incominciarono a venire i messaggeri dal nord, dal sud, dall'est e dall'ovest. Tutti portavano una sola notizia: i persiani avanzavano dalle radure delle montagne, dalle valli e dalle pianure, uscivano dagli alvei dei fiumi, giungevano dal mare.

      "Noi siamo circondati completamente, e non ci e' rimas­to un varco libero neanche  largo quanto un passo umano!", disse uno dei messaggeri assai disperato.

      Alessandro urgentemente mando' a chiamare  Parmenione, ma egli non dormiva. Era gia' da tempo sveglio, ed udiva attentamente i nitriti lontani dei cavalli persiani.

      "Senti quel nitrito?", disse Parmenione al messaggero avendolo visto costernato, "i loro cavalli sono impauriti e troppo stretti con le cinghie. Dunque, i cavalieri sono ancor di piu' impauriti e non sono sicuri come attaccarci!"

      Avendo pronunciato queste parole, Parmenione si affretto'  ad andare da Alessandro, che si era  gia' vestito, mentre i guardiani gli condussero  il cavallo.  Anche  tutti gli altri   generali e  gli ufficiali inferiori si erano alzati , e tutti stavano in  piedi a poca distanza dal re.

      "Lasciamo che i loro cavalieri  entrino al centro del nostro accampamento, e noi spostiamo la fanteria  ed i nostri cavalieri  sulla  parte sinistra e destra!", disse Parmenione ad Alessandro.

      "Ha qualcun' altro una proposta diversa?", chiese il re.

      "Quello e'  piu' saggio che possiamo e che dobbiamo fare!", dissero alcuni di loro unanimemente.

      Il re scambio' ancora alcune parole con i generali e con Parmenione , poi si accordarono sugli altri compiti, ed in seguito si divisero, ognuno alla sua parte. L'accampamen­to macedone si svuoto' in pochi  attimi, e la fanteria e la cavalleria, come propose Parmenione, si allontanarono verso la parte sinistra e destra.

      Quando l'ultimo cavaliere persiano entro' nell'accampa­mento macedone, la cavalleria di Alessandro, sotto il coman­do del generale Parmenione, comincio' a tornare indietro  ad assalire il nemico. Benche' molto  piu' numerosi, i persiani cominciarono a cedere sui fianchi, e, poi, la loro difesa si disfece completamente, ed i corpi morti, insanguinati dei loro soldati scomparvero sotto gli zoccoli dei loro cavalli.

      La battaglia fu  vinta velocemente, prima dello spuntar del giorno, ed i resti dei soldati persiani  fuggivano  da  ogni  parte.  I  loro  cavalli senza  cavalieri nitrivano al galoppo , e  rotavano in un circolo.

      "Senti come nitriscono questi cavalli persiani?", chiese Alessandro a Parmenione.

      "Cosi' nitrivano stanotte mentre ci attaccavano, ed era chiaro ch'erano impauriti e troppo stretti!", rispose il generale.

      Poco tempo dopo, la maggioranza delle citta' di Asia Minore, Mileto, Efeso, Alicarnasso e Sardi, caddero nelle mani di Alessandro quasi senza combattere. Il re macedone  vieto'  ai suoi soldati, sotto i piu' severi e decisivi giuramenti , di vendicarsi sui cittadini, oppure su qualsia­si altra  cosa  creata dalla mano umana o divina.

      "Vi comando di non calpestare neanche un fiore sulle piazze e sui parchi delle citta' conquistate. Vi ricordo del giuramento, che abbiamo fatto agli dei sulla tomba di Achille!", disse il re ai suoi militari.

      Nel tempio di Zeus nella citta' di Gordio si custodiva gia' da mille anni il nodo gordiano, e nessuno  riusciva a slacciarlo. Si trovava  sul carro del fondatore della citta' di nome Gordia, e le profezie promettevano l'impero asiatico a colui  che lo avesse  snodato. Quando Alessandro venne nel tempio di Zeus per fare un sacrificio, molti del suo accom­pagnamento tentarono la fortuna con la speranza di slacciare il nodo.

      Lo fissavano con i loro sguardi dal disopra, dal disot­to, da sinistra e da destra, pero', non trovavano una solu­zione. Il nodo era molte volte allacciato, da una parte al giogo, e dall'altra al timone. Dopo che ebbe  fatto il sacrificio, Alessandro si avvicino' al carro  e con un colpo di spada recise il nodo.

 

 Il racconto trentacinquesimo.

 

            Anche gli dei scendono sulla terra...

 

      I soldati persiani, vinti presso  Troia,  fuggivano per tutto l'impero. Ovunque dove arrivassero,  dell'esercito macedone raccontavano   come della paura e del terrore. Gli uomini nelle lontane provincie dell'impero, che  esaminavano ed ascoltavano i soldati superstiti, rimanevano con il fiato gelato.

      "E' possibile che soltanto un soldato macedone possa superare in  forza oppure addirittura uccidere dieci, venti oppure addirittura cento  persiani?!", la gente si domandava   battendosi  i  petti.

      Pero', le battaglie erano appena incominciate, e se ne stava proprio  preparando una nuova. Piu' di seicentomila militari armati fino ai denti  marciarono davanti al re persiano, e dall'altra parte presso la citta' di Isso li aspetto'  Alessandro con solo quarantamila.

      Si narrava che in quei mesi l'illimitato impero persia­no stava morendo oppresso da  un silenzio pesante ed insop­portabile nell'attesa della battaglia.

      "Vincere con quarantamila l'esercito di seicentomila possono soltanto gli dei immortali del cielo, e forse neanche loro!", corse  voce da una bocca all'altra a Persepoli, Susa, Ecbatana, Gerusalemme. Allo stesso, gli uomini quella proposizione, la pronunciarono frastornati,  tremando, mentre le loro gole si strinsero  in un spasmo.

      Un po' di tempo Alessandro ed il re persiano stettero di fronte l'uno all'altro,  guardandosi con  sguardi enigmat­ici. Per primo si  mosse il persiano con quarantamila opliti e con i tre mila  migliori cavalieri. La loro cavalleria  assali'  la fanteria macedone, ma, per una resistenza forte comincio' ad indietreggiare ed a sopportare perdite enormi.

      Allo stesso tempo Alessandro attacco' il nemico sulle ali, e dietro di se' lascio'  cumuli di corpi morti. Fatti dai soldati martirizzati, insanguinati e dai cavalli squar­tati , quei cumuli erano immensi e spaventosi. Da essi si innalzava l'odore della morte insanguinata ed insopporta­bile, e pareva che su quelle pianure si fosse  coricato morto ed affaticato tutto l'impero persiano.

      Con gli occhi, nei quali si fu  contratto il dolore infinito e la paura,  il re dei persiani guardava le sue truppe migliori come nello scontro con l'esercito macedone  si sprofondavano nella terra , nel sangue, nei rantoli, nelle grida.

       Avendolo visto da lontano  come osservava quell'orrore, alcuni cavalieri macedoni  corsero dietro di lui, pero', egli riusci' a scappare. Dietro di se' lascio' la moglie, gracile e bella come un filo di vento primaver­ile,  la madre e due figle.

      Quando si  sparse la voce per tutto l'impero che Ales­sandro si comportava bene con gli indigeni nelle provincie recentemente conquistate, e che faceva  sacrifici ai loro dei, la gente comincio' a seguire il fuggito re persiano.

 

      Speravano di poter vedere con  i  loro  occhi quell'esercito macedone potente ed invincibile, e di salutare il nuovo sovrano.  Vicino  all'accampamento   dei resti impauriti dell'esercito persiano si radunavano  vecchi e  bambini, stregoni, maghi e sacerdoti. Pero', Alessandro non veniva , e la folla rimase  delusa.

      Invece di  acchiappare il re persiano e di impadronirsi di tutto il suo impero, il macedone si avvio' verso la Siria, la Fenicia e  l'Egitto. Le citta' di Biblo, Sidone e Tiro caddero senza alcuna battaglia, ed i loro abitanti per questo ringraziavano gli dei lungo tempo.

      Quando si  sparse la notizia della grande vittoria in Macedonia ed in Grecia, ad Alessandro cominciarono a perve­nire numerose e solenni missioni. Una di esse gli  porto'  una corona d'oro dei migliori ginnasti greci, e l'altra  gli  consegno'  un libro con  versi, che  lo elevavano lontano dagli uomini mortali. I macedoni gli  mandarono  saluti immensi e   doni con le espressioni di  lealta' profonda e dell' amore.

      Il nome di Alessandro si udi' da  bocche innumerevoli, ed esso comincio' ad innalzarsi ad altezze  lontane ed irraggiungibili . Quel nome, mentre lo pronunciavano, nobi­litava lo spirito ed il corpo degli uomini, come se fosse  il nome degli dei immortali, e come se avesse  una forte e sicura potenza di risanare.

      Cosi' quei giorni cantava  un vecchio persiano nella lontana Ecbatana  , con la voce malinconica e triste, come avesse bramato per i piaceri della gioventu':

            "Anche gli dei scendono sulla terra

            a condurre le battaglie terrestri!

            Che tremino di fronte a loro i mari,

            smisurati profondi mari,

            i fiumi davanti a cui

            si ferma il fiato umano!

            Anche gli dei scendono sulla terra

            a condurre le battaglie terrestri!"

     

      La piu' giovane figlia del fuggito re persiano, che si chiamava Statira, taceva con la sua sorella e con la madre nella tenda, la quale l'aveva fatto mettere il condottiero macedone. Sorprendeva se' stessa mentre le fuggiva una brama per gli occhi di Alessandro, ed egli li visitava ogni giorno sempre con una nuova , piacevole sorpresa.

      Ieri  i soldati macedoni li hanno tessuto una corona dai fiori dei prati, e oggi mentre pranzavano li hanno declamato dei splendidi versi dei poeti greci. Mentre l'ul­tima volta usciva dalla loro tenda, Alessandro colse lo sguardo desideroso negli occhi affascinanti di Statira, e sul suo viso in quel momento ballo' un sorriso allegro.

 

 

 Il racconto trentaseiesimo.

 

            Il compito del sovrano terrestre

 

      Mentre Alessandro stava  entrando nella immensa e antica  citta' di Menfi, lo aspettarono le moltitudini infinite dei suoi abitanti. Nel re macedone gli egiziani  riconobbero  il ritorno verso l'ordine cosmico e verso la giustizia universale. Percio', qua si preparava una festa nella quale Alessandro sarebbe stato proclamato  faraone egiziano. Nell' enorme santuario  degli dei egizi si orga­nizzava una solennita', che  non fu  vista ancora dai tempi piu' remoti.

      Quando il nuovo sovrano d'Egitto stava entrando nel santuario, tutti i funzionari dello stato ed i padroni delle provincie egiziane si  prosternarono a  terra, come un segno di  ubbidienza e di lealta'. Poi, si alzo' il piu' anziano dei sacerdoti e comincio' a parlare:

      "Ecco colui che ci manda il dio Amon , che e' stato allattato sul   petto della dea Hathor. Ecco colui che restituira' all'Egitto divino  l'ordine cosmico. La sua intronizzazione concepira' una vita nuova nell'Egitto: il sole brillera' di nuovo, il Nilo si riempira' di  acqua, ed il deserto si ritirera' lontano dalle nostre case. Le donne inizieranno a partorire dei figli, i saggi ed i soldati invincibili, i quali divulgheranno la gloria dell'Egitto!”

      “Rallegrati Egitto, perche' i tempi felici sono di nuovo venuti. Che in tutto l'Egitto i cuori si facciano ballare, che scompaiano la paura ed il dolore, perche' il sole comin­cia a splendere di nuovo!"

      In seguito i sacerdoti nel nome degli dei Horus e Seth misero al collo di Alessandro le corone dell'Alto e del Basso Egitto, e due parti del regno congiunsero in una, e la misero di fronte ai piedi del re. Il coro dei sacerdoti cantava un inno agli dei, al sole, al Nilo ed al faraone nuovo.

      Numerosi i macedoni ed i greci, che  furono nell'accom­pagnamento del faraone , erano molto esaltati. A loro parve  che tutto quello non fu  una realta', ma un sogno dolce ed ingannevole, e che loro si trovassero  in qualche posto in Macedonia o in Grecia, e che si sarebbero svegliati fra parecchi attimi.

      "Questa terra e' veramente divina! ", disse il generale Parmenione mentre stavano uscendo dal santuario.

      Gia' il giorno dopo Alessandro con il suo accompagna­mento si  avvio'   verso l'oracolo del dio Amon a Siwa.

      "Devo ancora una volta inchinarmi agli dei d'Egitto nell'oracolo, il quale attirava  filosofi,  poeti e  tauma­turghi  da tutta l'Europa ed Asia!", disse ai suoi collabo­ratori.

      Vi giunsero verso  sera , quando il sole rosso stava scomparendo dietro la tenda violetta lontano all'orizzonte. Mentre si avvicinavano al santuario, i macedoni ed i  greci  furono  presi da  una pace miracolosa , che  non avevano  provata mai prima.

      Quella notte Alessandro era molto agitato, e non avendo potuto addormentarsi fino a notte profonda, usci' dalla sua camera, e si avvio' al santuario di Amon. Le colonne gigantesche, i tetti, le statue degli dei  erano appoggiati sulla pace desertica, misteriosa e profonda, ed Alessandro la senti' come gli riempiva tutto il corpo. E poi udi':

      “Gli dei sono in voi uomini: in ogni vostra parola, in ogni vostro pensiero, nelle vostre speranze, nei vostri canti. Che non pensino gli uomini mortali, che gli dei dell'Egitto siano come dei cani dei pastori intorno ai loro greggi! Gli dei dell'Egitto sono le onde del Nilo, che vengono dalla lontana ed enigmatica Africa,  per fertilizzare  l'Egitto. Gli dei dell'Egitto sono il grano, che cresce sui vostri campi, e gli dei sono il pensiero mansueto ed umile degli agricoltori egizi. Gli dei sono le montagne ed i mari, e l'aria che respirate!"

      "Amone immortale", chiedeva poi Alessandro, "qual e' il compito dei sovrani terrestri, come si loro devono  comportare verso i  sudditi  e verso l'altro mondo vivente?"

      "Il mondo, nonostante sembri gigantesco ed infinito, e' fragile e delicato. Come un fiore, oppure come un-unico petalo: anche un venticello soave e' sufficiente a sradicare il fiore e spezzare il suo petalo. I sovrani devono essere per il mondo quello che e' un tronco per la sua chioma, oppure l'alveo di terra per il Nilo egiziano. I sovrani devono proteggere i loro sudditi da tutte le ingiustizie, e lavorare a favore di loro!"

      "Amone celeste", chiedeva ancora il faraone nuovo, "ed io che cosa dovrei fare che l'arroganza non mi invada il cuore , e di non cominciare a fare del male al mondo ed ai sudditi, e che la pace e l'umilta' regnino sulla  inganne­vole  ragione umana?"

      "O saggio sovrano terrestre, stai indagando veramente bene, perche' gli uomini mortali ed i loro re spesso sono invasi dalle  passioni indegne e pericolose. Se sapesse il sovrano terrestre quanto gli dei amano quelli che sanno domare i propri cuori! Ti daro'  un giuramento, e se lo adempierai  sollecitamente , gli dei alla tua destra sempre daranno una forza superiore , ed i nemici si prosterneranno di fronte ai tuoi piedi!”

      “Non dimenticare: almeno una volta in tre anni masche­rati in un pellegrino semplice, e vieni qua al santuario di Amon a Siwa. Questo dovere ti ricordera' sempre sugli impegni che  hai verso gli dei, verso il  mondo, ed i suoi sudditi. Ed adesso ti saluto!"

      Dopo aver lasciato  Siwa, il potente faraone egiziano si diresse a  nordest, verso i spazi azzurri del mare Mediterraneo.   Quando con il suo accompagnamento giunse alla costa , si separo' da loro, e, strapieno della ispirazione divina, comincio' a parlare:

      "Ordino che qua sia fondata una grande citta' maritti­ma, che in essa sia edificato un grande porto, e che in esso entrino le piu' grandi navi di Europa e di Asia! E che sia popolata dai marinai, dai commercianti, dai viaggiatori di tutti i popoli, e che la luce divina li conduca nella loro vita terrestre. Che in essa sia studiata e glorificata la filosofia e la scienza, e che in quella citta' vengano i saggi da tutto il mondo!"

      In quel momento alcuni proposero che la citta' fosse denominata "Alessandria", e tutti si misero d'accordo.

 

 Il racconto trentasettimo.

 

            I testi dal principio della storia umana

 

      Sui valichi ripidi delle montagne si raggiungevano i venti freschi dalla Persia lontana e quelli caldi dal mare Mediterraneo. I soldati macedoni, avendo marciato di fronte al loro re, li sentivano sulla loro pelle imbrunita, e quei caldi venti dal mare li trascinavano all'ovest, in Macedo­nia. Pero', davanti a loro c'era una delle piu' difficili sfide.

      Dopo che furono scesi dalle montagne   nella valle dell'Eufrate, proprio sulla costa del fiume il re  aspettava  un uomo insolito sui vent'anni, e l'espressione del suo viso era mite, da fanciullo. Avendo conversato prima con il mes­saggero di Alessandro, si  presento'  come un fuggito solda­to persiano, e disse di avere  delle notizie importanti per il re macedone.

      Appena dopo le lunghe asseverazioni, al soldato persia­no  permisero di incontrare  Alessandro.

      "Giuro sugli dei persiani", comincio' a parlare il giovanotto, "che  diro' al sovrano potente solo la verita', e solo quello che hanno visto i miei occhi e udito i miei orecchi. Nelle  provincie persiane piu' orientali  i satrapi insieme con il re persiano radunano e armano l'esercito. Si dice  che ci siano piu' di quattrocentomila uomini, e che di tutte le fucine della Persia si siano impadroniti gli armai­oli ed i produttori delle armi nuove. Io amo la vita: quando il venticello della pianura accarezza il mio viso, e quando sento il calore del sole. So che il sovrano potente dall'oc­cidente  mandano gli dei, ed il nostro esercito perira', e la Persia sara' coperta dalla  morte nera e   pesante, per- cio', supplico la pieta'! Che i soldati macedoni e persiani non si scontrino, e che la Persia sia ceduta alla pieta' del sovrano potente senza il sangue e la morte odiata!"

      Ad Alessandro piacquero queste parole, ed egli invito' il giovanotto ad essere  loro  ospite speciale, e promise e giuro' che, se fosse stato possibile,  avrebbe evitato le battaglie insanguinate. Poco tempo dopo il re persiano mando' ad Alessandro prima una, e poi un'altra missione, con l'in­tenzione di concordare una pace, che sarebbe  vantaggiosa ad entrambi.

      "Al potente sovrano, che gli dei  mandano dall'occi­dente, il re persiano, pieno di gratitudine e di ammirazione sublime verso Alessandro il Macedone, offre la parte occiden­tale dell'impero oltre l'Eufrate, ed ancora diecimila  talenti per il riscatto della moglie, della madre e delle due figlie!", disse il rappresentante della prima missione.

      "Nessuna di queste due offerte del re persiano  accetto", rispose Alessandro, "tranne le gratitudini e l'am­mirazione sublime, nonostante che avevo  giurato agli dei l'umilta'. Esiste solo una possibilita' che io fermi il mio esercito, e che la Persia non sarebbe coperta dalle  grida e dal dolore: cio' e' la capitolazione completa del re persia­no e dei resti dell'impero!"

      "Il re persiano e' della stirpe degli Achemenidi", spiegava il rappresentante della seconda missione, "ed in quella casa gia' da  secoli nascono  sovrani potenti ed orgogliosi. Percio', egli supplica che davanti al suo popolo non sia esposto allo scherno; che gli sia lasciata la parte dell'impero ad est dall'Eufrate . Che non gli dicano, che l'impero immenso, ereditato dai suoi padri, ha perso in  una notte!"

      Pero', Alessandro  solamente  ripeté  lo  stesso che aveva  detto al primo messaggero. Percio', i due potenti eserciti si  scontrarono  vicino a  Ninive degli assiri, e di la' ancora venivano le ceneri ed il fuoco. Le pianure sulle quali si fu  fortificato l'esercito del re persiano, lo sguardo dell'occhio umano non pote'  cogliere.

       Con il ferro   pesante  corazzate, le teste umane, l'una accanto all'altra, sporgevano verso il cielo, compresse ed infittite con le lance lunghe e acute, e la loro potenza pareva cosi' tanta, che avessero potuto sfidare gli dei dal cielo. Lonta­no, lontanissimo, appena visibili, c'erano i cavalieri migliori mentre aspettavano l'ordine del re.

      Alessandro con il suo esercito attacco' quando  all'o­rizzonte era comparsa  la prima luce diurna: il generale Parmenione con la sua cavalleria assali' sui fianchi, avendo girato in un circolo. Quei circoli di Parmenione si strinse­ro  sempre di piu', e fu  chiaro che egli volle  raggiungere il centro di quella pianura immensa. Alessandro capeggio'  la fanteria micidiale, e di fronte alle loro lance feritrici non rimase   vivo nessun militare persiano.

      I gridi e gli urli giungevano da tutte le parti, ed essi improvvisamente coprirono il cielo sopra la Persia: il loro re, l'unico superstite,  fuggi'  verso il massiccio delle montagne.

      Alcuni giorni dopo la battaglia, nell'accampamento di Alessandro giunsero le ambascerie di Babilonia, Susa, Per­sepoli, perche' vollero consegnare al re il potere su quelle citta'. Dopo, quando le truppe dell'esercito macedone hanno venuto  la',  trovarono dei tesori inestimabili , i quali  raccoglievano   dalla loro fondazione, e d'allora erano passate molte migliaia di anni. Alcuni scrittori e filosofi greci, che c'erano nell'accompagnamento di Alessandro, non uscirono per mesi dai conquistati palazzi reali alla luce diurna, perche' lessero  i testi segreti scritti ai principi della storia umana.

 

 Il racconto trentottesimo.

 

            L'amico dei greci e della filosofia

 

      Dopo le vittorie tantissime e gli inni, e  molti popoli sottomessi, le quali lascio' dietro le spalle, Ales­sandro sempre piu' spesso si sentiva cosi' potente, che non poteva vedere coi propri occhi  i limiti di  quella potenza. Dopo che aveva arrivato a Babilonia misteriosa, voleva tentare gli dei, i maghi e i sacerdoti.  La' risiedeva  fin dai piu' oscuri principi della storia umana  l' onnipotente dio Marduk con i suoi sacerdoti.

      "Quali sono i limiti della potenza del sovrano terres­tre, ed in che modo i sudditi devono comportarsi verso il loro re?", chiese  Alessandro all'oracolo del dio Marduk.

      "Il limite della potenza del sovrano terrestre e' la sua ragione, se gli rimane ancora , perche' in quella gente l'orgoglio e' enorme ed indomabile. I sudditi devono servire il loro re, pero' non in caso se con quel servizio causereb­bero del danno a se' stessi, oppure l'ingiustizia agli altri sudditi!"

      Quando usci' dal santuario, il giorno era sereno, ed egli senti' la  brama di avviarsi piu' avanti ad  est, per acchiappare il fuggito re persiano. Poco tempo dopo che si aveva mosso con il suo esercito, una ambasceria del satrapo Besso gli  porto'  sulle loro mani il corpo morto del re persiano.

      Dopo che lo ebbe fatto  seppellire con tutti gli onori che appartengono al re, un oratore macedone nel discorso d'occasione disse:

      "Seppellendo  questo corpo morto, seppelliamo l'impero persiano gigantesco e potente. Da oggi le famose citta' greche ed i loro filosofi e poeti possono sognare dei sogni tranquilli, perche' i persiani non si muoveranno mai piu' con il proprio  esercito contro di loro!"

      Mentre avanzava attraversando   le catene  delle mon­tagne ed i grandi fiumi, Alessandro  catturo'   il satrapo Besso, ed un tribunale persiano per alto tradimento lo  condanno' a  morte. Poi, un altro uomo potente ai confini orientali dell'ex impero persiano  si   oppose  all'esercito macedone. Alessandro lo fece prigioniero , e poi sposo'  sua figlia, alla bellezza della quale non pote' resistere.

      La festa duro' parecchi giorni, e per tutto questo tempo non fu interrotta  ne' di giorno ne' di notte. In alto sui massicci delle montagne i soldati macedoni poterono con il loro dito toccare il cielo, e sentire il freddo ed il ghiaccio che giungeva dalle cime del  vicino Himalaia . Dopo che aveva  marciato e guerreggiato ininterrottamente  per tutti questi anni, il loro comandante nella fortificazione montuosa godeva , ed a quei godimenti non c'era una fine.

      Le fiamme ardenti e rosse si innalzavano dal focolare messo al centro del locale, nel quale Alessandro passava le notti con la persiana di carnagione scura. Toccava le sue lunghe ciocche di capelli, che  danzavano e saltavano dai piaceri fortissimi. Poi, le dono' tanto l'oro e delle pietre preziose, dopo di che il nome di Alessandro dalle sue labbra si innalzava in modo tenero e silenzioso al cielo come un bacio rubato e misterioso.

      L'esercito macedone , insieme con i nuovamente reclu­tati combattenti, scesero nelle illimitate valli di Asia, e poi di nuovo salirono sulla grande montagna Hindukush. Loro ancora  aspettava  il fiume ondoso Indo, che hanno attraver­sato nei piccoli battelli.

      Dopo che furono  saliti sull' altra costa, ed ancora ebbero   percorso parecchie ore di marcia, di fronte a loro  apparve l'esercito innumerevole del re asiatico Poro. Nella prima linea da combattimento c'erano degli  elefanti, ed Alessandro con il suo sguardo da sinistra a destra non poteva coglierli. I guerrieri di Poro avevano delle lance lunghe, delle quali le cime erano state spalmate dai veleni micidiali.

      Anche le loro frecce e le spade erano state spalmate con gli stessi veleni, ed intorno dell'esercito ben ordinato avevano scavato i pozzi profondi coperti con i cespugli. Dietro  la linea da combattimento di elefanti e di cavalle­ria   si trovava una grande collina coperta con  le gigantesche , rotonde pietre. Poro  ordino' di avvicinare quelle pietre a quella parte , che era piu' vicina agli  elefanti e alla cavalleria, e che i loro guerrieri le spingessero quando di la' passasse  l'esercito di Alessandro il Mace­done.

      Quando Alessandro aveva attraversato il fiume Indo e scorse dislocato l'esercito del re Poro, era serena, tarda mattina. Molto lontano si potevano vedere le onde schiumose dell'Indo, come scorrevano verso il mare, e le cime dell' Himalaia parevano solo alcuni passi lontane.

      Il re macedone  capi'  subito che non poteva con la sua cavalleria  attaccare gli elefanti. Percio', diede l'ordine che tutto l'esercito girasse  a destra, cosi' che ai genera­li di Poro desse  l'impressione di non aver  affatto l'in­tenzione di assalire il loro esercito. Il dirottamento duro'  finche' all'orizzonte non  comparve il sole di mezzogiorno, e poi le prime linee dell'esercito si dirottarono  improvvi­samente  a sinistra avendo fatto un arco sempre piu' grande.

      Allora i macedoni, furbi e abili, attaccarono le truppe di Poro. La sorpresa fra di loro fu  cosi' grande, che la maggior parte della cavalleria fuggi' per paura . La batta­glia duro' poco, ed in essa i macedoni non persero nessun soldato. Il re Poro fu  imprigionato, la maggior parte dei suoi soldati furono uccisi, e una parte minore, essendo fuggita, riusci'   a salvarsi dalla morte sicura.

 

 

 Il racconto trentanovesimo.

            Il matrimonio tra oriente e occidente

 

      Tanti anni erano passati da quando Alessandro ebbe  lasciato la citta' di Susa. Sulle sue imprese militari giungevano   notizie spaventose: che i molti eserciti asiat­ici, che si opposero  a lui ,  scomparvero dalla faccia della terra. Ogni notizia da quei fronti lontani termino'  con un insegnamento: che da nessuna parte e mai nessun essere umano mortale  si  ribellasse alla volonta' del piu' potente sovrano terrestre!

      Nonostante  quelle notizie, alcuni satrapi persiani  organizzarono delle  congiure segrete. Vollero  sollevare il popolo  ed organizzare un esercito contro il nuovo re. Si narrava che fossero  stati persuasi da alcuni insoliti  ed enigmatici stranieri, i quali non seppero   parlare bene ne' il persiano, ne' il greco, ne' il macedone, nè l’ebraico, ne' l'egiziano.

      Poi, improvvisamente, a Susa cominciarono ad arrivare  messaggeri numerosi, con la notizia che l'esercito di Ales­sandro fu  solo ad alcuni giorni di marcia dalla citta'. La primavera era  appena iniziata  , ed il sole soave prima accompagno'   in citta'  la cavalleria migliore. Dopo di quella, per le strade marcio'  la fanteria corazzata , e poi le truppe speciali dell'esercito, che cavalcarono gli ele­fanti.

      Quando ad Alessandro fecero  sapere delle congiure, egli chiamo' i satrapi responsabili e li puni' severamente.

      "Per la Persia circolano  uomini sconosciuti e strani, ed annunciano che il nostro re presto e di sicuro morira'!", disse a Susa uno degli amministratori della citta' piu' fedeli ad Alessandro. Queste parole non  turbarono il re , ed egli sorrise di cuore.

      In quei giorni il re macedone convoco' tutti gli ammin­istratori della citta' , e  ordino' loro di abbellire e di ornare le strade, le piazze e gli edifici .

      "Ci sara' presto qua una grande solennita': i nostri cuori si incendieranno di piaceri  deliziosi, ed il cielo sopra la Persia vampeggera' di godimenti. Percio', ordino che ognuno, che verra' in citta', sia  trattato splendida­mente, che agli uccelli, che scendono a volo nei nostri cortili e sui tetti, sia  lasciato del cibo. Chiunque si corica e si alza a Susa, giovane o vecchio, che sia saziato a  spese dello stato!"

      Subito dopo aver  pronunciato queste parole, il re si avvio' al palazzo, dove  lo aspettava Statira, quella figlia del re persiano, che  lo adescava lungamente con i suo sguardi seducenti e misteriosi. Accanto a lei ci fu ancora una stupenda donna, che si chiamo'  Parisatide, ed era una persiana. Chiunque dei  maschi si fu   avvicinato a Statira ed a Parisatide, senti'  una potente concupiscenza per quelle donne, perche' in tutto l'impero non ce n'erano piu' belle.

      In un salone gigantesco, particolarmente ordinato e ornato, dall'altra parte nelle loro poltrone sedettero  ancora ottanta donne.  Erano  tutte persiane dalle famiglie aristocratiche, ed i loro visi erano belli, mansueti e provocanti. Proprio alla fine  sedettero tre ragazze comple­tamente   uguali: perfino i loro sorrisi furono nascosti nell'angolo destro delle labbra, e moltissimi le guardarono appassionatamente. Al centro c'era una splendida donna , nello sguardo della quale fu  nascosta una delizia lontana ed indescrivibile.

      Sulle piazze enormi e vicine c'erano ancora circa trentamila  giovani ragazze persiane, sontuosamente vestite, e i loro padri e le madri stettero accanto alle loro spalle. Poi tutti si mossero dalla citta': Statira, Parisatide, quelle ottanta ragazze aristocratiche, e queste trentamila dalle piazze vicine.

      Nessuno che in quei mesi soggiornava a Susa,  pote'  rispondere quanti uomini si furono radunati in un posto: centomila, duecento, cinquecento: quanti? Le colonne erano smisurate: quelle ragazze scure  ed esaltanti cavalcarono ognuna sul proprio cavallo, ed accanto i loro  giovanotti. Dietro seguivano i fratelli, le sorelle e i genitori, e poi i cittadini di Susa e i viaggiatori, che in quei giorni vennero in citta'.

      Tutta questa immensa moltitudine si fermo' su una sconfinata pianura  vicino alla citta'. Allora da una parte furono dislocate quelle belle ragazze, e dall'altra i loro giovanotti. Alla testa sui loro  cavalli c'erano Alessandro, Statira e Parisatide, e di dietro le ottanta splendide persiane  e accanto a loro ottanta generali macedoni e greci e comandanti militari.

      Il giorno primaverile si fu  incendiato dal sole caldo, quando un macedone si separo' dalla colonna e davanti a tutti stette a parlare:

      "Gli dei potenti dal cielo hanno ordinato che il giorno d'oggi svegli  e infiammi i cuori innumerevoli con l'amore terrestre  e carnale. Oggi il nostro re sposera' due persi­ane reali, Statira e Parisatide, e gli ottanta  migliori generali macedoni e comandanti militari diventeranno i mariti delle persiane elette. Qua, su  questo punto  del nostro grande impero, si e' incontrato l'oriente e l'occi­dente, e  qua quelle due parti del mondo , Europa ed Asia, saranno sposate nella forma umana. Che il nostro impero sia unito anche nei letti matrimoniali, nei baci, nei sospiri! Ecco di la' immense moltitudini dell'esercito macedone, e quegli uomini da oggi sono i mariti delle persiane esaltan­ti, perche' cosi' ordinarono gli dei potenti dal cielo!"

 

 Il racconto quarantesimo.

 

            Un pellegrino nel santuario del deserto

 

      Quando tutti speravano: nuove regine  Statira e Parisa­tide, potenti e numerosi generali e comandanti militari, esperto esercito  macedone e nuovamente reclutati militari persiani, e conquistati popoli e le citta', che Alessandro fosse  sazio  di guerre, il re pubblico' una nuova proclama­zione.

      "Che il dio Seth dal cielo non mi guardi con disprezzo", era scritto nella proclamazione, "pero' il mio cuore e' ancora insoddisfatto dei  confini del nostro impero. Molte sono le terre e molti i popoli ancora fuori di esso, benche' non  sappiamo  neanche i loro  nomi perche' sono cosi' lontani.   Con la speranza che un giorno anche l'ultimo angolo in Asia sottomettero' al mio potere, adesso prendo la seguente decisione: a sudest di Babilonia, nella quale mi trovo adesso, e' situata una grande penisola arabica. Ordino che subito incominci il reclutamento delle nuove truppe e della marina da guerra, perche' entro un breve periodo quella parte del mondo deve essere sottoposta al mio scettro reale!"

      I messaggeri, che  per primi ricevettero   il testo dell'avviso da divulgare  in tutte le parti dell'impero infinito, erano spaventati e sorpresi. Quelli tra di loro, che dovevano leggere la notizia ad alta voce sulle piazze di Babilonia, guardarono la gente sbalordita e paurosa mentre udirono la notizia.

      "Gli dei eterni guardano biasimevolmente al nostro re, perche' egli ha iniziato a comportarsi in modo strano ed irresponsabile. Tutto l'impero e' sfinito dalle battaglie ininterrotte, e tutti speravamo che la pace sia incomincia­ta, e che le battaglie si siano calmate!", disse un anziano al suo amico sulla piazza maggiore.

      Nel principale palazzo reale i funzionari del governo tremavano dalla eccitazione e dallo sdegno. I generali di Alessandro nei loro lussuosi saloni camminavano su e giu' avendo arrotato i denti.

      "Abbiamo vinto tante battaglie, le quali neppure gli dei con la sicurezza  avrebbero incominciato se fossero stati  ai nostri posti . La Persia, contro la quale ci siamo mossi dalla Macedonia, non c'e' piu', e l'impero del nostro re e' sconfinato , e degli anni sono necessari per percor­rerlo dall'inizio alla fine. Che cosa ancora vuole il nostro re?!" chiedeva il generale Parmenione  agitando le mani.

      La  quieta notte di maggio era gia' profonda e tarda, quando Alessandro con le sue mogli andava a letto. Sperava che presto sarebbe stato anche  re di Arabia, e che si poi avrebbe avviato ad est ed ovest, a nord e sud, a scoprire e conquistare i popoli nuovi.

      Pero', il sonno tranquillo e dolce non prendeva il re: si rovesciava e sudava. Finalmente comincio' a sognare il sogno seguente: mascherato in un pellegrino semplice, tutto solo davanti al santuario gigantesco del dio Amon a Siwa, si muoveva verso l'entrata. Pero', le sue gambe per la debo­lezza  vacillavano, ed egli inizio' a camminare all'indie­tro, perche' ebbe la forza di camminare in quella direzione. Poi udi' la voce:

      "Re, non allontanarti dal tuo destino, vai avanti!"

      Il pellegrino si fermo' e raccolse la forza rimanente, e si mosse avanti, un passo, due. Poi cadde, e comincio' a strisciare verso il santuario. Dietro di se' nella sabbia desertica lasciava due canaletti fatti con il ginocchio sinistro e con il gomito destro. Avendo strisciato cosi' entro' nel santuario e si fermo' al centro, volgendo la testa verso il cielo. Allora di nuovo si fece sentire quella stessa voce:

      "Quanti anni sono passati da quando hai fatto quel giuramento agli dei?"

      "Molti, molti anni", balbetto' il re.

      "Gli uomini, che  non adempiono le promesse verso gli dei, lo stesso fanno verso gli uomini causando loro del male, percio' devono essere puniti. Il re terrestre ha sorpassato ogni limite della ragione umana, e ha cominciato a bravare agli dei eterni. Ha punito i suoi generali piu' leali, i quali gli hanno procurato le piu' splendide vitto­rie, ed il suo stupendo esercito cominciava a stancare e martirizzare con i nuovi ed irragionevoli desideri. Il re degli uomini mortali sapeva che le cose hanno un proprio senso naturale, e che quel senso non puo' essere profanato. Cosi' si comportano gli uomini mortali  desiderando diven­tare  dei. Pero', gli dei celesti, se diventassero  uomini mortali, non si comporterebbero mai cosi', come gli uomini che desiderano diventare  dei!"

      In quel momento la voce dell'oracolo si fermo', e poi chiese:

      "Desidera il re terrestre  sapere quale punizione lo aspetta?"

      Il pellegrino, che ancora senza la forza giaceva sulla terra , fece un segno confermativo con la testa.

      "Al sovrano terrestre spetta la morte. E che non speri, come gli uomini mortali  spesso si illudono, che la morte  in qualche modo si possa evitare!"

      Tredici giorni dopo quel sogno il re macedone, Alessan­dro, mori' nei rantoli e nella febbre insopportabile. I saggi popoli ad est dell'impero, quelli ad ovest , e quelli a nord ed a  sud, stettero a parlare che il mondo spettano delle nuove, pesanti punizioni, perche' gli uomini mortali non facevano i sacrifici agli dei ed abusavano i segreti divini.

 

 Il racconto quarantunesimo.

 

            La notizia sulla splendida citta'

      In tutte le parti dell' Europa e dell'Asia si sparge la voce, che la nuova citta' egizia, Alessandria, e' piu' splendida di tutte le altre, che  gli dei hanno fatto fare. Poco tempo fa e' andato anche l'ultimo muratore e levato l'ultimo ponteggio, e gia' stanno arrivando da tutte le parti del mondo i piu' celebri personaggi: i re ed i sovra­ni, conosciuti e famosi medici, gli scrittori ed i filosofi di prestigio, ed i sacerdoti dei piu' potenti ed immortali dei.

      La citta' offre una immagine affascinante: situata tra gli spazi immensi dell'azzurro mare Mediterraneo e del lago Mareotide, ed e' evidente che il suo creatore l'ha inspirata un' anima dell'ordine esteticamente perfetto.

      Le vie principali sono larghe e lussuosamente ornate con le colonne alte ed eleganti. Si distendono nelle direz­ioni est-ovest e nord-sud, ed accanto ad esse sono schierati grandi , signorili palazzi. Le vie si incrociano nel centro della citta', e su quel posto e' ordinata una piazza monu­mentale. Al centro di essa in alto verso il cielo si elevano gli obelischi eleganti.

      I greci, che giungono da Atene e da Sparta, e da tutte le altre citta', i macedoni dalla loro capitale Pella, camminano per le vie e salgono per le scale lussuose nei palazzi nobili, toccano con gli indici la pietra scolpita, perche' non credono ai loro occhi.

      Gli egiziani, che corrono dal nord e dal sud, i persia­ni dalle lontane citta' asiatiche, stanno salendo sulla collina vicina non potendo saziarsi della bellezza provo­cante da vicino. I  petti degli egiziani si gonfiano dalle forti esal­tazioni, ed i loro occhi, non battendo ciglio, guardano alla magnifica citta' reale.

      I numerosi santuari dei potenti dei del mondo sono dislocati per i tutti quartieri, e sono piu' belli e piu' lussuosi di tutti gli altri, che erano stati costruiti mai prima. Al centro della citta' si eleva un edificio sublime dedicato al piu' importante di tutti gli dei, a  Zeus. Nel quartiere adiacente e' stato costruito un tempio splendente al suo potente figlio, al dio Dioniso, che celebra il pia­cere della vita e l'ebbrezza dell'amore. Egli ha insegnato nella oscura e lontana storia gli uomini mortali a coltivare la vite e bere il vino inebriante.

      Nella parte sinistra verso il lago Mareotide con lo sguardo si puo' cogliere  l'edificio costruito dal marmo e di oro, e dedicato al Poseidone,  protettore dei marinai e delle navi. Sono eretti numerosi teatri, ed in essi  l'am­ministrazione della citta' presto comincera' a presentare le opere dei piu' celebri scrittori.

      I creatori fantasiosi di questa citta' divina hanno edificato due porti enormi, nei quali potranno approdare  delle navi da  tutti i mari del mondo. I costruttori hanno protetto i porti con i potenti moli da due direzioni.  Molte navi sono gia' approdate, ed i marinai sono usciti a osser­vare la nuova citta'.

      Vicino la parte settentrionale  e' situata un' isola di sabbia, e  la' ci sono due tempi magnifici: di Iside e di Nettuno. Sul punto estremo di essa e' stato edificato un faro famoso, e l'occhio umano dalla terra lo puo' stentata­mente cogliere. Questa alta costruzione e' al fondo quadran­golare, poi ottangolare ed in seguito rotonda. Sulla cima brillano le luci potenti che abbagliano gli occhi umani, e le navi le possono scorgere dall'alto e lontano mare.

      Per gli acquedotti particolarmente scavati giunge l'acqua dal Nilo, e di la' attraverso  la rete sotterranea fino ai palazzi ed  ai bagni pubblici.

      La piu' nobile e piu' lussuosa parte della citta' e' il quartiere reale, che e' costruito nei pressi del mare, nella parte orientale della citta'. In esso i palazzi, teatri ed i templi splendono della indicibile bellezza. Le piu' stupende colonne doriche, corinzie  e ioniche sostengono le finestre ed i balconi reali, le scale ed i salotti nobili.

      Un piccolo porto nella parte piu' orientale, protetto da tutti i venti, connette il quartiere reale con il mare. In esso ci sono le navi della regina e del re, e di quelli che li vengono come ospiti.

      Oh, che esaltazione e dolce meraviglia prendono il cuore umano mentre osserva quell'indescrivibile quartiere reale! In esso ci sono i bei parchi, giardini zoologici e botanici, gli obelischi, i templi, le statue e sculture degli dei e dei loro sacerdoti.

      E tutte quelle viste: al seducente , alto mare immenso, all'isola di sabbia ed al faro, ai palazzi bianchi ed ai santuari nella citta', ed al lago Mareotide!

      Nel quartiere reale ci sono ancora due edifici, forse piu' magnifici e piu' belli di tutti gli altri: la Bibliote­ca ed il Museo.

 

 

 Il racconto quarantaduesimo.

 

            L'invito agli scienziati celebri

 

      Il cuore umano prende l'allegria quando scorge con quale attenzione furono  edificati la Biblioteca ed il Museo. Queste due magnifiche costruzioni si elevano di fronte agli occhi degli uomini mortali come templi celesti dedicati al pensiero umano, alla parola scritta, ed alla verita'. Alla verita' sugli dei e sugli uomini.

      La Biblioteca e' composta dai numerosi palazzi bianchi, che  sono tra se stessi collegati con i larghi e spaziosi corridoi. Quei corridoi sono ornati con le splendide colonne di marmo. Accanto ad esse sono dislocati i banchi, ed intor­no ai palazzi e quei stupendi corridoi sono ordinati i parchi con le sculture dei saggi e potenti dei.

      Nei palazzi i costruttori hanno scolpito le sale per depositare dei libri e manoscritti famosi. Accanto ad esse ci sono gigantesche sale da lettura, ed in esse sederanno i piu' saggi filosofi da tutta l' Europa e l'Asia. I segreti divini, quelli che il cielo  nasconde di fronte agli occhi curiosi degli uomini terrestri, davanti a quegli scienziati  del  mondo si apriranno e si mostreranno , come si apre  un rotolo del papiro egiziano oppure la palma della mano umana.

      Presso la Biblioteca ci sono i palazzi del Museo, cosi' denominato in onore del mitico poeta Museo, il figlio di  Orfeo cantatore, ed in onore alle figlie  del dio Zeus, che proteggono i poeti di talento ed i filosofi saggi. Vicino e' scolpito un santuario dal marmo pregiato e di pietra, la quale i muratori portavano dalle piu' lontane parti del mondo.

      Anche nel Museo ci sono numerose sale da lettura, sale anatomiche, nelle quali i famosi medici dissecheranno i corpi umani, ed un osservatorio astronomico. Qua gli scien­ziati avranno a  disposizione anche un giardino zoologico e botanico. I palazzi sono circondati con i parchi verdi, ed in essi verso il cielo si elevano gli obelischi e le scul­ture dei insuperabili poeti e filosofi: di Omero, Esiodo, Socrate, Platone, Aristotele e di molti, molti altri.

      Il devoto pensiero umano tremava  dalla bellezza e l'esaltazione dinanzi al significato di questa impresa, perche'  una simile   non era mai prima stata iniziata. I creatori della Biblioteca e del Museo avevano veramente una splendida idea: trasportare nella nuova citta' di Alessan­dria tutte le esperienze delle celebri scuole filosofiche greche, e particolarmente dell' Accademia di Platone e del Liceo di Aristotele, nel quale i filosofi discutevano  camminando.

      Subito dopo che avevano finiti i lavori enormi alla Biblioteca e al Museo, il decisivo governo reale si  dedico' ad un altro compito complesso. E' stato necessario da tutte le biblioteche allora esistenti e conosciute prendere i manoscritti, i testi ed i libri, e trasportarli ad Alessan­dria. Oppure, almeno, fare delle copie degli originali, ed esse trasportare nella Biblioteca di Alessandria.

      "Al mondo non deve rimanere nessuna opera letteraria o filosofica, delle quali le copie o originali noi non avremo  nella nostra biblioteca!", disse in modo decisivo il re ai suoi collaboratori. Successivamente  chiamo' i messaggeri e li ordino' di pubblicare in tutto l'impero  il seguente avviso:

      "Che i poeti nobili e sublimi di tutti i popoli dell' Europa e dell'Asia siano allegri, perche' gli dei immortali nella splendida citta' di Alessandria hanno deciso di dare agli uomini terrestri di incominciare una grande opera. Nella Biblioteca scolpita di marmo si troveranno gli esem­plari di tutte le opere, le quali la mano umana e divina fino adesso aveva create. Percio', prego e supplico i bibli­otecari , che ci mandino da tutte le parti, dalla Grecia, dalla Macedonia, dall'Egitto e dalla Persia, gli originali oppure le copie delle opere , che possiedono. Prego i più saggi tra gli ebrei che ci mandino le loro opere! Che nessuna riga scritta non rimane copiata e mandata ad Alessandria!”

      “Che tutti i popoli sappiano anche il seguente: in onore ai  nostri dei, che proteggono i saggi e gli artisti, abbia­mo eretto il Museo. Nei suoi palazzi chiamiamo tutti coloro, i cui cuori  bramano di sapere che cosa ci sia in fondo del mondo, in che modo sia stato fatto il corpo umano, quali stelle circolino intorno la terra , e che cosa ci sia in fondo delle difficili operazioni matematiche. Li aspettera' l'amore dei potenti re ed il sostegno e la protezione degli dei eterni."

      Subito dopo che l'avviso era stato letto sulle piazze delle citta' greche, il filosofo  ateniese Demetrio Falereo, amico di Aristotele, si avvio' con  migliaia dei libri filo­sofici ad Alessandria. Tra di essi c'erano delle opere antichissime , di cui  nessuno  conosceva la data precisa, ma anche delle opere originali di Platone e di Aristotele. Dalla Macedonia molti  poeti  con i loro libri si erano instradati all'invito del re.

      I testi, sui quali erano scritti i segreti divini degli antichi  dei  di Babilonia, ed i quali eccitavano la curio­sita' di tutti i popoli antichi, i sacerdoti ed i maghi li mandarono  specialmente imballati  ad Alessandria. Si com­portarono in modo uguale anche i direttori ed i sommi sacer­doti degli eterni santuari egizi di Menfi, Tebe, Hermopolis, Buto, Sais, Busiris.

      Gli scaffali della Biblioteca giorno per giorno si riempivano , ed i testi segreti greci, egizi, ebrei, babilonesi e persiani, e le opere originali di Platone e Aristotele, i direttori, sotto la piu' severa sorveglianza del re, li depositarono in una  segreta, specialmente custodita sala.

 

 Il racconto quarantatreesimo.

 

            Un navigatore dalla fine del mondo

 

      Un navigatore dall'aspetto enigmatico guardo'  all'im­menso alto mare intorno a se' non avendo potuto con lo sguardo raggiungere la terra ferma. Gia' alcune settimane su una piccola nave con le vele e con parecchi marinai navigava da occidente  verso oriente, e si avvicino'  alla fine del mondo. Era giovane e potente, pero' i lineamenti del suo volto non assomigliavano all'aspetto di un greco, neanche  concordavano con l'esteriorita' degli egiziani, dei romani, dei persiani, oppure di qualunque altro popolo  conosciuto.  

      "Adesso ci avvicineremo alle Colonne d'Ercole, e di la' comincia il mondo dei greci e degli   altri popoli mediter­ranei!", disse ad un marinaio avendogli dato delle istruzio­ni per timoneggiare.

      In verita', per poco tempo l'immenso pelago comincio' a restringersi e si perdeva nel passaggio stretto tra l'Africa e l'Europa. La nave dolcemente scivolava essendo stata spinta dal vento soave, ed i marinai potevano riposare spensierati. Mentre dietro alle loro spalle scomparivano i monti rocciosi, e mentre entravano all'aperto mare Mediter­raneo, scorsero lontano all'orizzonte delle pesanti, grigie nuvole.

      Da quelle nuvole volavano i vortici del vento orribile, che nel suo petto portava enormi quantita' di  pioggia e la disperdeva sul largo mare. Il mare comincio'  a ondeggiare , e l'orizzonte a sinistra ed a destra si riempi'  con le altre minacciose nuvole.

      Pero', il navigatore enigmatico, molto probabilmente, sapeva bene maneggiare con la nave in queste circostanze tempestose. Egli ordino' ai marinai di calare le vele prima che il vento  le avesse strappato ed inabissato  la navicel­la  nelle profondita'.

      Quella tempesta, che i marinai prima avevano visto lontano, in quel momento infuriava sopra le loro teste. Il mare si schiumo' ed agito', ed il cielo si copri' dei fulmi­ni e tuoni micidiali. Lo sconosciuto navigatore guardo' con una pace sorprendente quella orribile scena e i suoi impau­riti marinai.

      Poi, sopra le loro teste era apparso un raggio di sole, e quel raggio si allargava e cominciava a coprire sempre piu' grande parte del cielo. I marinai hanno ripreso fiato e cominciavano a ringraziare l' onnipotente Poseidone  perche' gli aveva salvato le giovani vite. Il pelago del mare Mediterraneo si apriva e calmava, e loro presto dimen­ticarono la tempesta.

      "Ancora un po' ed alla nostra destra  rimarra' Cartag­ine ed a sinistra Siracusa!", disse dopo un lungo silenzio il navigatore all'equipaggio della nave.

      Dopo che avevano trascorso gli sconfinati spazi del mare, i marinai nella  grande distanza  scorsero una luce potente.

      "Quelle luci sono del faro ad Alessandria!", spiego' il navigatore.

      I marinai rimasero sorpresi dal nome di quella citta', e ripeterono stupiti: "Alessandria, Alessandria...?"

      "Alessandria e' una nuova divina citta', ed e' piu' bella e piu' grande di tutte le altre, che sono  state viste dall'occhio umano e fatte dalla mano umana. Là terminerà la storia misteriosa del mondo antico , e sarà fondata nuova civiltà giudaico-cristiana!”, spiego' il navigatore, e continuo' a raccontare sul grande macedone e sulla sua decisione di fondare una citta' nuova in Egitto.

      Quando  approdarono nel porto della nuova citta' d'E­gitto,  la' c'erano gia' ormeggiate molte navi. Al pelago dietro il molo ancor di piu' ne entravano ed uscivano. I marinai erano sorpresi , perche'  non avevano visto mai prima cosi' tante grandi navi  in un posto. Il navigatore enigmatico prese un sacco allacciato, dal quale cadevano fuori dei grani dell'orzo.

      In seguito usci'  dalla nave e si avvio' per la strada principale avendo osservato affascinato i santuari degli dei ed i bianchi, lussuosi palazzi. La citta' si era nel frat­tempo riempita di  abitanti, pero', il navigatore con il sacco sotto il braccio, dal quale sempre cadevano dei grani, cammino' con i passi sicuri, come  se fosse stato gia' tante volte ad Alessandria.

      Poi entro' nel quartiere reale , passo' per i parchi vicino al Museo e continuo' verso l'entrata della celebre Biblioteca d'Alessandria. Apri' la porta principale e scom­parve dietro di essa, mentre i grani dell'orzo rimanevano dietro dei talloni.

      Nella prima sala da lettura, nella quale era entrato, alcuni filologi analizzavano antichi  testi egiziani e mesopotamici. Avendo scorto il navigatore, si meravigliarono, perche' nella biblioteca fino allora non erano  entrati i commercianti d'orzo. Pero', per la loro sorpresa, il visitatore non si fermo' ma prosegui' verso la camera del presidente.

      Quando entro', lo straniero saluto' in un greco perfet­to, mise il sacco sul tavolo, lo slaccio' ed estrasse una scatola  di oro con il fiore di loto sul coperchio. Il presidente era il piu' celebre filologo di quel tempo, e proprio in quel momento leggeva un testo nell'antica lingua  persiana.

      "Che cosa c'e' in questa scatola?", chiese allo stra­niero dopo che stava un po' in dubbio.

      "Ancora dai tempi piu' remoti qua e' stato depositato un papiro sul quale sono stati scritti gli insegnamenti segreti sui rapporti con le donne. Il faraone Menes li aveva ricevuti dagli dei, pero', dal suo santuario il testo era stato  rubato. Il mio re decise di restituirlo all'Egitto, alla Biblioteca d'Alessan­dria, e che sia in servizio del bene degli uomini mortali ed in onore degli dei celesti."

      Disse questo, prese il suo sacco, usci' dalla camera del presidente, e per la stessa strada torno' al porto.

      Il famoso filologo guardo' dietro di lui, e poi prese  il rotolo dalla scatola e comincio'  a leggerlo. Le sue mani cominciarono a tremare dalla forte eccitazione, ed il volto si arrossi'. Ordino' che il re subito sarebbe  stato chiama­to, e mentre egli non era venuto il rotolo di nuovo avvolse e lo mise nella scatola dorata.

       Anche  lo  sovrano stesso tanto amava la letteratura e filosofia, e seduto trascorreva intere giornate leggendo   i testi dei popoli antichissimi. Quando venne, il presidente chiamo' ancora i tre piu' eccellenti esperti per i testi egizi, e si chiusero in quella sala segreta, dove erano custoditi gli originali celebri dei grandi filosofi e molti altri testi segreti. Loro cinque lessero  e studiarono il rotolo segreto di  Menes fino all'alba, e poi lo nascosero lontano da ogni pensiero curioso degli uomini mortali.

 

 Il racconto quarantaquattresimo.

 

                  Un messaggero di Siracusa

 

      Un uomo giovane nelle ore  mattutine  scese dalla sua nave nel porto di Alessandria, e, quando mise piede sulla terra ferma, con grande stupore guardo' la citta'. Poi si avvio' , essendo stato informato da alcuni passeggeri, verso il quartiere reale.  La' nuovamente domando' a certi uomini dove doveva andare, e loro con la mano gli indicarono una direzione. Presto entro' nel parco, che circondava la Bibli­oteca ed il Museo, e  la' molti filosofi e scienziati discu­tevano vivamente.

      Lo straniero si fermo' accanto a  tre maschi e ad una donna molto bella, e  chiese loro se conoscessero il mate­matico Archimede.

      "Ma, come non  conosciamo il piu' saggio tra di noi, il siracusano Archimede! Siamo grati agli dei perche' si trova qua  vicino a noi , ed ogni giorno da lui abbiamo tanto da imparare. Eccolo, eccolo la' con i suoi collaboratori, dove sta studiando il sollevamento di un peso con le leve!"

      Lo straniero si mosse verso  quei parecchi uomini, che di fronte a se' avevano  molte leve di diversa lunghezza e larghezza, ed i rotoli giganteschi di  papiro  sui quali disegnavano alcuni dati. Gli sembro' a prima vista che il matematico Archimede potesse essere quello piu' anziano tra di loro, che dirigeva gli esami. Percio', si avvicino' a lui, e gli chiese se  fosse  il celebre Archimede.

      Lo scienziato si giro' e sorrise avendo riconosciuto l'accento siracusano della lingua greca.

      "Che gli dei dal cielo salutino il nostro ospite, e noi uomini mortali aggiungiamo il nostro benvenuto all'amico di Siracusa, perche' capimmo dalla lingua che e' di la'!", ris­pose Archimede.

      "Io sono un messaggero del sovrano di  Siracusa, Ger­one, che mi  ordino'  di navigare urgentemente ad Alessan­dria e di trovare il magnifico Archimede!", spiego' lo stra­niero.

      "Si', io sono Archimede, e che io sia celebre o no, questo non so, perche' su quello decidono gli dei immortali!"

      "O, Archimede, Archimede, la nostra citta' e' in un pericolo mortale", comincio' a parlare il giovanotto essendo caduto in ginocchio dinanzi al matematico, "perche' la marina da guerra dei romani si sta preparando ad attaccare Siracusa. Percio' il sovrano Gerone ti supplica di venire subito. Tu hai gia' infinitamente giovato alla citta' na­tale, ed adesso quando e' in un pericolo gravissimo, sei ancor di piu' necessario!"

      "Non abbi paura amico", rispose Archimede, "vengo immediatamente con te, ed a Siracusa non si deve succedere alcun male. Incendieremo e affonderemo la marina da guerra romana, ed ai loro imperatori non verra' mai piu' in mente

 

la nostra città!”

      Dopo aver  detto questo, saluto' i suoi collaboratori, corse nella Biblioteca e  la' prese parecchi grandi rotoli, sui quali si trovavano dei disegni di complessi apparecchi tecnici. Poi ordino' ai cuochi di preparare   cibo suffi­ciente per due per la navigazione fino a Siracusa, ed in seguito con il messaggero sali' a bordo della nave.

      A Siracusa aspettavano  Archimede molti cittadini di prestigio, e tra di loro c'era il padrone della citta', Gerone.

      "Oh, come gli dei dal cielo ed i cuori nostri sono lieti vedendo il tuo viso, carissimo Archimede!", gli disse Gerone quando mise piedi sulla terra. Successivamente gli offrirono tutte le ghiottonerie che si potevano trovare nella citta', e poi il sovrano insieme con tutti i cittadini si mise  a disposizione del matematico.

      Archimede aveva gia' inventato molti insoliti apparecchi, ed aveva calcolato quanti granelli di  polvere occorrevano per riempire tutto il cosmo. I piu' esperti generali etruschi e cartaginesi gia' avevano avuto  esper­ienze indimenticabili con le invenzioni militari del Archi­mede matematico, quando i resti della loro distrutta e spezzata marina da guerra fuggirono davanti al porto di Siracusa. Le catapulta, che costrui' Archimede, colpirono i loro soldati e le navi, e per sempre scomparvero nelle profondita' del mare.

 

 

 Il racconto quarantacinquesimo.

 

            Gli specchi ardenti di Archimede

 

      Le preparazioni per la difesa della citta' greca dura­vano dei mesi. Niente che cosa si poteva usare contro l'ag­gressore  si risparmiava. Nel porto con gli argani e con le leve Archimede sollevava gli specchi giganteschi, ed essi brillavano fortemente, percio' il costruttore vieto' ai cittadini di Siracusa di guardarli.

       Il peso enorme di quegli specchi sollevavano soltanto parecchi uomini con gli argani e con le leve, e i siracusani  questo seguivano con uno stupore indescrivibile . Fino allora c'erano necessari degli operai innumerevoli, grandi e costosi ponteggi, per poter sollevare un peso simile. Avendo scorto con quale stupore lo guardavano, Archimede disse:

      "Datemi un punto d'appoggio e sollevero' il mondo!"

      La marina da guerra romana, essendosi avvicinata solo ad alcune ore di navigazione da  Siracusa, al principio mando' un ultimatum al sovrano Gerone.

      "Le nostre intenzioni sono decisive ed immutabili, il nostro scopo e' conquistare  Siracusa per amore o per forza!", era stato  scritto nell'avviso. "Abbiamo un eserci­to numeroso e ben armato, i generali ottimi, e molte straordinarie navi. Proponiamo che il dominio romano su  Siracusa riconosciate senza  combattimenti, e  vi lasceremmo i molti privilegi della citta' libera.”

       “Comportarsi cosi' sarebbe piu' saggio per voi, perche' la citta' non sarebbe distrutta, ed a noi  risparmiereste  gli sforzi e le vittime. Che gli dei immortali vi aiutino a  comprendere   che sia meglio cedere la citta' senza  combat­timenti!"

      La marina da guerra romana si avvicinava alla citta', perche' la risposta all'ultimatum non era stata inviata, ed il termine era scaduto tanto tempo fa.  I generali non seppero  che cosa dovettero fare: entrare nel porto, perche'  Siracusa li forse avrebbe riconosciuto il dominio senza  combattimenti, oppure assalire la citta'. I greci  nascosero le loro navi  da guerra nelle baie vicino alla citta', percio' ai romani parve  che non avessero l'intenzione di guerreggiare. Quando la maggior parte delle navi romane si  trovarono nel porto siracusano, Archimede diede un segno ai soldati di spostare gli specchi, cosi' che nei fuochi di essi si sarebbe trovato l'esercito del nemico.

      I soldati procedettero secondo gli ordini, e ruotarono gli specchi in modo  che in essi entrarono i potenti fasci dell'ardente sole mediterraneo. Verso le acque nel porto siracusano dagli specchi uscirono le colonne ardenti, che bruciavano i soldati e le navi. Il fuoco era cosi' potente che prima fondeva sui soldati le corazze di ferro e di rame, ed i corpi in alcuni istanti si carbonizzavano e cadevano in mare. Alcune imbarcazioni romane, che ancora non erano entrate nel porto,  iniziarono a navigare verso il pelago . Cosi' Siracusa fu  salvata dalle distruzioni della guerra e dal dominio degli imperatori romani.

      Poco tempo dopo Archimede con i filosofi, filologi e con celebri medici della Biblioteca e del Museo visito' il santuario del dio Amon a Siwa. In quell'occasione il sommo sacerdote gli disse:

      "Gli dei immortali cadono in ginocchio dinanzi al sapientissimo Archimede, perche' aveva salvato la sua cit­ta'!”

 

 Il racconto quarantaseesimo.

 

            Giulio Cesare assedia Alessandria

 

      Molte generazioni di  uomini mortali erano nate e morivano da quando la divina Alessandria fu  fondata, ed in essa la Biblioteca celebre ed il Museo. I piu' saggi filoso­fi e scienziati di tutte le sorti: il lodato matematico Eu­clide, gli insuperabili studiosi dell' universo Aristarco di Samo e Tolomeo, il famoso medico Galeno, il migliore gram­matico Aristarco di Samotracia, e tanti  altri avevano insegnato i popoli antichi, pero' il mondo si  avvio'  in  un'altra direzione.

      Il deserto orribile , di fronte al quale agli uomini si fermava  il fiato, si distendeva nell'Egitto:  spinse l'acqua del Nilo divino nell'alveo stretto e sottile , e molte citta' e villaggi  copri' con la sabbia rovente. Molti altri popoli sempre piu' spesso e sempre piu' sanguinosamente guerreggiavano, e non passavano neanche alcune mietiture, che da qualche parte, misteriosamente e senza preavviso, non avrebbero comparsi dei pericolosi guerrieri. Dicevano  di  creare  nuovi, grandi imperi, pero', l'unico che cosa rima­neva dietro di loro erano le rovine, i gridi e la morte. Con quale disubbidienza verso gli dei immortali gli uomini hanno procurato quelle punizioni? Il cuore del nostro caro dio Seth fu strapieno di dolore, i polmoni senza respiro, la bocca senza parola.

      Gia' da tanto tempo la marina da guerra romana sotto il comando del potente generale Giulio Cesare assediava Ales­sandria, perche'  la' si  nascose  il suo avversario, il politico romano Pompeo.

      Parecchi uomini e donne , bassi di statura, piegati verso la terra  e con lo sguardo maligno, da qualche parte entrarono in citta',  camminando in punta di piedi. Quei mostri sembravano come se fossero usciti dalle anime umane di tutti i popoli del mondo oppressi dall’odio, dall’avidità per le cose terrestri e per i piaceri carnali. Avevano nomi che non erano né egiziani, né greci, né romani.

      Passaro­no per le vie di periferia, e di la' si avviarono verso il porto. La notte era profonda, piu' nera e piu' incerta di tutte le altre che fino allora ebbero velato la celebre citta' d'Egitto. Le onde grandi e rumorose sbattevano contro la riva, quando quel gruppo di uomini e di donne si imbatte'  alla guardia romana.

      "O, potenti padroni romani, non abbiate paura di noi poveretti dal deserto. Ecco  la'  in Biblioteca ed in Museo , nel quartiere reale si e' nascosto il colpevole Pompeo!"

      Cosi' dissero , e si girarono non  aspettando una ris­posta, e poi i loro piccoli, piegati corpi si persero nel buio pesto.

      Di mattina, quando i primi raggi dell'alba dall'alto   mare cominciarono a distendersi  su  Alessandria, immense moltitudini di soldati romani  assediarono la Biblioteca e la  incendiarono.  Dagli splendidi palazzi di  marmo si elevarono nere, dense fiamme. In seguito, il fuoco si  estese al Museo, ai giardini zoologici e botanici ed all' osservatorio astronomico.

      Tutta Alessandria fu  coperta con i strati di  fumo scuro, tenebroso, e quel fumo si allargava verso est, e cominciava a velare il delta del Nilo divino. Una branca del fuoco si avvio' a  sud, come se avesse voluto incendiare tutto l'Egitto, e l'altra si era distesa verso  nord,  ricoprendo lo sconfinato  mare Mediterraneo. Pareva che tutto il mondo fosse  stato incendiato , e che nessun desti­no terrestre  avesse potuto fuggire all'incendio universale.

      Poi, sopra la Biblioteca cominciarono a volare innumer­evoli rotoli di papiro, avvolti nelle ardenti, rosse fiamme. Quei incendiati rotoli erano sempre piu' numerosi, ed essi improvvisamente coprirono il cielo sopra la citta', e con essi si bruciava tutto il magnifico  e l' eterno che ebbe creato l'uomo mortale essendo stato condotto dalla mano degli dei imperituri.

      Un  egiziano  con stupore nel  viso guardo'  quella scena , ed in seguito si precipito'  all'interno della Biblioteca, non  mostrando  paura del fuoco. Poco tempo dopo usci' con una scatola d' oro, che sul  coperchio aveva   un fiore di loto. Correva verso il sudest,  la' dove si trova   il deserto. Ancora due ombre umane guardarono quella scena e gridarono “Maledetti romani... salvate i testi, salvate i testi!... ”. Poi attraverso le fiamme si precipitarono dentro , e presto tornarono con due grandi bracciate di papiri.

      Dietro le mura settentrionali del palazzo piu' grande provenivano gli urli e le risa dissolute. Essi diventavano sempre piu' forti e penetranti, e poi si unirono alle  fiamme e al  fumo, e trasformarono  l'alba di Alessandria in un dolore terribile ed insopportabile.

 

 

 Il racconto quarantasettesimo.

 

                  Solimano, Bruno e Goethe

 

      Dopo  quella notte, nella quale era bruciata la Biblio­teca ed il Museo, la tenebra nera comincio' ad addensarsi sul mondo. Gli occhi umani sempre piu' spesso guardavano la morte e la paura, ed i loro cuori non erano visitati dalla lussuosa e nobile allegria neanche per le  piu' grandi  feste.

      Cosi' passarono circa millecinquecento anni, e nessu­no con esattezza  sapeva dove fosse  nascosto il Messaggio degli Dei Egizi. Si spargeva voce che i tre geni: il sovrano Solimano il Magnifico, il filosofo Giordano Bruno e  lo scrittore Johann Wolfgang Goethe fossero stati creati sugli insegnamenti del Messaggio.

      In quel tempo i turchi crearono un impero potente, ed esso improvvisamente comincio' ad allargarsi. Gli eserciti dei loro sultani diventarono invincibili, e tutta l'Europa di fronte alle armi dei turchi inizio' a temere e tremare.

      L'Egitto e la Siria erano gia' capitolate. I soldati del sultano  raggiunsero il Caucaso ed il mar  Caspio. Davanti a loro si distendeva la Russia immensa, le terre balcaniche, Ungheria e l'Europa occidentale. L'impero allora bramo'  un condottiero, che sarebbe stato divinamente sag­gio, ed il quale i suoi confini avrebbe allargato a tutte le quattro parti del mondo.

      Una copia del papiro egiziano allora fu  venduta per una grande somma di  danaro  a Trebisonda , sulla costa del mar Nero. Poco tempo dopo  nacque il piu' potente sultano degli ottomani, Solimano il Magnifico. Egli introdusse ottime leggi, e conquisto'  nuove terre ad ovest e  ad est. Assedio'  Vienna, ed allora nessuna citta' di Europa  dormi'  sonni tranquilli.

      Pero', Solimano il Magnifico era nel petto un' anima tenera e quieta. Scriveva dei versi esaltanti ed amorosi, e bramava  una bellezza celeste sublimissima. Ordino' che in tutto l'impero venissero  aperte  biblioteche ricche, edifi­cate  scuole, e che gli artisti e gli scrittori  creassero le opere indimenticabili.

      La piccola, antica  citta' di  Nola, vicino a Napoli, era strapiena della storia misteriosa. In essa viveva l'ar­istocratica ed influente  famiglia Bruno. Essendo appena stati sposati, il signore e la signora  prepararono  una cena solenne, ed il ricevimento per i loro numerosi amici.  Tra gli invitati ci fu  anche un conte di Napoli,  molto intelligente donnaiolo , che fino allora aveva percorso tutta l' Europa. Mentre si inchinava agli ospiti gia' pervenuti, sotto il braccio ebbe  un rotolo di papiro.

      In quel momento al conte napoletano si accostarono i coniugi Bruno, ed egli li saluto' in modo cordiale e mansue­to, e  chiese:

      "Come vi pare la delizia dell'amore coniugale?"

      "O, caro conte", comincio' a rispondere la signora con un sussurrio silenzioso, "e' piu sublime e piu' appassionata di ogni pensiero umano. Io e   mio amato marito ogni notte ci eleviamo verso il cielo!"

      Poi tutti i tre risero, ed il conte bevve un bicchiere del vino napoletano. L'ospite si avvicino' alla signora ed a  suo marito, e stette a sussurrarli qualcosa all'orecchio. Loro due con la testa fecero un segno confermativo , ed insieme tutti e tre uscirono dalla grande sala.

      "L'umanita' si trova di fronte alle sfide grandi e decisive . Al mondo occorre un uomo , l'intelligenza del quale si elevera' sopra ogni creatura  mortale, ed egli deve aprire e mostrare delle nuove visoni!", inizio' a parlare il conte ai coniugi quando si erano seduti comodamente in una piccola  camera vicina .

      "Eccovi questo papiro: esso e' di origine divina. Il testo  contiene gli insegnamenti precisi che cosa dovete fare. Siate umili e mansueti, e non parlate di questo segre­to mai  a nessuno mentre vi scalda il sole dal cielo!"

      Quando  fini'  la cena lussuosa ed il ballo, il nobile con  sua moglie ando' nella camera matrimoniale. Quella notte si concepi'  uno dei piu' grandi filosofi e scienziati di questo millennio. Gli diedero  nome Filippo, Filippo Bruno. Pero', poi nel convento egli cambio' il nome e si chiamo' Giordano.

      Il cuore del giovane sacerdote non si riempiva con la pace, perche' intorno a se' vide molta confusione  e  poca verita'. In quegli anni in lui si accese la brama per lo studio e la scienza. Comincio'  a leggere i testi antichi dei grandi filosofi Platone ed Aristotele, e riusci' a sapere tanto sulle nuove teorie del fisico polacco Nicolo' Copernico. In quel tempo il riformatore protestante , Martin Lutero, criticava severamente l’ufficiale teologia romana.

      Giordano Bruno comincio' a viaggiare per le capitali della Europa tenendo  conferenze e scrivendo  libri. Di fronte alle minacce e alle condanne fuggi'  a Ginevra, poi a Tolosa ed a Parigi.  La' non soggiorno'  a lungo, perche' parti' per  Londra e per la famosa universita' di Oxford. In seguito, la strada l'ha portato a Wittenberg, Praga, Franco­forte , Venezia e Roma.

      "Lo scienziato d'oggigiorno deve essere un ricercatore eroico della verita'. Il nostro unico dio e' la Natura, che e' infinita e indivisibile!" , parlo' esaltato  con una ispirazione interiore e divina.

      L'ultimo genio, di cui  si affermava che fosse stato creato secondo gli insegnamenti del Messaggio degli dei Egizi era il tedesco Johann Wolfgang Goethe. Quando nacque  era l'estate tarda , ed il sole sopra Francoforte ardeva fortemente. Mentre il piccolo Johann giocava nel cortile della casa dei genitori, i vicini lo guardavano stupiti e con entusiasmo.  Molti bambini di la' non sapevano ancora par­lare neanche  il tedesco materno , quando il Goethe gia' comincio' a scrivere in greco antico  e in  latino.

      "Questo ragazzo e' venuto al mondo sulle ali della ispirazione divina!", dicevano  i suoi vicini.

      Presto si occupo' di  fisica e di matematica. Scrisse   poesie,  dramme e   romanzi, e in  poco tempo divento' il piu' celebre scrittore tedesco. Nelle segretissime parti del cuore adorava la natura e la bellezza provocante della donna. La sua famosa Carlotta  percorse le citta' di Europa e fece  piangere  milioni di cuori.

 

 Il racconto quarantottesimo.

 

            La donazione della bellezza e dell'amore

 

      Dopo che l'ultima parola era stata  pronunciata, la voce della Lettrice si  calmo', e nella splendida, antica sala si fece un silenzio muto e misterioso. Poi Ella disse:

      "Goethe elevava ed amava la donna piu' di tutto l'altro che avevano visto i suoi occhi, ugualmente come Socrate nella seconda parte del dialogo di Platone.  E' proprio un momento adesso che te la lego!"

      "Pero', tu hai narrato a lungo, percio'  potrei leggere io!", dissi.     

      Ella si accordo' e mi porse il papiro. In seguito si alzo' e se ne ando' per alcuni momenti, pero' torno' subito con un grande mazzo di  fresche rose rosse  nel braccio. Poi si nuovamente  appoggio' sui cuscini di seta al letto tenen­do sul petto quel mazzo stupendo. Io cominciai a leggere.

      "Propongo di indagare", disse Socrate, "le caratteris­tiche della donna nei tre diversi casi: come amica,  moglie e  madre!"

      Agatone e Diotima dissero ch'erano d'accordo.

      Socrate: "Affermo che in tutti e tre i casi la donna compare come una sorgente del piacere. Come amica, perche' la stessa  amicizia e' un piacere, come moglie perche'  a  suo marito dona la bellezza, l'amore ed il piacere. Una brava madre dona al suo bambino piu' che all'amico ed a  marito: l'amicizia, la bellezza, l'amore, il piacere, e, finalmente, la protezione e la sensazione della sicurezza!"

      "Mi pare, Socrate, che troppo poco lodi la donna in quei tre casi!", aggiunse Agatone , e   Socrate prosegui':

      " Muoviamoci ad indagare dall'inizio.  Non vi pare che un uomo nella amicizia con la donna non senta i primi esal­tanti annunci della bellezza, come un germoglio della rosa in boccio compare al principio della primavera perche' si fa piu' caldo ed arde il sole dal cielo?!"

      Diotima: "Mi pare che paragoni bene!"

      Socrate: "Che cosa  succede quando l'amicizia si svi­luppa e diventa ancor  piu' esaltante?"

      Diotima: "Penso che allora quel sentimento della bel­lezza si innalzi ed infiammi, perche'  di esso spessissimo cantano i poeti!"

      Socrate: "Come le onde di mare quando si dondolano al pelago producono della schiuma, cosi' all'uomo nel suo petto nasce la necessita' della bellezza.  Come la schiuma senza delle onde si affonderebbe , cosi' l'uomo senza di bellezza scomparirebbe, morirebbe. Ecco, percio' l'uomo corre verso la donna: che si sazia della bellezza insaziabile, dell'a­more e del piacere!

      Non vedete, forse, quanto e' misero un uomo non ammo­gliato! Tale non sa dov'e' la sua casa, quando pranzera' e con che cosa si coprira' quando cadra' la notte fredda. E l'amante senza la sua diletta e' ancor  piu' infelice e disperato, perche' non sa quando e' mattina, e quando la sera. Il dolore e' terribilissimo al bambino senza madre: anche colui che vede un'orfano simile nel proprio petto sente una tristezza indescrivibile!

      Agatone: "Per Zeus, Socrate, dici benissimo!"

      In seguito  Socrate chiese: "Che cosa  succedera' quando quella magnifica bellezza prende ed infiamma i cuori pieni di amicizia ?"

      Diotima: "Allora quello e' un annuncio dell'amore vero ed inestinguibile, come l'alba e' l'annuncio del giorno!"

      Socrate: "Che cos' e' la caratteristica dell'amore?"

      Agatone: "Di bramare per il sublime e celeste piacere!"

      Socrate: "Il sublime e celeste e' nascosto nel petto della donna , nel suo misterioso e seducente sguardo. Nei suoi passi e nel dondolamento  del suo vestitino, nelle sue splendide rotondita'. Pero' soprattutto  nel suo sorriso, perche' il sorriso della donna e' una cosa piu' sublime e piu'  lussuosa la quale gli dei l'hanno creata di essere alla portata dell'uomo mortale!"

      Agatone: "Per Zeus, Socrate, sono convinto che vuoi dimostrare , che lo scopo dell' amicizia con la donna sia il celeste piacere dell' amore!"

      Socrate confermo' che Agatone aveva indovinato, e disse:

      "Quando l'amicizia  si trasforma in bellezza e la bellezza nel piacere dell' amore, l'uomo e la donna si sposano e cominciano a creare la discendenza. Senza donna l'uomo sarebbe condannato a morte, perche' ella partorisce la donna e l'uomo.

      Pero' sembra che ancora non abbiamo indagato di che cosa sia composto il piacere dell' amore!

 

 Il racconto quarantanovesimo.

 

            Gli ateniesi ringraziano il Socrate

 

      Diotima: "Abbiamo detto che lo precede l'amicizia nella quale nasce la bellezza esaltante. La bellezza, poi, brama per l'amore, e l'amore per il piacere dell' amore. Anche  ci siamo  accordati che il piacere dell' amore e' elevato e ce­leste!"

      Allora Socrate chiese: "Vi pare che nella nostra indag­ine qualcosa manchi?"

      Agatone e Diotima tacevano. Poiche' neanche molti presenti ateniesi  sapevano rispondere, Socrate prosegui':

      "Al piacere dell' amore   ancora bisogna aggiungere una caratteristica, la caratteristica dell' immortalita'!"

      Pero' Diotima subito disse: "A noi non e' chiaro che cosa bisogna fare con l'immortalita'!"

      "All'inizio dell' indagine ci siamo mossi dall' amici­zia, che e' terrestre e raggiungibile a tutti che la brama­no. In seguito  siamo saliti verso le cose piu' sublimi: alla bellezza, all'amore e, finalmente, al piacere dell' amore. Per il piacere dell' amore abbiamo detto che e' elevato e celeste, e solamente le cose celesti sono per­fette. Volete accordarvi che qualcosa che e' perfetto appar­tiene solo agli dei?", chiedeva il filosofo.

      "Vogliamo, perche' e' cosi come stai dicendo!", dissero unanimemente Agatone e Diotima.

      Socrate: "Dunque, significa che gli uomini mortali attraverso il perfetto piacere dell' amore diventano simili agli dei!"

      "Pare che sia proprio cosi'!", disse Agatone e Diotima fece con la testa un segno confermativo.

      Socrate: "C'e' ancora qualcosa che  l'uomo mortale fa  simile agli dei immortali!"

      Agatone: "E che cosa e' cio'?"

      "La discendenza!", rispose il filosofo. "Attraverso la discendenza l'uomo vince la morte , perche' dietro di se' lascia qualcosa che gli assomiglia. Non e' vero che i figli assomiglino ai genitori?"

      Diotima: "Se un figlio  non e' stato adottato dai barbari, persiani o egiziani, allora dovrebbe assomigliare ai suoi genitori!"

      Socrate: "Dunque, ci siamo accordati che l'uomo si sente come un dio, perche'  crea   l'uomo, come  fece  il dio al principio della storia umana. Penso che dobbiamo accordarci su un' altra importante cosa! Di cio' a chi appartiene il merito che l'uomo doppiamente si e' avvicinato agli dei celesti: attraverso il perfetto piacere di amore, e vincendo la morte creando la discendenza!"

      "E' chiaro che tutto questo senza la donna sarebbe impossibile!", disse Agatone.

      Socrate: "Adesso andiamo avanti! Quando l'uomo nasce  nel grembo della madre, di che qualita'  e' quella creatura?"

      Diotima: "Il neonato e' veramente  piu' debole,  piu' delicato e piu' incapace di tutte le altre creature umane!"

      Socrate: "Dagli anziani il neonato e' piu' debole perche' non possiede nessuna esperienza e non sa parlare. Dagli uomini in  eta' matura e' piu' debole in tutto: nella forza e in tutto l'altro. E' uguale quando  il neonato si confronta con i ragazzi e con le giovani donne: il primo e' impotente in tutto, e gli altri proprio nel pieno delle forze. Allora di che cosa ha bisogno quell'essere umano, che e' il piu' debole di tutti gli altri?"

      Diotima: "Ha bisogno di sensibilita', di protezione e di amore!"

      Socrate: "Non e' vero che gli dei hanno deciso di far nascere un figlio nel grembo  della madre proprio perche' la madre e' una donna, e come  donna possiede tutto cio' che  brama  un figlio: la sensibilita', la  protezione e l'amore. Persino e' brutale solo   immaginare che i figli nascano nel grembo del maschio!"

      "Rifiutiamo anche a   immaginare solo  una cosa cosi' bruta!", dissero unanimemente Agatone e Diotima.

      Socrate: "Perche', allora, spesso parlano in un modo dispregiativo sulle donne, e perche' alcuni poeti non le lodano ma rimproverano? Perche' in un modo uguale ed inde­cente parlano sul celeste ed immortale piacere dell' amore?"

      Agatone: "Per Zeus, Socrate, quelle cose non sono degne di un uomo saggio, e penso che neanche gli dei celesti  le amano!"

      Socrate: "Coloro che parlano male sulle donne e sul piacere dell' amore non sanno che sbagliano, e che si oppon­gono alla volonta' degli dei immortali. Anche i grandi poeti, se sbagliano, come fece Esiodo, devono essere biasi­mati!"

      In quel momento Socrate si alzo' essendo  convinto che la conversazione fosse terminata. Immediatamente si avvici­narono a lui tantissimi ateniesi per  ringraziarlo del  bel  discorso, che avevano udito. Mentre lo salutavano, Agatone e Diotima dissero al filosofo:

      " Ci hai persuaso, Socrate,  che l'eccellenza del pia­cere dell' amore e la bellezza della donna e' qualcosa di elevato e divino, percio' anche noi due fin da adesso l'uno e l'altro loderemo come sapremo fare meglio. Loderemo anche coloro che parlano bene sul piacere dell' amore e sulle donne, e rimprovereremo gli altri, che su quelle cose hanno un' opinione dispregiativa!"

      Socrate si giro' e si avvio' verso la città'.

 

 Il racconto cinquantesimo.

 

                              L'addio

 

      Quando ho finito di leggere sembrava che il filosofo Platone fu salito sul sacro monte Sinai e di la’ gaurdo’ l’umanita’ intera persa, disorientata, impaurita. Fu il cuor della notte. Gli dei, i filosofi, gli eroi e i politici dormivano nel sonno profondo. Solamente  le ragazze instancabili con le arpe  ancora suonavano una musica silenziosa.

      La mia Lettrice   era sempre  appoggiata sui cuscini di seta. Con  tutt'e due mani teneva lo  stelo del mazzo, mentre innumerevoli rossi, profumati petali erano posati  al suo seno. Era piu' esaltante e piu' bella che prima. Sullo splendido viso e sugli occhi magnifici era  discesa una pace (che assomiglia al sonno) che  con se' porta la notte. Un po' scoperta, la sua gamba sinistra era accavalciata su quella destra.

      Non abbiamo pronunciato neanche un' unica parola. Si udivano solo i suoni delle corde delle arpe, e quel ritmo della musica cresceva da un momento all'altro.

      Allora si avvicino' a noi quella stessa bella ragazza con un grande vassoio. Su di esso c'era tanto cibo e il vino, ma, anche i tre dolci bellissimi di datteri egiziani. 

      La Lettrice prese uno di quei dolci, ed io l'altro. Li abbiamo mangiati insieme: il dolce era piu' delizioso e piu' gustoso di tutti gli altri che  avevo assaggiato fino allo­ra. Poi bevemmo del vino dalle isole greche, ed i nostri cuori si risvegliarono con una forza nuova e con i desideri nuovi.

      In quel momento il mio cuore  Le disse:

 

      “Come un nastro di porpora le tue labbra

      e la tua bocca è soffusa di grazia;

      come spicchio di melagrana la tua gota

      attraverso il tuo velo.

      Come la torre di Davide il tuo collo,

      costruita a guisa di fortezza.

      Mille scudi vi sono appesi,

      tutte armature di prodi.

      I tuoi seni sono come due cerbiatti,

      gemelli di una gazzella,

      che pascolano fra i gigli.

      Prima che spiri la brezza del giorno

      e si allunghino le ombre,

      me ne andr�™ al monte della mirra

      e alla collina dell’incenso.

      Tutta bella tu sei, amica mia,

      in te nessuna macchia.”

 

      “La tua statura rassomiglia a una palma

      e i tuoi seni ai grappoli.

      Ho detto: ‘Salir�™ sulla palma,

      coglier�™ i grappoli di datteri;

      mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva

      e il profumo del tuo respiro come di pomi’”.

 

      Poi la Lettrice comincio' ad abbracciarmi con i suoi sguardi. Il concerto delle arpe prosegui' ad accelerarsi come le onde quando si schiu­mano ed i venti dal mar  Egeo soffiano verso la terraferma greca. Sapevo che davanti a me c'era una esaltazione piu' esaltante e piu' deliziosa di quell'ultima, e di tutte le altre fino allora.

      La Lettrice di sorpresa apri' le labbra, e la sua voce silenziosa si intreccio' con i suoni delle corde delle arpe.

 

      “Vieni, mio diletto, andiamo nei campi,

      passiamo la notte nei villaggi.

      Di buon mattino andremo alle vigne;

      vedremo se mette gemme la vite,

      se sbocciano i fiori,

      se fioriscono i melograni:

      là ti dar�™ le mie carezze!

      Le mandragore mandano profumo;

      alle nostre porte c’è ogni specie di frutti

            squisiti,

      freschi e secchi;

      mio diletto, li ho serbati per te”.

 

      Ed il cuore della Lettrice prosegì:

 

      Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

      come sigillo sul tuo braccio;

      perché forte come la morte è l’amore,

      tenace come gli inferi è la gelosia;

      le sue vampe son vampe di fuoco,

      una fiamma del Signore!”

 

      I nostri versi durarono ininterrottamente  fino allo spuntar dell'alba, ed erano sublimi ed inebrianti, ed io non li avrei  dimenticato mai. Poi entrambi ci addormentammo: il suo viso assonnato si appoggio' al mio petto.

      I miei occhi si svegliarono dal sonno profondo quando ad essi venne un raggio del sole di mezzogiorno. Assonnato,  mi sono voltato avendo cercato con le mani la mia Lettrice. Pero', Ella non c'era. Sul posto sul quale prese il sonno allora si trovava quel lussuoso mazzo delle rose.

      "Lettrice, Lettrice!...", gridai.

      Mi sono vestito in fretta, ed ancora addormentato correvo sotto le cime dell'Olimpo a chiedere gli dei, se avessero saputo dove fosse  Lei. Pero' tutti tacevano con un silenzio misterioso  ed inspiegabile. Le ragazze, che inin­terrottamente avevano  suonato le arpe, si erano sprofondate in un sonno dolce ed ancora non si erano svegliate. Io esclamai di nuovo:

      "Lettrice, Lettrice!..."

      Poi sono uscito avendo mosso la tenda di seta, che era stata coperta con i disegni delle onde del mare mentre si schiumavano e distendevano sulla spiaggia di  sabbia. Cammi­navo per quello stesso corridoio per quale eravamo entrati noi due, pero', non potevo trovare l'uscita dal palazzo.

      Quando fui completamente confuso e disorientato verso di me si avvicino' la dolce ragazza, che la notte scorsa ci offriva  del cibo, dei dolci e del vino. Mi prese per la mano e mi condusse verso le scale di marmo. Dopo  entrammo in un lungo corridoio e di nuovo scendemmo per le scale.

      Davanti a noi fu la porta d'uscita: la ragazza l'apri', si inchino' e sorrise con un sorriso esuberante e nobile.

      Una cinquantina di passi lontano dal palazzo c'era  una carrozza. Non ebbi passato  neanche la meta' di quella distanza, quando dietro di me  udii il battito dei passi che correvano. Quella bella serva correva dietro di me mentre nella mano  portava  una fresca, rossa rosa. Nei suoi petali era stato infilato un pezzo di carta. Io lo presi e lo lessi.

      "Io sono la tua devotissima Lettrice. Rimango senza fiato per le tue proposizioni gia' da anni, ed esse mi svegliano di mattina ed addormentano prima di coricarmi."  Sotto c'era la firma: "La principessa Perittione1 ".

      Quando mi accostai alla carrozza , il cocchiere usci' e mi chiese:

      "Signore, lei e' uno scrittore?"

      "Si'!", risposi.

      "Ecco, prego, si sieda!", aggiunse il cocchiere mentre apriva la porta di dietro. Io mi sedei, il cocchiere  chiese di nuovo:

      "Prego, dove il signore va portato?"

      "Davanti alla casa editrice "Ellenichos". Devo portare all'editore una bracciata dei miei testi inutili."

Giorno dopo sul mio tavolo nella casa editrice trovai l’ultima edizione del nostro giornale e lessi la notizia principale:

      "Della piu' giovane figlia della regina, che e' conosciuta per il suo infinito amore per la letteratura antica, ieri nelle ore del mattino si fu  persa ogni traccia. Dopo gli sforzi moltiplicati della polizia statale e della guard­ia reale, la principessa e' stata trovata in una biblioteca privata su una collina a  nord della citta'."

 

 

© 2013 A! Edition


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A! Edition
The Novel is in Italian language

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Added on March 5, 2013
Last Updated on March 5, 2013
Tags: Cvitanusic, Plato

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Bologna, Bologna, Italy



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Prof. Dr. Ivan Giovanni Cvitanusic University professor, Journalist and writer ------------------------------------------------ Languages:English, German, Italian, French,Spanish, Croat.. more..

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